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Questioni di confine. Nella Germania riunificata non è solo la vecchia frontiera interna a Berlino ad aver suscitato polemiche, con le manifestazioni contro la distruzione di uno degli ultimi resti del Muro all'altezza dell'East Side Gallery. Ora a dividere fronti contrapposti è anche il limes che per 41 anni ha separato la Germania Ovest dalla Germania Est: una striscia lunga 1400 chilometri e larga fino a 5 chilometri, dal golfo di Lubecca sul Baltico al confine fra Baviera, Sassonia e Boemia, creata nel 1949 dopo la nascita dei due Stati tedeschi e scomparsa dalle mappe politiche solo nel 1990 con la caduta della Ddr.

Oggetto della contesa è il progetto di tutela ambientale denominato Grünes Band (Nastro verde), varato all'indomani della caduta del Muro di Berlino dall'Unione tedesca per la difesa dell'ambiente, il Bund für Umwelt und Naturschutz Deutschland, e il Land della Turingia, che prevedeva di realizzare una lunga striscia di riserva naturale laddove per quattro decenni filo spinato, torrette militari e strade pattugliate dai soldati di confine sorvegliavano la frontiera fra i due Stati tedeschi. Un piano che è parte di un'iniziativa ancora più ambiziosa, l'European Green Belt, varata nel 2004 sotto il cappello del World Conservation Union, e che dovrebbe trasformare in una strada verde verticale lunga 8500 chilometri la vecchia cortina di ferro che negli anni della Guerra fredda tagliava in due l'intera Europa, dal Mar Artico al Mar Nero, attraversando 24 Stati europei.

Il Grünes Band è il tratto mitteleuropeo del progetto e, secondo i piani stabiliti, la sua realizzazione dovrebbe ora entrare nella fase 2. Senonché, negli oltre 20 anni trascorsi dalla caduta del confine, la striscia rimasta indenne dall'assalto del cemento è diventata non solo il nuovo habitat di animali un tempo scomparsi dalla faccia del continente ma anche un fruttuoso terreno per il ritorno delle coltivazioni. «Gli agricoltori delle regioni un tempo confinanti si sono riappropriati dei terreni», ha scritto la Welt, «sfruttando questa terra rossa particolare, capace di immagazzinare a lungo l'acqua piovana. Sono tornati a lavorare quei campi che già i loro antenati coltivavano in passato e ora vedono il progetto ecologista come un vero e proprio esproprio».

Il ritorno a una normalità agricola è diventato oggetto di un aspro dibattito. A Eichsfeld, centro agricolo cattolico al confine settentrionale fra la Turingia e l'Assia, ambientalisti e agricoltori si contendono campi, superfici e prati: i primi spingono per realizzare le loro nicchie ecologiche, i secondi vogliono difendere i terreni ereditati. I responsabili delle organizzazioni contrapposte parlano linguaggi differenti: «Achim Hübner, direttore dell'associazione degli agricoltori di Gottinga, in Assia, utilizza termini bellici per la diatriba, chiamandola una battaglia per gli ettari», ha proseguito il quotidiano tedesco, «Holger Keil, responsabile della fondazione naturalistica Heinz Sielmann di Duderstadt accusa la controparte di un gigantesco conflitto d'interesse. I contadini temono di veder andare in fumo l'opportunità di una rinascita agricola che rappresenta il motore economico dell'intera regione».

I politici locali si ritrovano nel mezzo dello scontro. Nei primi anni della riunificazione, tutti i partiti hanno appoggiato il progetto del Nastro verde, supportando il genio visionario di Heinz Sielmann, un produttore di documentari naturalistici che lanciò per primo l'idea di trasformare in un idillio ambientalista quella che per 40 anni era stata una ferita inferta alla natura: il modo più originale di realizzare un memoriale alle assurdità della storia. Nel frattempo però, assieme alla fauna attratta dalla tranquillità della riserva, sono arrivati anche gli alberi da frutta: prugne, albicocche, ciliege, mele. I rigidi regolamenti che avrebbero dovuto preservare l'area dall'intromissione dell'uomo sono stati disattesi per l'incertezza delle norme di applicazione. Il problema è anche che a contrapporsi non sono ambientalisti e costruttori, ma due mondi che hanno una diversa idea di utilizzare la natura.

