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Il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle si è espresso per la prima volta in maniera chiara per l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea. Lo ha fatto in un articolo a quattro mani, scritto con il suo collega turco Ahmet Davutoglu, che è stato pubblicato sull'autorevole Frankfurter Allgemeine Zeitung: «I due Paesi sono concordi nel dare nuovo impulso al processo di integrazione della Turchia nel club di Bruxelles».

Si tratta di una clamorosa svolta nella politica estera tedesca che avrà conseguenze immediate negli equilibri europei e che potrebbe sbloccare l'impasse che per decenni ha frenato l'avvicinamento di Ankara a Bruxelles. La Germania era rimasta assieme alla Francia la più ferma oppositrice all'allargamento dell'Unione fino al Bosforo, pur modulando in maniera più diplomatica il suo rifiuto. Al contrario l'Italia, pur con il suo alternarsi di governi di destra e di sinistra aveva sempre premuto per l'ingresso della Turchia, considerandolo un punto fermo dei propri interessi nazionali. E così la Gran Bretagna, la Spagna e finanche la Grecia, da sempre vicino refrattario che negli ultimi anni aveva capovolto la propria posizione, avviando una stagione di distensione diplomatica impensabile solo qualche tempo fa.

«La Turchia ha compiuto passi decisivi nell'adozione di riforme politiche che rispettano i valori fondanti dell'Unione come la democrazia, i diritti umani e lo Stato di diritto», hanno scritto i due ministri, «e il successo dei cambiamenti intervenuti dovranno ora riflettersi positivamente nelle trattative per l'ingresso della Turchia nell'Ue». Dichiarazioni impegnative che, pur non fissando ancora date e limiti temporali, indirizzano il lungo rapporto, iniziato nel 1963 con il Trattato di associazione fra la Cee e la Turchia, verso un approdo finale.

Ancora pochi mesi fa, la cancelliera Angela Merkel si era mantenuta assai prudente in occasione del suo viaggio in Turchia, incassando la stizzita critica di un autorevole collega di partito, il commissario europeo all'Energia Günter Oettinger: «Arriverà un giorno in cui un cancelliere tedesco andrà in ginoccio ad Ankara per implorare i turchi di entrare nell'Ue». Ora la svolta, annunciata dal ministro degli Esteri.

La storia del rapporto fra Turchia e istituzioni europee è stata lunga e turbolenta. Ankara manifestò il suo desiderio di aderire compiutamente alla Comunità europea fin dagli anni Sessanta, enfatizzando la sua appartenenza alla storia del Vecchio Continente e ritenendo che i suoi interessi politici e commerciali si indirizzassero prevalentemente verso occidente. Contrasti e resistenze hanno dilazionato l'avvio di trattative vere e proprie e la Turchia si è vista scavalcare da Paesi che avevano fatto richiesta di accesso molto dopo: Gran Bretagna, Danimarca e Irlanda nel 1973, Grecia nel 1981, Spagna e Portogallo nel 1986, Austria, Finlandia e Svezia nel 1995. E Ankara sempre all'angolo ad attendere. Poi la Comunità si trasformò in Unione e la Turchia venne riconosciuta come candidata all'ingresso alla fine del 1999. Nel frattempo Bruxelles ha abbracciato nel 2004 dieci Paesi dell'Europa centro-orientale e del Mediterraneo, nel 2007 Bulgaria e Romania e si appresta ad accogliere il 1° luglio 2013 la Croazia. La Turchia ha invece avviato solo nel 2005 le trattative ufficiali con la Commissione europea e il traguardo finale era stato sempre dilazionato a data da destinarsi.

