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STORIA DEL MURO DI BERLINO

Quando nella notte fra il 12 e il 13 agosto 1961 la settantasettenne Olga Segler sentì uno scalpiccìo di scarponi militari salire dal marciapiede sotto la finestra della sua casa, al numero 34 della Bernauer Strasse a Berlino Est, non pensò neppure per un secondo di alzarsi dal letto e affacciarsi incuriosita. Affondò la testa nel cuscino, in modo da attutire il fastidioso rumore, e provò a riprender sonno. Un mesetto dopo, Frau Olga Segler pendeva dalla finestra del suo appartamento al secondo piano, drammaticamente aggrappata al cornicione, ancora incerta se lanciarsi nel vuoto per essere raccolta dal telone di sicurezza che i vigili del fuoco di Berlino Ovest le avevano teso di sotto o rinunciare a tutto e tentare, con il peso dei suoi settantasette anni, di riguadagnare il solido pavimento della sua casa.

Il vecchio stabile nel quale abitava, sopravvissuto miracolosamente ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, correva proprio lungo la linea di confine tra Est e Ovest. Gli appartamenti si trovavano ad Est, la strada sottostante ad Ovest. Ma il nuovo confine murario, che da trenta giorni divideva la città, si era intrufolato anche nelle sue stanze, facendo di questo palazzo una vera e propria prigione: il portone era stato sigillato e poliziotti e operai avevano iniziato a murare le finestre del piano inferiore. Presto gli inquilini rimasti sarebbero stati evacuati. Non c'era più tempo da perdere. Ma fu l'irruzione dei Vopos nel suo salotto, accompagnata dal plateale lancio di un lacrimogeno, a mettere fine a quell'indugio che da una decina di minuti teneva con il fiato sospeso la piccola folla di berlinesi occidentali radunatasi nel frattempo nella Bernauer Strasse. Frau Olga chiuse gli occhi, mollò il cornicione e svenne. Non si risvegliò più. Il telone non resse il peso dei suoi chili e dell’angoscia accumulata in un mese e più di tensioni. Lo schianto fu tremendo, le ferite mortali. Oggi una lapide ricorda quella che fu una delle prime vittime di una lunga serie. Si trova proprio sul marciapiede della Bernauer Strasse, laddove c’era il civico 34. Le case non ci sono più, distrutte nel corso degli anni Settanta dal regime che non voleva ostacoli lungo la linea di confine. E anche il Muro non c’è più, distrutto nei mesi successivi al 9 novembre 1989 dalla gioia dei berlinesi e dai cacciatori di souvenir. Non c’è più nulla in quel punto, solo la lapide nel mezzo del marciapiede. I passanti ogni tanto la calpestano, qualcuno non sa neppure cosa sia e cosa sia accaduto lì, ormai quasi cinquant’anni fa.

La decisione delle autorità sovietiche di bloccare tutti gli accessi tra le due Berlino e addirittura di cingere i settori occidentali con un muro che fisicamente impedisse qualsiasi contatto (e qualsiasi fuga), non giunse del tutto inaspettata. Furono i tempi e le modalità a cogliere di sorpresa i comandi occidentali. Se fin dal 1958 i servizi segreti americani avevano intercettato istruzioni per la costruzione di un muro tra le due Berlino, denominata in codice "Muraglia cinese", un comunicato dell'Ufficio statale per la protezione della Costituzione di Berlino Ovest assicurava, il venerdì 11 agosto 1961 (qualche ora prima del via all'operazione "Muraglia cinese"), che "secondo informazioni disponibili nessun evento inusuale" era atteso per il successivo week-end.