A Eichsfeld più di 40 sigle di associazioni agricole si sono unite per protestare contro l'organizzazione attuale del progetto di tutela naturalistica e la cittadina di Duderstadt è stata invasa per due settimane dalle dimostrazioni di circa 300 agricoltori. Sul fronte opposto, 250 ambientalisti hanno organizzato una marcia di trekking fra le due città con un concerto finale a sostegno del Grünes Band. È uno scontro che ha sconvolto la tradizionale tranquillità di queste regioni agricole e che dovrà trovare in qualche modo una soluzione: «Stefan Wenzel, ministro verde per l'Ambiente del Land confinante della Bassa Sassonia, sa che senza l'appoggio dei contadini il Nastro verde è destinato a fallire», ha concluso la Welt, « il progetto naturalista verrà portato avanti ma solo dopo aver concordato con gli agricoltori i giusti compromessi».

Finora la biografia politica di Angela Merkel negli anni della Ddr era stata raccontata come un capitolo poco affascinante: nessuna partecipazione attiva, un attento equilibrismo fra le organizzazioni giovanili del regime cui era obbligatorio aderire per non perdere le opportunità di studio, distanza anche dai movimenti di opposizione che prepararono il terreno per la Wende, la svolta. Narrano le cronache che la notte in cui cadde il Muro la futura cancelliera della Germania riunificata non rinunciò alla tradizionale serata in sauna e celebrò più tardi l'evento, senza troppa passione, bevendo una birra in una kneipe di Berlino est con una sua amica.

Solo dopo i rivolgimenti politici optò per la sua personale discesa in campo, prima nel piccolo raggruppamento moderato Partenza democratica (Demokratischer Aufbruch), poi nella più grande Cdu, che scalò a passo di carica negli anni Novanta sfruttando il declino del suo mentore Helmut Kohl, defenestrandolo quando fu invischiato nello scandalo dei fondi neri al partito.

Ora una nuova biografia di Angela Merkel, l'ennesima pubblicata in questo anno elettorale, promette di cambiare le carte in tavola e di capovolgere i tasselli della memoria. Lo hanno scritto due giornalisti politici dei principali quotidiani conservatori del Paese, Ralf Georg Reuth della Bild e Günter Lachmann della Welt (scuderia Springer), uscirà in libreria martedì 14 maggio per la Piper Verlag di Francoforte e già dal titolo si presenta come un romanzo del mistero: «La prima vita di Angela M.».

I due autori, immersi per anni in lunghe ricerche sul periodo giovanile trascorso da Merkel nella Germania comunista, sostengono di aver trovato prove sicure che l'allora studentessa di fisica sia stata molto più vicina al regime di Erich Honecker di quanto è stato raccontato finora. In particolare, negli anni del suo lavoro all'Accademia degli scienziati della Ddr, Angela Merkel fu una funzionaria e ricoprì dal 1981 il ruolo di segretaria della Fdj, l'organizzazione giovanile del partito, responsabile per l'agitazione e la propaganda. Circostanza che la cancelliera aveva sempre smentito. Inoltre era presente nella direzione del consiglio di fabbrica, ma di questa sua esperienza sindacale esistevano già delle fotografie.

Reuth e Lachmann sono convinti di aver trovato le prove documentali finora mancanti per riscrivere la biografia giovanile della cancelliera, che sarebbe stata dunque molto più politica di quel che si riteneva. Prove che invano hanno ricercato politologi di prestigio, come ad esempio Gert Lanngut, forse il conoscitore più esperto di storia della Cdu, che aveva finora sempre ridimensionato le voci ricorrenti di un impegno politico della cancelliera negli anni vissuti nella Ddr. «Angela Merkel non è piombata in politica come un'outsider nel dicembre del 1989, come ha sempre sostenuto», hanno dichiarato i due giornalisti, che già pregustano il clamore che il loro libro è destinato a suscitare e che verrà anticipato con ampi stralci nella edizione di lunedì 13 maggio sullo Stern: «Anzi, fu già attiva molto prima della svolta nel movimento Partenza democratica e, a quei tempi, non era affatto favorevole alla riunificazione della Germania ma sosteneva la riforma nel socialismo democratico di una autonoma Ddr». Una posizione allora condivisa anche da molti intellettuali critici ma non ostili al regime, come la scrittrice Christa Wolf.