Nel frattempo il Paese ha conosciuto un prepotente sviluppo economico: mentre molte regioni dell'Europa annaspano in una crisi senza fine, la Turchia macina tassi di crescita annuali che ricordano quelli dei Paesi est-asiatici e i suoi interessi hanno cominciato a muoversi da ovest ad est, sfruttando tutta l'area turcofona liberatasi dal congelatore sovietico. Il consolidamento di una democrazia islamica di tipo moderato l'ha resa protagonista anche nel complesso processo di democratizzazione partito con le primavere arabe in Nord Africa. La crisi greca le ha aperto un ruolo di primo piano nell'area balcanica. Così Bruxelles è diventata meno allettante, la sua ritrosia ha offeso l'orgoglio di un Paese giovane che crede in se stesso e ad Ankara hanno iniziato a chiedersi se davvero l'Ue fosse così importante per il futuro turco.

La preoccupazione della Germania è stata sempre legata a un fattore interno: l'enorme presenza di una comunità straniera turca, accusata di scarsa volontà di integrazione nel sistema tedesco e di aver costituito una sorta di società parallela che manteneva tradizioni e usi poco compatibili con una democrazia moderna. Anche su questo punto Westerwelle sembra aver cambiato opinione: «Dopo più di 50 anni di immigrazione dobbiamo riconoscere che unità e atteggiamento pacifico hanno caratterizzato la presenza della comunità turca in Germania. Artisti, sportivi e imprenditori di origine turca sono diventati un pezzo del pluralismo e del benessere della nostra società». Ora è l'Europa in crisi ad aver bisogno dell'euforia turca.

Dai Balcani è arrivata una delle poche buone notizie europee: la Serbia è formalmente uscita dalla lunga recessione che negli ultimi anni aveva pesantemente colpito anche il versante orientale dell'Adriatico. Con il prodotto interno lordo in crescita dell'1,7%, il 2013 può segnare per la repubblica serba un punto di svolta nella sua tormentata storia recente. In parallelo con l'allentamento della tensione politica, i progressi sul nodo kosovaro, la stabilizzazione dei rapporti con le ex sorelle jugoslave e l'avvio a giugno dei negoziati con l'Unione Europea, il rilancio dell'economia può chiudere la controversa stagione del dopoguerra e aprire prospettive di tutt'altra natura.

Il ministero dell'Economia di Belgrado, che ha comunicato i dati di maggio, ha mantenuto un tono insolitamente modesto, definendo «crescita moderata» quell'1,7% in più di Pil rispetto all'anno precedente e annunciando la previsione di un +1,9% per il 2014, quando gli effetti dovrebbero ricadere anche sui consumi privati. Ma di questi tempi, e in un'area che sconta ancora le crisi di Grecia, Bulgaria, Croazia e perfino Slovenia, è una cifra di tutto rispetto. È una notizia buona per la Serbia e per gli interi Balcani ma lo è anche per l'Italia, che con Belgrado intesse stretti rapporti di collaborazione e conta sul territorio serbo centinaia di aziende emigrate a est per sopravvivere alla crisi di casa propria.

Il motore della ripresa è l'industria, la cui produzione è cresciuta nel primo trimestre di quest'anno del 5,2% grazie a un vero e proprio boom delle esportazioni, aumentate del 22% rispetto allo stesso periodo del 2012. In prima fila l'automotive, che contribuisce all'export per il 20% e in un anno ha triplicato la produzione, trainato da Fiat e dalla rifioritura di decine di piccole e medie aziende che realizzano pezzi di ricambio per il settore. Una tradizione dell'industria serba già ai tempi della Jugoslavia, rilanciata dagli investimenti stranieri attirati nei mesi scorsi dagli incentivi fiscali del governo e da una manodopera di qualità ancora a basso costo. Non è solo la Fiat, infatti, a muovere il settore: di pochi giorni fa è la notizia dell'accordo fra la Serbia's Industry of Machines and Tractors e l'azienda turca Tomosan per la fornitura di 5000 nuovi mezzi in tre anni e per la creazione di una joint venture finalizzata alla componentistica per trattori moderni da riversare sui due mercati nazionali.

