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A poco più di un anno dagli scontri con gli uzbeki, i kirghizi vanno alle urne. Le speranze di ricostruzione senza ulteriori scontri etnici, sono legate alla capacità della classe dirigente di saper trovare una sintesi degli interessi di tutti i clan. Anche le relazioni con Mosca, Pechino e Washington determineranno il futuro del paese.

Eugenio Novario / Limes

 

Il 30 ottobre si terranno le elezioni presidenziali in Kirghizistan, giovane repubblica centroasiatica che negli ultimi vent’anni è stata snodo di tensioni etniche e geopolitiche. Ciò avviene a poco più di un anno (giugno 2010) dagli scontri tra la componente uzbeka (13% della popolazione sostanzialmente localizzata nel sud del paese) e quella kirghiza (65% della popolazione) che hanno causato almeno 200 morti accertati e quasi 200 mila profughi. Eco e rimbombo di perenni tensioni interetniche, che affondano le loro radici sia nella storia sia nella non lineare costituzione delle cinque cosiddette repubbliche islamiche sovietiche che il giovane governo bolscevico istituì nel 1924. Oggi il paese si presenta a una prova così importante senza una comune e condivisa visione geostrategica. Compressa tra gli interessi di superpotenze come Cina, Russia e Stati Uniti, e quelli dei due paesi confinanti, Kazakistan e Uzbekistan, estremamente più rilevanti per dimensione demografica e ricchezza di risorse naturali, questa giovane democrazia nata dalla dissolvenza dell’impero sovietico, incastonata tra le catene montuose del Tien-Shan e i monti Altai e Pamir, priva di sbocchi marittimi, con un’altitudine media di 2.750 metri sul livello del mare, è un tipico caso di paese dominato dalla sua geografia.

Situato in un’area sempre più cruciale per gli equilibri della regione, con un pil pro capite tra i più bassi del mondo (poco più di due mila dollari l’anno), il Kirghizistan è considerato unanimemente dagli osservatori terreno fertile per una revanche dell’estremismo islamico e/o salafita. Non è inutile ricordare che la rivolta dei basmachi, esplosa nella Valle di Fergana - sita a metà tra Uzbekistan e Kirghizistan - contro la neonata Unione Sovietica fu definitivamente domata solo nel 1933, prima per le qualità militari del generale Frunze, nato a Bishkek nel 1885 e morto a Mosca nel 1925, e poi grazie a una spietata repressione anche e soprattutto verso la popolazione civile.

Il Kirghizistan oggi risulta essere un’interessante case history politico-istituzionale anche perché a seguito degli scontri del giugno 2010, che portarono alla deposizione di Bakiev, si è istituita per la prima volta nella storia di tutta l’Asia centrale una repubblica parlamentare. Tutti si chiedono se e in che misura possa funzionare un modello istituzionale prettamente euroccidentale in un contesto socio-politico-culturale e perfino antropologico così diverso. In questa primissima fase temporale, il predetto sistema non pare e non è parso il più adeguato ad imprimere una coerente ed efficace azione governativa, per il perenne possibile diritto di veto esercitato via via dalle minoranze presenti nella Duma kirghiza. Ulteriore elemento che pare confermare la predetta tesi è la specificità culturale del popolo kirghizo o più in generale centroasiatico. Infatti la superficialità dell’islamizzazione e il regolamento della religione sullo sfondo della vita sociale durante il periodo sovietico hanno fatto sì che le regole e gli usi tradizionali siano molto diffusi, anche in strati sociali apparentemente emancipati.

Inoltre, ancora oggi, l’unità socio-economica di base, elemento fondante ed imprescindibile per la comprensione della società kirghiza, risulta essere la famiglia allargata, che sotto il profilo storico (con i suoi cavalli e animali da latte e da carne) ha sempre costituito la primaria cellula sociale del paese dal ruolo assolutamente cruciale, perché in assenza di essa è impossibile tenere in vita il sistema della pastorizia transumante, e non è quindi possibile estrarre dall’ambiente alcuna risorsa alimentare. In tali società il singolo può definire il proprio destino solo all’interno della propria famiglia/clan. È pertanto difficile prevedere che con tale background politico-sociale si possano traslare automaticamente istituzioni nate ed evolutesi in contesti tanto diversi. Questo sembra confermato ove si pensi che alle elezioni si erano inizialmente iscritti, a prova del frazionismo politico esistente in Kirghizistan, oltre 80 candidati su una popolazione poco superiore ai cinque milioni (circa la metà degli abitanti della Lombardia) in un paese la cui superficie totale non raggiunge i 200 mila metri quadri (circa nove volte la Lombardia).