Gli autori hanno rivelato di aver potuto ricostruire il passato della cancelliera attraverso documenti inaccessibili, in gran parte di proprietà privata, e con decine di interviste a testimoni di quel tempo che finora avevano taciuto. Il sospetto che ora avanzano nel nuovo libro è che la cancelliera abbia successivamente «armonizzato i passaggi della sua precedente esperienza nella Ddr con i requisiti di una militanza cristiano-democratica». Una sorta di abbellimento del passato che spiegherebbe in qualche modo la sua ritrosia ad addentrarsi pubblicamente nei ricordi di quegli anni. E, secondo i critici conservatori della donna più potente del mondo, spiegherebbe anche la linea politica socialdemocratica imposta al partito, così lontana dalla tradizione dei suoi padri nobili, Konrad Adenauer ed Helmut Kohl.

La rapida ascesa di Angela Merkel sulla scena politica della Germania riunificata è stata resa possibile dalle straordinarie condizioni determinate dal rivolgimento politico di quei mesi, è la tesi del libro, e in particolare dal supporto ottenuto da due personaggi chiave: Wolfgang Schnur, capo del movimento riformista Partenza democratica e Lothar de Maizière, leader della Cdu orientale e ultimo capo di governo della Ddr prima della riunificazione (nonché zio dell'attuale ministro della Difesa Thomas de Mazière, uomo forte della Cdu merkeliana): «Curioso che entrambi i leader citati si siano poi rivelati informatori non ufficiali della Stasi». La fase di transizione che portò alla riunificazione resta, a distanza di oltre vent'anni, un capitolo ancora da indagare in in molti meandri: il caos del momento, le necessità della Germania ovest di operare con partiti alternativi alla Sed che tuttavia erano stati abbondantemente infiltrati negli anni della dittatura, le smanie di riciclaggio dell'apparato comunista sconfitto, tutto concorse a un processo disordinato che potrebbe rivelare ancora sorprese.

Quanto all'accusa di aver voluto tirare un colpo basso elettorale pubblicando il libro proprio a pochi mesi dalle elezioni del 22 settembre, i due giornalisti si sono scherniti: «Il libro esce in questo momento semplicemente perché ora lo abbiamo finito. Abbiamo anche cercato di parlare con la cancelliera, per confrontare con lei le nostre scoperte, ma il suo portavoce ci ha riferito che non aveva tempo per rispondere alle nostre domande».

(Pubblicato su Lettera43)

L'immagine dell'Italia politica in Germania è stata per lunghi decenni incarnata da Giulio Andreotti. Inevitabile dunque che la notizia della morte del sette volte presidente del Consiglio abbia occupato uno spazio di riguardo sulla maggior parte dei quotidiani tedeschi del 7 maggio. Lunghe ricostruzioni storiche, ampie biografie, un po' di aneddoti sulla vita di un uomo che, nonostante un carattere schivo e riservato (o proprio per questo) aveva fatto parlare di sé fino a poco più di un ventennio fa.

Non è comparsa invece alcuna ricostruzione su un passaggio in cui l'esperienza politica di Andreotti, nel 1989 premier per la penultima volta, si è intrecciata con l'evento più importante della storia tedesca del dopoguerra: la riunificazione. Curiosamente nessun ricordo e nessun commento su una frase, pronunciata nel 1984, che pure è rimasta scolpita come un colpo di spada nella memoria collettiva dei tedeschi: «Amo così tanto la Germania che vorrei due». Venne riesumata nei mesi convulsi in cui, caduti il Muro di Berlino e il regime di Erich Honecker, Helmut Kohl e Hans-Dietrich Genscher correvano contro il tempo ma con il vento della storia in poppa per assicurare tutte le toppe diplomatiche al sogno di generazioni della Germania post-bellica.

Fu una fase in cui, ottenuto il via libera da Washington e assicuratasi la collaborazione interessata dell'Unione Sovietica (riunificazione in cambio di generosi finanziamenti al sistema traballante di Michail Gorbaciov) restava soltanto da tranquillizzare i riottosi partner europei. In realtà era una partita dall'esito scontato, tanto forte era la corrente dei cambiamenti epocali. Margaret Thatcher batteva inutilmente i pugni sul tavolo, François Mitterrand provava a strappare in cambio un'alleanza di ferro in chiave europea (scaturirà da qui l'accelerazione sull'Unione e la nascita dell'euro), l'Italia poteva opporsi con ancora meno strumenti. Ma quella frase di Andreotti riesumata gelò Helmut Kohl, che pensava di contare sull'appoggio del partito europeo alleato di più lungo corso: la Democrazia cristiana.