Altri settori in crescita sono quelli petrolifero, chimico, farmaceutico, del tabacco e soprattutto tessile: quest'ultimo tenuto in grande considerazione per la sua natura ad alto impiego di manodopera, che potrebbe aiutare a riassorbire uno dei dati negativi che persistono nonostante la ripresa, quello della disoccupazione. Con il 24% dei serbi ancora senza lavoro, la speranza è che l'inversione di tendenza dell'economia sia duratura e possa riflettersi anche sul livello di vita dei cittadini, specie dei giovani, che continuano a fare le valigie verso la Germania e l'Europa centrale.

«La ripresa era già evidente da qualche mese, dovuta principalmente agli investimenti dall'estero che hanno trasformato il vecchio modello legato all'agricoltura e ai combinati in un sistema di imprese moderne», spiega l'economista Alessandro Napoli, uno che i Balcani li conosce a memoria, oggi coordinatore a Salonicco del segretariato del programma operativo Grecia-Italia e nei precedenti 8 anni impegnato a tempo pieno fra Novi Sad e Belgrado: «L'apertura della Serbia ai mercati internazionali con gli accordi di libero scambio stipulati con Russia, Turchia, Unione Europea ed Efta ha consentito di soppiantare la fine dello spazio commerciale jugoslavo e le restrizioni di un mercato interno troppo piccolo».

Tuttavia non è il caso di lasciarsi prendere dall'euforia. «Permangono ancora molte fragilità», aggiunge Napoli, «come quello di una base produttiva poco solida che, ad esempio, non riesce a tener dietro alle richieste della Russia, un partner decisivo per Belgrado ma del quale non si è capaci di soddisfare in pieno le esigenze». E poi ci sono le strozzature del mercato interno, gli squilibri fra nord più sviluppato e sud arretrato e, soprattutto, fra città e campagna: «L'effetto propulsivo delle città non si estende al di là del tessuto urbano, tranne forse a Belgrado, le differenze sono enormi e il benessere delle regioni agricole dipende ancora dall'andamento delle stagioni climatiche».

In compenso oltre ai russi, con i quali è stato appena stilato un accordo quadro che ha messo insieme prestiti e facilitazioni legate al gasdotto South Stream, sono arrivati in massa i turchi, attirati dalla fame di infrastrutture necessarie alla Serbia per costruire su basi più solide il proprio futuro. C'è bisogno di mettere mano a progetti faraonici per costruire ponti, trafori e autostrade, per ammodernare il lento trasporto ferroviario, riconnettere il Paese con il tessuto balcanico circostante e riallacciare Belgrado all'Europa, oltre che a far manutenzione alla vecchia rete ereditata da Tito. «I turchi sono diventati leader europei in questo settore», conferma Napoli, «e appaiono interessatissimi a investire la loro nuova forza economica e imprenditoriale in un'impresa così impegnativa».

Il timore è semmai che uno sviluppo non controllato possa far perdere la testa e minare la stabilità macroeconomica del Paese: «È questo il pericolo dei prossimi anni», conclude il professore, «le improvvise fiammate sono una minaccia per il debito pubblico e per la stabilità del dinaro. In presenza di una bilancia commerciale strutturalmente deficitaria c'è il rischio che esplodano le importazioni, con conseguenti tensioni sui prezzi e sulla moneta nazionale. E le pressioni per l'aumento dei salari, specie nel settore pubblico, potrebbero riaccendere l'inflazione». Le previsioni economiche di primavera, rese note dalla Commissione europea, confermano l'allarme: il debito pubblico, che nel 2012 era a quota 59,3%, è destinato a crescere nel 2013 al 62,1% e nel 2014 al 65,5%.