 I Flüchtlinge della Ddr

In realtà la situazione nella Ddr, la Repubblica democratica tedesca, si era andata aggravando di anno in anno e, nell'ultimo lustro, le fughe di cittadini, spaventati dalle riforme economiche stataliste imposte dalla dirigenza comunista e dalle continue restrizioni alle libertà e ai diritti civili, si andavano moltiplicando mettendo in forse la legittimità e l'esistenza stessa del fragile Stato nato all'ombra di Mosca. Si trattava di un esodo massiccio, qualitativamente devastante, che coinvolgeva soprattutto giovani, medici, laureati, quadri dirigenti, tecnici, commercianti, professori universitari: insomma, ad un tempo l'élite e il futuro del paese. Berlino, grazie al suo particolare status giuridico, era rimasta l'unica via di fuga da quando, nel 1952, le autorità orientali decisero la progressiva chiusura delle vie di transito tra i due Stati tedeschi e l'interruzione delle linee telefoniche tra le due Berlino, in seguito alla firma di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia a Bonn del Deutschlandvertrag, il trattato che restituiva alla Repubblica federale tedesca una sovranità quasi piena. 

E lungi dall'arrestarsi, la marea dei profughi aveva preso ad aumentare alla media di 250 mila persone all'anno. Anzi, dopo le riforme collettivistiche dell'economia varate nel 1959, i Flüchtlinge (come venivano chiamati i fuggitivi) avevano ripreso a crescere, costringendo la Ddr a varare nuove misure restrittive nella concessione dei visti e dei permessi temporanei. Nulla sembrava fermare questa marea inarrestabile e, ad ogni nuovo segnale di crisi o di inasprimento dei controlli nella Germania orientale, il flusso cresceva. Nei primi mesi del 1961 l'esodo raggiunse livelli impressionanti: 16.697 a gennaio, 13.576 a febbraio, 16.094 a marzo, 19.803 ad aprile, 17.791 a maggio, 19.198 a giugno, 30.415 a luglio. Centotrentamila persone in soli sei mesi e il ritmo era destinato a crescere ancora. Di questi, la metà era costituita da giovani sotto i venticinque anni. Quasi tutti, ormai, fuggivano attraverso i valichi di passaggio dell'ex capitale.

 La divisione della città simbolo

Nei primi mesi dell'anno la tensione a Berlino era tornata ai massimi livelli. Per molti versi sembrava di rivivere i drammatici giorni del giugno 1948, quelli del primo blocco sovietico, superato dall'epopea del ponte aereo organizzato dagli americani e dai britannici, che per un anno trasportarono ogni giorno, a bordo dei C-47, circa 6.400 tonnellate di materiale all'aeroporto di Tempelhof. O quelli del giugno 1953, quando la rivolta operaia contro il regime comunista di Berlino Est venne repressa nel sangue dall'intervento dei carri armati sovietici. Si tornava a respirare l'aria dei momenti più duri, nei quali il confronto tra gli ex alleati - americani, britannici e francesi da un lato e sovietici dall'altro - si concentrava ancora una volta su questa città da sempre simbolo di qualcosa. Prima del militarismo prussiano degli Hohenzollern, poi dell’eccentricità weimariana, quindi dell'incubo nazista, infine, ridotta ad un cumulo di macerie morali e architettoniche, simbolo della guerra fredda.

Da quando nel 1945 i tre Grandi (Roosevelt, Churchill e Stalin) stabilirono a Yalta la divisione della Germania e quella di Berlino in tre zone di influenza (che diventeranno poi quattro, con l'inclusione della Francia tra le potenze vincitrici) la storia dell'ex capitale tedesca percorrerà binari del tutto nuovi. Divisa in quattro settori e retta nei mesi immediatamente seguenti alla capitolazione del Terzo Reich da una Kommandatura quadripartita, Berlino sconterà molto presto l'incrinarsi dei rapporti tra gli Alleati, la successiva rottura tra sovietici e occidentali e la sua nuova e speciale collocazione geografica all'interno della zona di occupazione sovietica che diventerà la Ddr, la Repubblica democratica tedesca. Coordinate geografiche che è necessario rammentare per inserire la storia del Muro nel contesto degli equilibri internazionali postbellici e della guerra fredda che, di lì a qualche anno, si dispiegherà in tutta la sua virulenza.

 Come si arrivò alla decisione del muro

Il muro, dunque, fu solo lo sbocco finale di un confronto tra due mondi, due sistemi di vita, due ideologie e fu la reazione di una parte, quella comunista, alla capacità di attrazione e di fascino che l'altra metà del mondo, quella liberale, democratica e capitalista riuscì ad esercitare fin dai primi anni del dopoguerra.