I corrispondenti italiani più anziani, allora acquartierati nella piccola capitale politica di Bonn, ricordano ancor oggi il gelo con cui i dirigenti tedeschi interpretarono quell'episodio, nonostante la posizione italiana, rappresentata proprio da Andreotti come capo del governo e Gianni De Michelis come ministro degli Esteri, fosse la più favorevole alla riunificazione tra quella dei Paesi che contavano in Europa.

Nulla di tutto questo è invece apparso nelle ricostruzioni dei quotidiani tedeschi e resta da capire se si tratta di un nervo rimasto scoperto a distanza di oltre vent'anni o se le nuove generazioni di cronisti abbiano tutte la memoria corta. Sono prevalse invece biografie generali sulla vita politica di Andreotti, prive in verità di grande originalità. «Un tattico scaltro e un uomo di potere», ha scritto la Frankfurter Allgemeine Zeitung, «il politico più importante della Democrazia cristiana, la cui figura ha diviso l'Italia. Per i suoi avversari è stato uno dei politici più corrotti del Paese, per i sostenitori l'uomo che ha salvato lo Stato dalla presa del potere dei comunisti. Gli amici lo descrivevano come un politico colto e riservato, diligente e discreto. La sua immagine ha oscillato fra quella del divo Giulio e di Belzebù».

Sulla falsariga anche le biografie della Süddeutsche Zeitung e della Welt, con il racconto della sua lunga e controversa carriera di uomo di governo e dei misteri d'Italia, dalla vicenda Pecorelli al caso Moro fino ai rapporti con Michele Sindona e Licio Gelli, e la storia delle accuse di rapporti con la mafia siciliana sfociata nel processo a Palermo dopo la caduta della prima Repubblica e la fine del suo potere.

Oltre alla dimenticanza della vicenda legata alla riunificazione, è mancata nella stampa tedesca un'adeguata ricostruzione dei rapporti fra Germania e Italia che possono leggersi anche attraverso lo stretto legame fra i due partiti democristiani (Cdu e Dc) che hanno costituito i pilastri della rinascita democratica dopo il nazifascismo e la seconda guerra mondiale: a dispetto dei 51 governi della prima Repubblica italiana e dei 16 della Bunderepublik nello stesso arco temporale, la storia democristiana tedesca dei 40 anni successivi alla guerra deve essere raccontata attraverso i nomi di Konrad Adenauer, Ludwig Ehrard, Kurt Georg Kiesinger ed Helmut Kohl. Per quella italiana potrebbe anche bastare il solo nome di Giulio Andreotti.

L'unico sforzo di originalità lo ha compiuto l'Handelsblatt che ha inquadrato la morte di Andreotti negli sviluppi politici italiani attuali: «Il sistema della prima Repubblica basato sui compromessi politici sembrava essere stato definitivamente superato dopo lo scandalo di Mani Pulite lasciando spazio a una contrapposizione bipolare fra destra e sinistra», ha osservato il quotidiano economico, «ma la cosiddetta seconda Repubblica non ha funzionato e il governo Monti prima, quello Letta oggi si sono basati sull'unione delle componenti più moderate e sull'esclusione di quelle più estreme. Così, proprio nel momento della sua morte, il sistema andreottiano sembra tornare in vita. La speranza è che il nuovo premier Letta abbia trovato almeno un compromesso reale e durevole, perchè un completo ritorno del modello Andreotti sarebbe devastante per l'Italia».

 

Da un lato uno storico museo sul comunismo, messo su quando ancora c'era il Muro da un bizzarro collezionista, poi allargatosi caoticamente negli ultimi anni con i cimeli raccolti dopo la caduta della Ddr. Dall'altro, una fila interminabile di fast food che emanano odori forti: kebab, currywurst, spaghetti cinesi e hamburger di Mc Donald's. In mezzo, tra le auto che faticano a farsi strada, una moltitudine di turisti, aggrappata agli immancabili falsi soldati americani e sovietici per una foto ricordo o assiepata attorno al falso gabbiotto dove erano asserragliati i soldati dell'Us Army. Tutt'intorno, negozi di souvenir e bancarelle che espongono ogni genere di paccottiglia sovietica, vera e più spesso falsa, a prezzi sproporzionati.