Ci sarebbe bisogno di equilibrio, qualità finora non troppo diffusa nelle classi dirigenti serbe, per indirizzare la crescita in un Paese segnato da tante differenze al suo interno. Gli squilibri geografici si riflettono sull'intero complesso della società. Da un lato la Serbia ha compiuto passi da gigante nell'adeguamento di interi settori agli standard europei, anche non necessariamente economici, come i diritti umani, la proprietà intellettuale, il sistema giudiziario e addirittura la meteorologia. Dall'altro la criminalità organizzata mantiene un forte impatto sul sistema economico, costituendo un fattore imprescindibile (e dunque un costo aggiuntivo) per ogni imprenditore: rispetto ad altre aree della regione balcanica non arriva a contrapporsi con violenza allo Stato, ma corrompe a fondo l'economia. Non è un caso che nella classifica della corruzione, stilata annualmente da Trasparency International, su 174 Paesi la Serbia occupi la posizione numero 80 con un indice di 39, in compagnia di Cina e Trinidad e Tobago. Se è vero che l'Italia al 72esimo posto (indice 42) non è poi troppo lontana e la Grecia al 94esimo (indice 36) è messa peggio, pesa la distanza con le sorelle balcaniche Slovenia e Croazia (rispettivamente alle posizioni 37 e 62) e appare inarrivabile il miraggio della Danimarca prima della classe.

Ancora due lustri fa, l'Unione Europea deteneva nei Paesi dell'Europa dell'Est una sorta di riserva di fiducia cui attingere per corroborare il progetto della casa comune. Se i vecchi Paesi occidentali mostravano segnali di stanchezza, a oriente la prospettiva dell'ingresso nel club esclusivo di Bruxelles suscitava entusiasmi in un futuro migliore. Fu festa grande nel 2004, quando 10 nuovi membri (8 dei quali appartenenti all'ex blocco sovietico) ingrossarono la carovana europea. Qualche fuoco di artificio in meno salutò tre anni dopo l'arrivo di Romania e Bulgaria: ma almeno a Bucarest e Sofia il salto del guado venne interpretato come la fine di un lungo periodo di dipendenza e miseria.

Oggi la situazione è diversa: l'Ungheria è sfiancata dal declino economico e dalle turbolenze politiche, in Repubblica Ceca l'euroscetticismo ha a lungo albergato nelle stanze del Castello presidenziale e perfino la ridente Polonia tentenna di fronte all'opportunità di adottare la moneta unica. Ma è con l'ingresso della Croazia, programmato per il 1° luglio 2013, che per la prima volta un Paese si appresta a portare nell'Ue un carico di sfiducia pari a quello di chi già fa parte dell'avventura.

Il voto per i deputati europei, con cui il 14 aprile i croati hanno scelto la propria rappresentanza politica nell'assemblea di Strasburgo, è stato un segnale di allarme: bassa percentuale di votanti, sconfitta per i partiti di governo, vittoria delle opposizioni e successo per la formazione populista guidata da Ruza Tomasic. «E il tentativo del governo di minimizzare l'esito elettorale europeo non è una buona reazione», ha commentato l'austriaco Standard, quotidiano sempre molto attento alle dinamiche politico-economiche nei Balcani, «perché segnala un generale disinteresse verso Bruxelles e rafforza la posizione di coloro i quali accusano che i passaggi del Paese sulla strada per l'Europa vengano intrapresi senza tener conto delle opinioni dei cittadini».

L'Unione Europea si profila sempre più non come l'approdo da sempre atteso per chiudere definitivamente la pagina della guerra civile e consolidare il processo democratico avviato dal dopoguerra, ma come una scelta elitaria che non promette nulla di buono. «A due mesi e mezzo dall'ingresso, la Croazia si mostra scettica e attendista», ha proseguito lo Standard, «anche per gli sviluppi della crisi economica nei Paesi vicini, come l'Ungheria, la Slovenia e l'Italia. Tra l'opinione pubblica nessuno crede che le politiche di Bruxelles solleveranno il giovane Stato balcanico dalle miserie quotidiane».