Anno difficile il 1961. Il confronto con l'Occidente, la fuga dei cittadini dalla Ddr, gli equilibri fragili di un sistema - quello delle democrazie popolari dell’Europa orientale cementificatosi militarmente nel Patto di Varsavia ed economicamente nel Comecom - che aveva da poco superato il trauma della rivolta di Budapest e che tentava con fatica di impostare solidi sistemi economici, sociali e politici in grado di reggere la competizione con il mondo capitalista. Nel mese di marzo, il presidente del Consiglio di Stato della Ddr (l’equivalente del presidente della Repubblica), Walter Ulbricht, avanzò la proposta di costruire una grande barriera di filo spinato lungo il confine delle due Berlino. Il veto di Krusciov bloccò temporaneamente questa iniziativa.

Ma la dirigenza tedesco-orientale aveva già delineato tre ipotesi di intervento per bloccare l'emorragia di popolazione e riprendere il controllo della situazione interna: la chiusura dei corridoi aerei utilizzati dagli Alleati occidentali, la costruzione di un muro, l'isolamento dell'intera Berlino dal resto della Ddr. L'ipotesi di una barriera fisica fra le due parti dell'ex capitale cominciò a serpeggiare nell'opinione pubblica. Il 15 giugno, durante una conferenza stampa internazionale a Lipsia, la corrispondente della Frankfurter Rundschau chiese ad Ulbricht se la posizione sovietica su Berlino comportasse la fissazione di un confine di Stato alla Porta di Brandeburgo. La risposta, rimasta famosa, fu: "Nessuno ha intenzione di costruire un muro". Non dovette essere troppo convincente, se nei giorni successivi alla conferenza di Lipsia il flusso dei profughi subì un'ulteriore impennata. Il 25 luglio, in risposta a un bellicoso memorandum di Krusciov sulla questione di Berlino, il nuovo presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, annunciò i tre punti essenziali per gli americani: il diritto degli Alleati occidentali a una presenza militare a Berlino Ovest, il diritto di accesso dalla Repubblica federale al settore occidentale della città, il diritto degli abitanti di Berlino Ovest all'autodeterminazione e alla libertà. Nessuno di questi tre punti "essenziali" servirà da deterrente alla costruzione del Muro perché nessuno di essi sarà messo in discussione.

Il 13 agosto 1961: la notte del Muro

Che qualcosa stesse per accadere era ormai nell'aria. Nei primi giorni di agosto, l'esodo raggiunse punte mai prima toccate: oltre 1.600 persone ingrossavano quotidianamente i centri di raccolta profughi di Berlino Ovest. Eppure, quando il già citato comunicato dell'ufficio statale per la protezione della Costituzione giunse sui banchi del Senato di Berlino Ovest nel tardo pomeriggio di venerdì 11 agosto ("Nessun evento inusuale è atteso per il prossimo week-end"), tutti tirarono un respiro di sollievo e si apprestarono, per il giorno seguente, a invadere le spiagge sul Wansee.

Nelle stesse ore, a Berlino Est, un signore che avrebbe poi segnato la storia della Ddr, Erich Honecker, allora componente del Politburo e segretario del Comitato centrale della Sed (il Partito socialista unitario), riceveva da Walter Ulbricht il via libera all'Azione X, il piano segretamente messo a punto nei giorni precedenti per la costruzione di un confine permanente tra la zona orientale di Berlino e quella occidentale: il Muro, ovvero il "bastione di difesa antifascista".

La sera del giorno successivo, sabato 12 agosto, Honecker assunse il comando delle operazioni stabilendosi nel quartier generale della polizia di Berlino Est, nella Keibelstrasse. Da quelle stanze, il futuro leader della Ddr, affiancato da uno staff di otto persone, mosse l'intera macchina operativa militare e politica. La polizia e gli uomini della Nationale Volksarmee, affiancati dalle cosiddette Kampfgruppen, unità paramiitari costituite da lavoratori, in sostanza l'esercito privato della Sed, erano pronti a entrare in azione. Le truppe sovietiche di stanza nell'ex capitale erano al massimo grado d'allerta. Si attesero le prime ore di buio. Allo scoccare della mezzanotte il piano entrò nella fase operativa. Uno dopo l'altro vennero bloccati i treni in partenza per Berlino Ovest, quindi tutti i passaggi ferroviari tra i due settori della città. Alle 0.30 carri armati e truppe dell'esercito tedesco-orientale presero posizione sulla Unter den Linden, la principale arteria di Berlino.