Così si presenta uno dei luoghi storici di Berlino, il Checkpoint Charlie, il posto di controllo più famoso della guerra fredda. Per 40 anni, su questa frontiera si sono guardate in cagnesco le truppe delle potenze che avevano conquistato la capitale tedesca alla fine della seconda guerra mondiale. Gli Alleati da un lato, i sovietici dall'altro. Qui sono avvenuti alcuni dei tentativi più spettacolari di fuga, molti conclusisi tragicamente. Qui, in qualsiasi istante, un movimento falso o un ordine mal eseguito potevano far scoppiare un nuovo conflitto globale. Oggi la zona è più nota col soprannome di Snackpoint Charlie.

Un festival del kitch che nulla restituisce dei momenti drammatici che si sono vissuti su questo incrocio tra la Friedrichstrasse, la Mauerstrasse e la Zimmerstrasse. Domenica 8 aprile, il giorno di Pasqua, sono cadute anche le palizzate che nascondono una delle poche aree rimaste libere, per l'inaugurazione di una nuova struttura: il Freedom Parks».

Già il nome non prometteva bene. Gli autori del progetto sono convinti che sarà uno spazio di intrattenimento del tutto compatibile con il significato storico del luogo. Ci sono otto grandi box di vetro. Uno è destinato alla vendita di würstel, un altro vorrebbe essere il primo Mauershop di Berlino: sugli scaffali sono esposti dieci pezzi del vecchio Muro, ritrovati miracolosamente durante gli scavi. Per cifre oscillanti tra i cinque e i 35 euro, i turisti possono recuperare il tempo perduto e accaparrarsi uno degli ultimi pezzi originali del simbolo della città divisa».

Chissà cosa conterranno gli altri cubi di vetro. Per bilanciare, metà dei 3 mila metri quadrati dell'area sono occupati da un'installazione panoramica realizzata dall'artista Yadegar Asisi, che dovrebbe far tornare alla memoria la visuale che si aveva ai tempi del Muro dal quartiere di Kreuzberg. «Si tratta di una struttura simile a un gasometro in miniatura», ha rivelato l'ideatore alla Berliner Zeitung, «nel quale vengono proiettate scene di vita quotidiana negli anni della città divisa, a Est come a Ovest».

Facile temere che anche il Freedom Park entrerà a far parte di questa sorta di Disneyland della guerra fredda sorta senza criterio. Un progetto privato realizzato da un investitore irlandese di cui non è stato svelato il nome. Un altro quotidiano, la Berliner Morgenpost, si è chiesto: «Che cosa significherà questo per lo sviluppo dell'intera zona? È una resa definitiva al commercio? O il nuovo progetto riuscirà davvero a onorare il valore storico di questo luogo?».

I turisti non sembrano porsi troppi problemi. Il Checkpoint Charlie resta il sito più visitato di tutta Berlino, più della stessa Porta di Brandeburgo. E anche se di storico sono rimaste solo le foto d'epoca appese alle palizzate che circondano due aree non ancora edificate, è qui che i visitatori accorrono con l'illusione di respirare l'atmosfera della città divisa. Il museo degli Alleati, realizzato nel periferico quartiere di Zehlendorf vicino all'ex quartier generale americano, e che espone il gabbiotto originale che una volta sostava al Checkpoint Charlie, non attira più di 65 mila visitatori l'anno. Chi volesse ascoltare l'altra campana potrebbe visitare il Deutsche-Russische Museums nel quartiere orientale di Karlshorst, sede del comando sovietico: ma sono in pochi a farlo. E anche il memoriale a cielo aperto realizzato dalla Stiftung Berliner Mauer in un altro luogo simbolico, la Bernauer Strasse, che pure vanta quasi un chilometro e mezzo di Muro originale, è poco visitato.

