Vai al contenuto

SULL’EUROPA IL VENTO DEL NORD

Il 12 settembre 2012 potrebbe restare un giorno memorabile nel calendario europeo. Dopo mesi di catastrofi finanziarie, paure, spread fuori controllo, notizie negative che apparivano inarrestabili, il doppio colpo assestato da Karlsruhe e L'Aia ha rimesso in piedi un pugile che sembrava destinato a rimanere al tappeto. Non è ancora un kappaò e di certo è troppo presto per condividere l'euforia di una svolta. Ma è indubbio che l'atmosfera sia di colpo cambiata.

Il processo messo in moto la settimana precedente dalle decisioni della Bce di Mario Draghi ha preso consistenza con la sentenza della Corte costituzionale tedesca e ha trovato una sua legittimazione democratica nell'esito del voto olandese. Nonostante i condizionamenti noti e quelli futuri imposti dalla Corte, il governo tedesco ha ottenuto il via libera per garantire la sua quota di partecipazione al meccanismo di aiuti permanente. Il tanto temuto agosto è ormai alle spalle, l'Europa ha guadagnato altro tempo e ora si tratterà di capire se riuscirà a utilizzarlo al meglio per venire a capo della crisi.

L'applauso dei parlamentari europei, riuniti nella seduta plenaria di Strasburgo, ha sancito platealmente il respiro di sollievo tirato a Bruxelles. Tanto che pure il timido presidente della Commissione José Manuel Barroso, finora criticato per il profilo basso e un certo grigiore burocratico, ha trovato il coraggio di lanciare il cuore oltre l'ostacolo e di annunciare il progetto di istituire una vigilanza bancaria europea e di avanzare verso una federazione di Stati attraverso un nuovo trattato. A smorzare gli ardori, sono già arrivati i paletti innalzati da alcuni Stati membri.

Che il colpo di reni sia venuto da Germania e Olanda, due Paesi finora sul banco d'accusa per lo scarso senso di solidarietà continentale, è un paradosso di cui però è piena la storia d'Europa. Se il verdetto di Karlsruhe è stato un importante lasciapassare giuridico, il risultato del voto olandese ha costituito un fondamentale dato politico. Per settimane le cronache elettorali dall'Aia e dintorni erano state dominate dai toni trionfanti dei populisti antieuropei, di destra e di sinistra. Una miscellanea di tesi spesso contraddittorie, che avevano fatto presa nella pancia in subbuglio di cittadini disorientati e avevano conquistato, con il loro folklore, i primi piani di tutti i media. In ombra era rimasto il sentimento di una larga fascia di elettorato, poi dimostratasi maggioritaria, che al momento decisivo ha deciso di voltare le spalle all'avventurismo e porre fiducia in quei partiti che non volevano far saltare il tavolo.

Negli ultimi giorni è apparso sempre più chiaro che socialisti e populisti di Wilders avevano perduto mordente e che, dal fondo della società olandese, emergeva un'esigenza di moderazione e responsabilità che alla fine ha premiato i due partiti tradizionali della scena politica. Non era scontato: il giovane leader socialdemocratico, Diederik Samsom, è favorevole a concedere più tempo alla Grecia per mettere ordine ai suoi conti.

Nulla rimarrà come prima in Olanda, giacchè liberali e socialdemocratici, da sempre alternativi, saranno costretti a mettere assieme programmi non coincidenti per governare il Paese in una fase difficile. Eppure il segnale è chiaro: al di là dei mal di pancia, anche i riottosi olandesi, alla fine, ritengono che mandare all'aria la costruzione europea e la moneta unica che la simboleggia sia un gioco cui non conviene partecipare.

Tempi di crisi, tempi di grandi coalizioni? Laddove l'alternanza non è governata da appositi meccanismi elettorali, la ricetta sembra essere la soluzione più indolore. L'Olanda la sperimenterà per la prima volta, ma governi di emergenza già reggono le sorti di Paesi in difficoltà come la Grecia e l'Italia. Quando le scelte diventano difficili e impopolari, latita il consenso di fondo sui grandi temi e i partiti sulle ali scivolano verso posizioni più estreme, può essere una necessità inevitabile. Potrebbe ricorrervi anche la Germania, fra un anno, quando i cittadini saranno chiamati a rinnovare Bundestag, governo e cancelliere.

La sentenza della Corte è stata chiara su un punto: ogni ulteriore impegno finanziario del Paese, ogni ulteriore passaggio verso l'integrazione europea dovrà passare dalla discussione trasparente e dall'approvazione del parlamento. È ai politici che i giudici di Karlsruhe hanno consegnato le chiavi delle scelte future, scrollandosi di dosso l'imbarazzo per la sovraesposizione fin qui vissuta. Ma la coalizione di Angela Merkel non sembra in grado di garantire da sola la maggioranza necessaria a garantire la nuova linea europea. Non è solo questione di sentimento popolare: troppi euroscettici si annidano fra i liberali e dentro il suo stesso partito. Le votazioni più recenti su aiuti ad Atene, patto fiscale e fondo Esm hanno dimostrato che, senza il soccorso delle opposizioni, quei provvedimenti non sarebbero passati.

Ma la frammentazione del quadro partitico e i sondaggi potrebbero darle una mano. Angela Merkel è una donna fortunata. Se non ci saranno scossoni, fra un anno una maggioranza Cdu-Fdp sarà numericamente impossibile, così come ogni altra costellazione. L'unica via d'uscita sarà quella di una nuova Grosse Koalition fra democristiani e socialdemocratici, un'alleanza che ha già gestito con successo la crisi finanziaria globale che infettò la Germania nel 2008. I segnali di avvicinamento fra i due partiti sono già evidenti, oltre l'inevitabile contrasto dettato dai ruoli attuali. E siccome il vantaggio della cancelliera sui suoi ipotetici avversari appare ad oggi incolmabile, a Berlino gira la battuta che l'Spd non dovrà tanto preoccuparsi di scegliere il suo candidato alla Cancelleria, quanto il ministro degli Esteri del nuovo governo: ruolo tradizionalmente destinato al leader del partner minore.

Con lo sguardo puntato all'Europa, ai tedeschi una soluzione del genere non dovrebbe dispiacere. A dispetto della scarsa considerazione di cui godono nel resto del continente, restano il popolo più europeista. Un sondaggio reso noto dall'istituto statunitense German Marshall Fund ha rivelato il 12 settembre (proprio una data del destino) che «il 73% dei tedeschi considera positivamente il fatto che la Germania sia membro dell'Ue e il 53% è convinto che l'euro abbia fatto bene al Paese». Nel resto d'Europa, le percentuali sono rispettivamente del 61 e del 37%. Dati che contraddicono la vulgata prevalente. E lasciano sperare che il ritorno del vento europeista venuto dal Nord non sia solo una brezza di fine estate.