La commissione europea ha valutato in ordine i fondamentali politici, economici e giuridici del futuro ventottesimo membro, nonostante negli ultimi mesi fosse cresciuto lo scetticismo della Germania, uno degli sponsor della prima ora dell'indipendenza croata prima, e della sua membership Ue poi. L'economia, dopo un boom sostenuto per buona parte degli anni Duemila, ha rallentato, subendo poi di riflesso anche la crisi dei vicini più ricchi, gli sloveni innanzitutto. Gli investimenti maggiori sono stati indirizzati nelle banche e nei servizi del terziario, settori che non hanno generato migliramenti della produttività né hanno portato nuove tecnologie. Gran parte dell'economia domestica è orientata al turismo, mentre manca la produzione di beni con i quali conquistare i mercati internazionali. La Croazia avrebbe bisogno di più robusti investimenti dall'estero per rafforzare le sue strutture imprenditoriali ancora troppo gracili, ma gli economisti dubitano che questo accadrà, data la persistenza della crisi nel continente: il deficit di bilancio al 5,8% del prodotto interno lordo è troppo alto e rende l'economia croata vulnerabile. Gli stessi esperti europei hanno avvertito Zagabria di non attendersi alcun boom successivo all'ingresso nell'Ue, come quello di cui hanno beneficiato in passato altri Stati est-europei.

Economisti interni come Vladimir Cavrak, professore all'università della capitale, temono che l'impreparazione complessiva del Paese all'impatto con l'Ue possa al contrario generare disorientamento e shock negativo. A suo avviso, la situazione potrebbe addirittura peggiorare nel primo periodo per il combinato effetto dell'apertura al mercato comune europeo, che proietterà in Croazia i beni prodotti negli altri Paesi membri dell'Ue, e della caduta di esportazioni croate nell'area di libero scambio ex jugoslava, la Cefta: nel primo anno di partecipazione all'Ue, la bilancia import-export della Croazia potrebbe far registrare un calo dello 0,5% sul Pil. Prospettiva condivisa anche da Hermine Vidovic, esperto dell'Istituto per la comparazione economica internazionale di Vienna, per il quale «la cessazione degli accordi Cefta ridurrà la capacità competitiva delle imprese croate nei singoli settori»: un danno che colpirà soprattutto le piccole aziende, che sono la maggioranza, mentre le poche grandi imprese riusciranno a reggere il colpo avendo potuto già delocalizzare la loro produzione in Bosnia-Eerzegovina.

A rileggere oggi le preoccupazioni dei paesi confinanti verso l’apertura definitiva delle frontiere ad Est, viene quasi da sorridere. Nel dicembre del 2007, la fine dei controlli e la libera circolazione dei cittadini dei paesi entrati nell’Unione Europea con l’allargamento del 2004 era stata festeggiata da pochi. Dai paesi interessati, ovviamente. E da qualche politico occidentale, obbligato dal ruolo istituzionale che ricopriva a presenziare i fuochi d’artificio di fronte alle sbarre delle dogane che si alzavano, si spera per sempre.

Giornali e televisioni erano invece piene dei dubbi e delle preoccupazioni degli abitanti delle regioni di confine. In Germania come in Italia o in Austria. Addirittura in Francia, che pure vive geograficamente lo spostamento ad oriente del baricentro continentale con una certa marginalità, era riapparso il fantasma dell’idraulico polacco. Preoccupazioni rilanciate ancora nel maggio 2011, con l’apertura dei mercati del lavoro tedeschi e austriaci, avvenuta con ritardo rispetto ad altri paesi europeo-occidentali. Ci sarebbe stata l’invasione dei vicini. Sarebbe aumentato il traffico del contrabbando. Sarebbe stata aperta la porta ai clandestini. Cruenti fatti di cronaca, purtroppo di ordinaria amministrazione, venivano strumentalmente collegati al fatto che polacchi, baltici, cechi, slovacchi e sloveni potevano fare finalmente quello che tutti gli altri europei facevano da anni: viaggiare liberamente per l’Europa. Il tempo è galantuomo, e questa volta non si è dovuto neppure attendere tanto.