I candidati sono stati ridotti dalla Central election commission (Cec) a 19, in virtù della mancanza dei requisiti necessari per partecipare alle elezioni: la conoscenza della lingua kirghiza con annesso tv test, la raccolta di almeno 30 mila firme e un deposito cauzionale di due mila dollari. Il candidato più accreditato alla vittoria è Almazbek Atambaiev, leader del Partito socialdemocratico del Kirghizistan (Sdpk) e vincitore delle ultime elezioni politiche. Dimessosi recentemente dalla carica di primo ministro, è politicamente orientato verso la Federazione Russa. Tra gli altri candidati c'è Omurbek Tekebayev di Ata Meken, alleato alle ultime elezioni politiche del Partito socialdemocratico e oggi principale avversario. Conosciuto come uno dei più fieri oppositori del regime di Bakiev, è accusato di essere in stretto collegamento con il leader della diaspora uzbeka Kadyrjan Batyrov. Gioca la sua partita anche Kamchibek Tashiyev di Ata Jurt, fortemente radicato nel sud del paese. Rappresenta il primo oppositore della possibile coalizione tra Ata Meken, Sdpk e il partito denominato Ak Shumkar, ed è l’autorevole leader della fazione pro-Bakiev. Outsider potrebbe essere Adakhan Madumarov di Butun Kirghizistan, proveniente dalla provincia di Osh.

In ogni caso, la sensazione prevalente è quella di Marten High Lund, un osservatore norvegese dell’area, il quale ha dichiarato: “Ho partecipato come osservatore in Asia centrale a molte elezioni ma questa è la prima volta in cui non posso predire il vincitore”. L’ultimo sondaggio demoscopico effettuato dalla società M. Vector vede in testa Atambayev con il 57,2%, seguono Madumarov con il 15,7% e Tashiyev con il 10%. È opinione diffusa, non avendo nessun candidato la forza di vincere al primo turno, vista anche la conformazione dei collegi elettorali, che i due candidati al secondo turno saranno espressione diretta della faglia che sembra dividere il paese tra nord e sud. Prima di valutare la posizione del Kirghizistan rispetto agli interessi delle potenze presenti nella regione, una breve osservazione sugli scontri interetnici dello scorso anno.

Premesso che molto probabilmente furono fomentati dall’allora presidente Bakiev, al fine di utilizzare il nazionalismo come foglia di fico per far dimenticare la sua screditata e deludente azione governativa, non si può dimenticare che allo sguardo di un comune viaggiatore la città di Osh nel 2006 sembrava sideralmente lontana dall'escalation della violenza manifestatasi solo pochi anni dopo. In una società in cui le élites provengono da gruppi distinti e contrapposti per area geografica, religione, etnia, tradizioni e perfino abitudini alimentari non pare difficile prevedere che il moltiplicarsi degli interessi particolari complichi le cose. E le speranze di ricostruzione, senza il ripetersi di scontri etnici, sono legate alla capacità della classe dirigente di trovare una sintesi degli interessi di tutti i clan e non solo di quelli dominanti.

Il destino della repubblica del Kirghizistan che il paese sarà capace di attivare e/o dovrà subire con Mosca, Pechino e Washington. Nel segnalare la consueta inesistenza della presenza europea, se non limitata a qualche saltuario big business, si affacciano con iniziative interessanti India e Giappone, quasi a confermare l’importanza geostrategica dell’area anche nel prossimo ventennio.si gioca anche nei rapporti. La Russia di Putin e Medvedev ha come primario interesse la restaurazione della propria influenza politica in Asia centrale, Kirghizistan incluso, fin qui esercitata ad intensità intermittente. Tale politica oggi viene perseguita facendo leva più sull’ambito economico che su quello politico-militare. Insomma, una riedizione adattata della dollar diplomacy. I finanziamenti a vario titolo concessi dalla Federazione Russa, i circa 300 mila lavoratori kirghizi che ogni anno possono trovare un lavoro in Russia solo con una politica liberale del visto, le pressanti richieste fatte al governo kirghizo per un’adesione all'Unione doganale con Bielorussia e Kazakhstan, un maggior impegno nell’ambito dell’antiterrorismo, sono tutte espressioni della politica estera del Cremlino in Kirghizistan. La Russia non può perdere la sua influenza nell’area perché ciò, oltre ad essere un ridimensionamento, forse definitivo, delle proprie ambizioni di potenza globale, provocherebbe un vuoto geopolitico che verrebbe immediatamente riempito dalla Cina. Il pericolo delle propagazioni dell’estremismo islamico dal Caucaso è un ulteriore elemento che rende necessaria la presenza della Russia in Asia centrale fin dall’epoca zarista.