Così, se i berlinesi storcono il naso e cercano di evitare il Checkpoint Charlie, i turisti vi accorrono in massa, per nulla turbati dall'atmosfera artificiale e carnevalesca. «È la testimonianza di come Berlino non sia mai riuscita ad andare d'accordo con la memoria storica del Muro», ha proseguito la Morgenpost, «fin da quando, nei giorni immediatamente successivi alla sua caduta, l'ordine venuto dall'alto fu quello di demolire tutto, il più in fretta possibile».

Sbriciolare il passato e costruirci sopra un'idea di futuro è in fondo sempre stato il filo conduttore di questa città, quella speciale Berliner Luft, aria berlinese, che si respira a pieni polmoni sognando di inseguire il mito di sempre, New York. Una corsa in avanti che non ha evitato i tragici inciampi nella storia. E anche adesso che i tanti fantasmi del passato non sembrano ripetibili, la Disneyland del Checkpoint Charlie lascia in fondo un retrogusto amaro, quello della banalità.

Riproponiamo ai lettori un articolo pubblicato nel 2009, in occasione del ventennale della rivoluzione di velluto, che ripercorre le tappe della vita intellettuale e politica di Vaclav Havel. Il titolo originale era: la dissidenza come scelta morale. Sul drammaturgo ceco, catapultato dalla dissidenza artistica al proscenio politico del paese, si possono scrivere centinaia di articoli. Ma per celebrarne la figura dopo la sua morte, ci è sembrato più significativo rinunciare al classico "coccodrillo redazionale" e riproporre una biografia scritta quando era ancora in vita. Perché, senza troppa retorica, uomini come Vaclav Havel in verità non muoiono mai.

Quella di Vaclav Havel è forse la parabola più bella tra quelle che la storia ha saputo scrivere nell’anno fatale del 1989. Il dissidente per eccellenza, l’intellettuale, lo scrittore e il drammaturgo che aveva pagato con il carcere l’iniziativa di Charta ’77 –  «l’associazione libera e aperta di persone» che con l’appello al rispetto basilare dei diritti dell’uomo rappresentò una delle iniziative di dissenso più importanti di tutta l’Europa orientale – prese la leadership della rivoluzione di velluto e arrivò fin su al Castello, la splendida cittadella in cima alla collina di Praga, il luogo del potere.

Da rivoluzionario a presidente, nonostante un carattere timido e pacato. Sembra una delle storie magiche di Bohumil Hrabal, il funambolico scrittore praghese scomparso dodici anni fa, e invece è una storia vera, di quelle che possono realizzarsi solo nelle brume di una città come Praga. Oggi che Havel ha chiuso la sua esperienza politica, lasciando il proprio paese orfano di una guida equilibrata e rispettata, le sue memorie sono linfa preziosa in un continente agitato da troppe tensioni e non ancora assestatosi dopo le scosse di venti anni fa. Seduto a disagio su una poltrona che sembra invece comodissima nei saloni della Società tedesca di politica estera, l’autorevole think tank berlinese immerso nel verde del quartiere diplomatico, Havel quasi si schermisce di fronte alla platea che lo applaude qualsiasi cosa dica. Sembra imbarazzato da tanto calore, eppure riesce a trovare frasi non banali che suscitano ulteriori applausi: «Le difficoltà che oggi viviamo si possono superare solo con un forte senso morale. L’ordine morale è la condizione nella quale la libertà può svilupparsi nella cultura e anche nell’economia». È il filo conduttore della sua vita: «Non sono mai stato un moralista che dice agli altri cosa è giusto fare. Non ho programmato di diventare un dissidente. Semplicemente, mi sono trovato di fronte un problema morale e ho fatto un passo in avanti. Il resto è stata una conseguenza».