Qualche settimana fa, alcuni autorevoli giornali tedeschi hanno riportato la notizia che, nei primi mesi di nuovo regime, non è aumentato il flusso di migrazione da est. Non si è notato alcun incremento delle attività criminali. Non vi è stato alcun trasferimento in massa di cittadini alla ricerca di posti di lavoro. E’ accaduto semmai il contrario. Sarebbe interessante che dall’Italia giungesse qualche informazione sulla situazione determinatasi all’ex confine tra il nostro Paese e la Slovenia. In Germania, i cronisti alla ricerca di notizie, hanno documentato la rinascita di molte cittadine tedesche del Meklenburgo e del Brandeburgo, che stanno beneficiando del turismo di confine dovuto ai prezzi migliori attirano i consumatori polacchi. Un paradosso: i polacchi non vanno in Germania per acquistare prodotti che in patria non troverebbero, come accadeva un tempo, ma per fare una spesa a buon mercato. Il boom economico della Polonia ha creato una borghesia che spende volentieri ma si è anche riflesso sul livello dei prezzi. Per alcuni beni, la vicina Germania è più conveniente. E la caduta delle formalità burocratiche di confine si sta rivelando, per le asfittiche cittadine dell’ex Ddr, una sorta di manna dal cielo.

D’altronde il trend pare essersi invertito. Se nel periodo dal 2004 al 2007 ha fatto notizia l’esodo dei polacchi verso l’Inghilterra, si stima una cifra di 800mila persone, tanto che le ultime elezioni sono state combattute a Varsavia quanto a Londra, oggi la Bbc si appassiona alla storia di Barbara Wasik, emigrante di ritorno, che ha abbandonato i cieli grigi di Luton per tornare a Wroclaw (l’antica Breslavia) e riprendere il vecchio lavoro di graphic designer che aveva abbandonato nel 2005. Ma oggi la sua paga è triplicata. L’ultimo anno i salari sono cresciuti in Polonia del 6,5 per cento, contro il 2 per cento di Francia e Germania. I livelli non sono certamente ancora gli stessi, ma l’attrazione dei paesi occidentali sta lentamente svanendo: “A Luton la mia vita era solo lavoro – dice Barbara alla Bbc – a Wroclaw ho ritrovato gli amici e il tempo per rilassarmi e divertirmi”. E’ solo la punta di un iceberg e ironizza: “L’ultimo polacco che rientra dalla Gran Bretagna, per favore, chiuda la porta”.

Tornando in Germania, un altro fronte che interessa le regioni di confine è quello degli immobili. Il mercato immobiliare delle ex regioni orientali tedesche era praticamente fermo. Fino a quando non sono arrivati i polacchi, pieni di idee e disposti a investire. Sembra difficile credere alla fascinazione della cucina polacca, eppure funziona. Nella zona di Prenzlau, non molto distante dalla vitale Stettino, ormai è difficile tenere il conto dei ristoranti polacchi inaugurati nell’ultimo anno. Polacchi i proprietari, polacchi i capitali investiti, tedesca la manodopera. Sia quella utilizzata nelle ristrutturazioni degli stabili che quella impiegata nell’attività di ristorazione vera e propria. E se Berlino resta il bacino di clientela al quale attingere, Stettino è diventato il punto di riferimento operativo. Al di là del confine. In un’Europa che non ha più confini.

Preso Ratko Mladic, ci si chiede se la cattura dell’ex capo militare dei serbo-bosniaci, arrivata a tre anni di distanza da quella di Radovan Karadzic, che dei serbo-bosniaci fu il presidente, possa permettere alla Serbia di compiere il grande balzo in avanti sulla strada dell’Europa. L'opinione degli esperti: Luka Zanoni, Gianni De Michelis, Famiano Crucianelli, Demetrio Volcic, Christophe Solioz.