La Repubblica Popolare Cinese ha un interesse divergente e contrapposto alla Russia. Strappare anche parzialmente l’area all’influenza di quest’ultima sarebbe determinante al fine dell’approvvigionamento delle enormi risorse energetiche regionali. Altri obiettivi primari sono garantirsi la neutralità economica e politica delle ex repubbliche sovietiche centroasiatiche, anche in caso di crisi dei rapporti russo-cinesi, nonché favorire la loro trasformazione in piattaforma logistica per le merci made in China. L’estremismo islamico è come noto la prima fonte di preoccupazione per le autorità cinesi in relazione alla situazione dello Xinjiang, o ex Turkestan cinese, confinante per ben 980 chilometri con la repubblica kirghiza. Il governo cinese, particolarmente attento a corsi e ricorsi storici, ha bene in mente come sia stato Madamin-Bek, uno dei più famosi e valorosi basmachi, a diventare il leader della sommossa panturchista e anticinese del 1933.

Quanto agli Stati Uniti, svanito il progetto neoatlantico brzezinskiano di includere l’area nella propria diretta sfera d’influenza, l’obiettivo ufficiale è il contenimento del terrorismo islamico. Fondamentale rimane quindi l’utilizzo della base di Manas (a pochi chilometri dalla capitale Bishkek) come corridoio di transito per le operazioni sull’area afgana. È una delle non tantissime carte per mantenere la propria influenza e capacità di moral suasion nell'area. Unite dal comune interesse contro l’estremismo salafita, con la paura che l’Afghanistan possa diventare una Somalia bis, Stati Uniti, Cina e Russia possono rinviare a tempi più propizi la discussione dei loro interessi non sempre convergenti. La storia, come si sa, è spettatrice ironica, e solo domani si saprà se eventuali tensioni tra le tre potenze potranno trasformare gli eredi dei kurbashi e i neo basmachi da sicuri nemici a potenziali, se non graditi, alleati.

Sulla forza attuale dell’estremismo islamico, C'è chi vede focolai a rapida presa in un paese di grande povertà e chi ritiene che i gruppi salafiti più significativi come l’Imu e la sua variante kirghiza siano invece in fortissima crisi di leadership, di fondi economici e di consenso popolare.le opinioni sono diverse. In ogni caso, come acutamente osservato da Stefano Grazioli, la questione politica del Kirghizistan si risolverà solo e nella misura di un miglioramento diffuso e sostanziale delle precarie condizioni economiche di questo antico e affascinante popolo.

(Limes)

Sono in 83 e si sono registrati entro la metà di agosto, termine ultimo per presentare la propria candidatura alle elezioni presidenziali che si terranno il 30 ottobre 2011. Il Kirghizistan, la prima repubblica parlamentare dell’Asia centrale che deve ancora capire bene come funziona la democrazia, si avvia all’importante appuntamento proprio nei giorni in cui si celebra il ventennale dell’indipendenza da Mosca (31 agosto 1991) e l’ombra del potente vicino si stende ancora sulle lande montuose di questo piccolo Stato al confine con la Cina.

Nazione povera, scombussolata dopo le rivoluzioni del 2005 (quando il presidente Askar Akaev è stato sostituito da Kurmanbek Bakiyev) e del 2010 (quando Bakiyev ha fatto la fine del suo predecessore e il suo posto è stato preso da Rosa Otunbaeva), il Kirghizistan è, come le altre repubbliche ex sovietiche della regione, al centro dell’attenzione di Mosca, che sta recuperando il suo ruolo leader euroasiatico.