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Le speranze della primavera del 1968 erano appassite in un rigido inverno di restaurazione. La Cecoslovacchia dopo Dubcek era diventata uno degli stati più chiusi dell’intero universo comunista e lo stesso Havel, che non aveva avuto vita facile sotto il regime perché la sua famiglia era stata accusata di essere benestante e di simpatie filo-tedesche, venne bandito dal teatro e scivolò nei sotterranei del contropotere avviando una carbonara attività politica. Charta ’77 fu figlia di due avvenimenti: la mancata attuazione degli impegni presi dalla Cecoslovacchia sui diritti umani con la firma del trattato di Helsinki (un fattore che si rivelerà importante nella lotta dei dissidenti in tutta l’Europa dell’Est) e l’arresto dei componenti di una band praghese di musica psichedelica, i Plastic People of the Universe. L’esperienza di Charta ’77 fu dirompente nell’ambiente dell’opposizione underground perché, nonostante l’evidente cifra politica dell’associazione, si qualificava più come un comitato civico capace di aggregare personalità ideologicamente distanti. Scriveva Havel nel 1986: «Charta ’77 è, come è noto, un’iniziativa civile in cui sono riunite persone molto diverse tra loro […] tra i membri attivi ci sono molte persone fortemente caratterizzate dal punto di vista politico o spirituale, socialisti, cattolici, protestanti, democratici e così via […] ma non si tratta affatto della maggioranza, la maggioranza dei firmatari di Charta ’77 infatti, al contrario, non si identifica in un’ideologia concreta, in un programma politico, né tanto meno in un gruppo religioso […] e anche se così non fosse, e tutti i firmatari fossero fino all’ultimo personalità dal netto profilo politico, questo non cambierebbe nulla rispetto alla base esclusivamente civile e non marcata dal punto di vista ideologico o politico attorno alla quale è sorta Charta ’77 e si sono riuniti i suoi firmatari».

L’associazione praghese anticipava dunque, già a metà degli anni Settanta, i movimenti civici e borghesi che saranno il motore propulsivo delle rivoluzioni in Europa orientale nel 1989 e anche quelli che, in ambiente democratico, si svilupperanno nell’Europa occidentale alla fine della stagione delle ideologie. E si differenziava – fornendo al contempo un’alternativa nel panorama del dissenso est-europeo – dal movimento prettamente sindacale nascente in Polonia. Richard von Weizsäcker, che fu presidente tedesco nel decennio a cavallo della riunificazione e che siede di fianco ad Havel in questa serata berlinese, ne loda proprio questo aspetto: aver superato la logica dei partiti con un’associazione che mobilitasse i cittadini. Lui si schernisce: «Il dissidente non è uno status simbol o un lavoro. In un dato momento si fa una scelta senza pensare di ottenere titoli di merito per il futuro. Non vorrei sembrare naïve, ho avuto successo in politica ma poteva andare diversamente». Quando anche la Cecoslovacchia si mise in moto nel novembre 1989, con gli studenti che rioccuparono piazza San Venceslao per non lasciarla mai più, Havel trasformò il suo impegno civico in azione politica. Prese la leadership dell’opposizione, si sedette al tavolo di una difficile trattativa con il partito comunista, si assunse la responsabilità di condurre sul velluto una rivoluzione che poteva in qualsiasi momento sfociare nel sangue.

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E divenne presidente della Repubblica, garante verso i cittadini che il totalitarismo sarebbe stato abbattuto e che la Cecoslovacchia avrebbe ripreso la strada verso l’Europa interrotta vent’anni prima dai carri armati sovietici. Si presentò sul balcone assieme al vecchio Dubcek, chiudendo un cerchio magico ricco di suggestione. Poteva accadere solo nella terra di Kafka e Hrabal, di Hasek e di Kundera. Nel 1993 pilotò con saggezza anche la scissione tra Cechia e Slovacchia, stemperando i nazionalismi ed evitando uno scenario balcanico nel cuore della Mitteleuropa. Lo sguardo sull’oggi è quello di un padre della nuova patria europea pieno di comprensione per le traiettorie irregolari della vita: «Le nuove generazioni possono valutare meglio e superare il passato, perché sono libere dalle tensioni che l’hanno condizionato. Il comunismo è stato un fenomeno complesso, non avevamo alcuna esperienza della sua natura. Ma anche il post-comunismo è stata una fase delicata, perché anche per esso non avevamo un libro guida che ci dettasse la rotta. Comprendo, anche se non condivido, coloro che oggi votano comunista. Gli anziani hanno vissuto tutta la loro vita in quel sistema, gli amori, il lavoro, il tempo cancella i ricordi brutti e rimanda solo quelli più belli». È il lascito dei tempi passati che incombe ancora oggi su nazioni che hanno vissuto molte lacerazioni nel passaggio ad un sistema politico ed economico nel quale non tutti hanno trovato il loro posto. È una forma di malinconica nostalgia che deforma il giudizio e instilla pessimismo. L’antitodo non è una contro-battaglia ideologica, più semplicemente una presa di posizione morale. Parola di dissidente.