Matteo Tacconi / Radio Europa Unita

Preso Ratko Mladic. Le autorità serbe lo hanno arrestato nella Vojvodina, provincia autonoma situata nel versante settentrionale del paese. Il criminale di guerra, sotto l’identità di Milorad Komodic, è stato fermato grazie a una soffiata. Così almeno riporta la stampa di Belgrado. Ma il racconto e le dinamiche della cattura saranno rese note soltanto al termine dell’indagine aperta sulla vicenda, ha riferito il capo dello stato Boris Tadic durante la conferenza stampa con cui ha annunciato ufficialmente che il “macellaio di Srebrenica” è stato ammanettato.

Il macellaio di Srebrenica, già. L’uccisione di 8372 uomini dell’enclave musulmana bosniaca, avvenuta nel luglio del 1995, è il delitto più grave, un delitto immenso, di cui il generale Ratko Mladic, allora capo dell’esercito serbo-bosniaco, dovrà rispondere al Tribunale internazionale dell’Aja per i crimini nell’ex Jugoslavia, che già in quello stesso anno spiccò nei suoi confronti un mandato di cattura.

Forse più avanti si verrà a sapere con precisione dove e come Mladic ha trascorso i suoi anni di latitanza. Belgrado, Mosca, Salonicco, Atene, la repubblica serba di Bosnia sono solo alcuni dei luoghi dove, s’è detto, sarebbe transitato. Se ne saprà di più anche su coperture e protezioni di cui ha goduto. Ma anche qui aggiungiamo: forse. Perché non è detto che tutto questo venga fuori. Al momento l’unica certezza – ma che certezza – è che Mladic non è più latitante e che verrà processato in Olanda. È questo, dopotutto, ciò che conta.

Preso Ratko Mladic. Adesso ci si chiede se la cattura dell’ex capo militare dei serbo-bosniaci, arrivata a tre anni di distanza da quella di Radovan Karadzic, che dei serbo-bosniaci fu il presidente, possa permettere alla Serbia di compiere il grande balzo in avanti sulla strada dell’Europa. «L’arresto di Mladic – afferma il balcanista Luka Zanoni, direttore del portale Osservatorio Balcani e Caucaso – è senza dubbio la notizia più importante di questi sedici anni, il periodo intercorso da Srebrenica a oggi. Boris Tadic, ieri, ha spiegato che la Serbia deve ancora lavorare molto e che la collaborazione con l’Aja non è ancora terminata. Del resto sulla lista dei ricercati figura ancora Goran Hadzic (l’ex numero uno dei serbi di Croazia, ndr). Tuttavia Belgrado, con l’arresto di Mladic, si può presentare con il morale alto davanti agli europei». Europei che, sostiene Gianni De Michelis, ministro degli esteri italiano al tempo del crollo della Jugoslavia, avvenuto proprio vent’anni fa, «si dovranno finalmente ricredere sul fatto che l’ingresso della Serbia in Europa non solo è giusto, ma è anche necessario».

Dello stesso avviso Famiano Crucianelli, sottosegretario agli esteri con delega ai Balcani nell’ultimo esecutivo Prodi, che spiega: «Mladic era un’ipoteca sullo sviluppo democratico della Serbia e sul suo processo di integrazione in Europa. Processo che, da domani, subirà inevitabilmente un’accelerazione e porterà la Serbia a guadagnarsi il rango di paese candidato all’adesione». È possibile, tra l’altro, che arrivi già entro quest’anno, se è vero che a metà giugno – così pare – la commissione europea dovrebbe raccomandare al consiglio, a maggior ragione dopo la grande notizia di ieri, di conferire a Belgrado tale status.