A Bishkek nessuno si fa illusioni, nel senso che la consapevolezza di non aver gas e petrolio da barattare come ad Ashgabat, Tashkent e Astana, costringe il Paese a rimanere appeso al cordone ombelicale della Grande Madre. L’attuale premier Almazbek Atambayev ha annunciato, in contemporanea alla sua candidatura alle presidenziali, che la concessione della base militare di Manas agli Stati Uniti non sarà prolungata ancora e i soldati americani, arrivati per la guerra afgana ma desiderosi di rimanere, dovranno fare le valige. Un segnale non solo per Washington, ma anche per Mosca.

Al di là o meno della questione di Manas (il tira e molla dura ormai da anni, con i dollari che puntualmente sono rotolati) sembra che il pendolo kirghiso tenda sempre più verso la Russia. Il Cremlino potrebbe presto aprire una nuova base a Osh e cooptare Bishkek nell’Unione doganale con Minsk e Astana. Atambayev, spesso a Mosca, potrebbe traghettare il Paese anche dopo il 30 ottobre 2011. Degli 83 candidati registrati, in ogni caso, ne rimarranno pochi in gara, dopo che la commissione elettorale avrà esaminato tutti i documenti (in primo luogo le liste con le firme di sostegno). La campagna elettorale comincia il 25 settembre.

Gli altri pezzi grossi, considerando che la Otunbaeva non si può presentare, saranno i candidati dei maggiori partiti, da Omurbek Tekebayev di Ata Meken, Kamchybek Tashiyev di Ata-Zhurt, Anarbek Kalmatov di Ar-Namys, Adakhan Madumarov di Butun Kyrgyzstan. La corsa è aperta.

(Russia Oggi)

Un anno fa il Kirghistan é diventato la prima repubblica parlamentare dell’Asia centrale. Alle spalle le due rivoluzioni del 2005 e del 2010, due presidenti in fuga (Askar Akaev a Mosca, Kurmanbek Bakiyev a Minsk) e i 470 morti degli scontri del giugno 2010 tra kirghisi e uzbeki. Poi le decine di migliaia di profughi, il referendum costituzionale, la prima presidente donna di queste terre, Rosa Otunbaeva. A lei il compito proibitivo di risollevare il paese.

Oggi la repubblica kirghisa rimane una specie di buco nero nello spazio post sovietico, quasi un failed state. Bishkek è relegata in fondo a tutte le classifiche internazionali, da quelle che misurano gli standard politici, civili e sociali, a quelle che prendono in considerazioni gli indicatori economici e finanziari.

Certo, in compagnia con le altre repubbliche dell’ex Urss: ma se almeno Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan possono contare sulle risorse energetiche per finanziare Stati autocratici, qui non resta che prendere a braccetto i vicini altrettanto poveri del Tagikistan e aspettare che la comunità internazionale tenda la mano, consolandosi con la pseudodemocrazia.

Il nuovo tandem kirghiso, quello formato dalla Otunbaeva alla presidenza e dal nuovo primo ministro Almazbek Atambayev (in carica dallo scorso dicembre) fa fatica a pedalare da solo, anche perché la coalizione governativa riunisce forze in qualche modo costrette a collaborare tra loro per forza di cose.

Tra i socialdemocratici di Atambayev (la presidente appartiene allo stesso partito dal 2009), i centristi di Respublika (guidati dall’oligarca Omurbek Babanov) e i nazionalisti di Ata Zhurt (la piattaforma su quale si reggeva Bakiyev e alla quale apparteneva anche la presidente) manca la fondamentale collaborazione.

Al governo c’è in realtà anche l’opposizione, secondo un modello abbastanza criptico per gli occidentali, ma che pare essere inevitabile in un paese destinato ora al compromesso e alla staticità. La difesa degli interessi personali e di clan al posto della ricerca del bene comune non ha portato nulla di positivo.

E così si spera nei soliti noti, dalla Russia che ha tutto l’interesse a tener legata la piccola repubblica attraverso l’unione euroasiatica, agli Stati Uniti che affittano a suon di dollari la base di Manas, usata come appoggio per l’Afghanistan. La speranzosa Otunbaeva ha fatto capolino recentemente anche a Bruxelles, dove però Barroso l’ha esortata a tener d’occhio i conflitti etnici: Bruxelles pensa ad altro e di suo guarda più al gas turkmeno e kazako.

(Limes)