Di spostamento in avanti dei tempi dell’adesione serba parla anche Demetrio Volcic, ex inviato e direttore del Tg1. «Se consideriamo che il dialogo serbo-europeo era già intenso, con una serie di investimenti economici e politici, ora non possiamo che assistere a uno scatto, fermo restando che i tempi per l’adesione sono ancora lunghi».

Lunghi sono stati, a proposito di tempi, anche quelli della cattura sia di Karadzic che di Mladic. Potevano arrivare entrambe prima? Sicuramente. Si poteva rendere giustizia alle vittime senza aspettare così a lungo? Certo che sì. C’è da dire, però, che i tempi lunghi sono stati in una certa misura inevitabili. «È chiaro che chi reclama giustizia vorrebbe che le cose andassero sempre più speditamente. Tuttavia dobbiamo considerare che la scelta della comunità internazionale è stata quella di responsabilizzare la Serbia, di fare catturare Karadzic e Mladic dalle autorità di Belgrado. Questa opzione s’è intrecciata con gli equilibri interni della Serbia. Non poteva andare diversamente», ragiona Christophe Solioz, segretario generale del Centre for Integration Strategies di Ginevra, rispettato think tank sui Balcani. Su tale aspetto interviene anche Volcic: «Evidentemente le forze politiche serbe che vogliono avvicinarsi all’Europa sono riuscite a persuadere chi proteggeva Mladic, con molta probabilità esponenti nazionalisti dei servizi e dell’esercito, a consegnarlo e a dare quindi la priorità alla questione europea».

La partita tra forze democratiche e nazionalisti, quindi, sembra deporre a favore dei primi. Già da tempo, a dirla tutta, secondo l’opinione della maggioranza degli osservatori. «La Serbia è cambiata, definitivamente. Non è un caso, dopotutto, che il Partito radicale (la forza più oltranzista e nazionalista dello scacchiere politico, ndr) conti ormai abbastanza poco e che la sua costola secessionista, guidata da Tomislav Nikolic e in forte ascesa, appoggi l’ingresso in Europa», ricorda De Michelis. Risulta così difficile che la cattura di Mladic abbia ripercussioni interne e che rinfocoli i sentimenti sciovinisti. Boris Tadic non ha compiuto un azzardo. «Penso – dice Crucianelli – che il vero scoglio, per i serbi, sia stato il Kosovo. Possono accettare tranquillamente la cattura di Mladic, visto che hanno digerito la perdita dell’ex provincia». Ex provincia che, secondo gli esperti, non costituirà un ostacolo sulla strada verso Bruxelles. Non al momento. L’Europa, infatti, non ha intenzione di vincolare il processo di integrazione serbo al riconoscimento del Kosovo.

Preso Ratko Mladic. La morale di questa storia? La Serbia ha dimostrato di avere sviluppato una certa maturità, s’è resa credibile e c’è da ritenere che qualche pregiudizio sul suo conto, finalmente, verrà meno. La marcia verso l’Europa non sarà in discesa, ma procederà – questo sì – più rapidamente. Il merito, però, non è da attribuire in via esclusiva a Belgrado. Anche l’Europa ha fatto la sua parte. «La scelta di tenere sempre aperto il dialogo e l’investimento sulla responsabilizzazione della classe dirigente hanno premiato. Questo – a parlare è Solioz – indica che il soft powerdell’Ue, spesso deriso, può dare grandi risultati. L’Europa, tenendo aperta la prospettiva d’integrazione, ha portato la Serbia a perseguire la cattura di Karadzic e Mladic. Ma non basta: ha anche stimolato il processo di riconciliazione, comunque ancora difficile da blindare, favorendo gesti importanti come le visite di Tadic a Srebrenica e Vukovar (città croata che nel ’91 i serbi rasero al suolo, ndr). Fatti, questi, che fino a qualche anno fa erano impensabili».

(Pubblicato su Europa via Radio Europa Unita)

Foto di Matteo Tacconi