All'una, quattromila uomini della prima divisione motorizzata di stanza a Potsdam con 140 carri armati e 200 carri militari bloccarono tutte le vie di uscita intorno al perimetro di Berlino Ovest. All'1.11 l'agenzia di stampa della Ddr, l'Adn, batté il comunicato con il quale si pubblicizzava una nota che i paesi del Patto di Varsavia avevano indirizzato il venerdì precedente alla Camera popolare e al governo della Ddr con la proposta "di stabilire alla frontiera occidentale di Berlino un ordine che garantisca l'efficace controllo del territorio intorno Berlino Ovest, comprese le frontiere della Berlino democratica". All'1.50 giunse alle autorità di polizia tedesco-occidentali la prima notizia su quanto, ormai da un paio d'ore, stava accadendo ad Est: le vie di comunicazione ferroviarie della S-Bahn e della U-Bahn (rispettivamente la metropolitana di superficie e quella sotterranea) erano state interrotte nel settore orientale. Dalla stazione di Gesundbrunnen, situata nel settore francese, giunse al quartier generale della polizia di Berlino Ovest la conferma che tutti i treni erano stati bloccati.

Da quel momento le notizie rimbalzarono impazzite. Alle 2.30 venne bloccato il passaggio attraverso la Porta di Brandeburgo. Contemporaneamente, colonne militari si diressero verso la Potsdamerplatz e gli altri punti di comunicazione terrestre tra le due Berlino. Entrarono in azione anche i carri armati sovietici che presero posizione nei punti strategici della città e nella Alexanderplatz. Alle 3.25 la Rias, la radio che trasmetteva dal settore americano, interruppe i suoi programmi notturni per annunciare il blocco delle vie di comunicazione. Alle 4.45, dei 60 varchi esistenti, ben 45 erano stati chiusi: un'ora più tardi l'intera operazione fu completata. Alle 6.00, in tutte le stazioni metropolitane di Berlino Est furono esposti cartelli con la scritta: "Oggi nessun treno in partenza". Ai primi berlinesi che si aggirarono assonnati per le vie della città si presentò uno spettacolo allucinante: lungo tutto il perimetro del confine cittadino era stato steso il filo spinato. Le 95 strade che collegavano Berlino Est a Berlino Ovest erano state divise. A nessun abitante orientale fu consentito di attraversare il confine senza un permesso. Restarono aperti, ma strettamente sorvegliati dai militari, solo tredici varchi. Nessun blocco venne posto al traffico tra Berlino Ovest e la Repubblica federale tedesca. Nelle prime ore del mattino il quotidiano occidentale Morgenpost uscì in edizione straordinaria con il titolo: “Ost-Berlin ist abgeriegelt”, Berlino Est è sigillata.

Il "bastione di difesa antifascista"

L'evento tanto atteso e temuto si era dunque compiuto. La separazione era cosa fatta. Nei giorni successivi, la barriera di filo spinato fu rapidamente sostituita da un muro vero e proprio, al cui innalzamento vennero impiegate brigate di lavoratori tenute sotto stretta sorveglianza. Si trattava ancora di un muro modesto, quasi un muretto di campagna, fatto di mattoni cementati uno sull'altro, alto appena un metro e 25. Inesorabile, correva per 45 chilometri, dividendo campi e strade, piazze e palazzi, fiumi e foreste. Nel corso degli anni verrà fortificato e perfezionato per ben quattro volte assumendo quell'aspetto spettrale che tante volte ha fatto da scenario alla letteratura e ai film di spionaggio.

Tutte le abitazioni che sul lato orientale confinavano con la nuova costruzione saranno abbattute. Il Muro di quarta generazione, costruito a partire dal 1975, sarà composto da lastre di cemento armato prefabbricate alte tre metri, unite l'una all'altra e sovrastate da una copertura rotonda per evitare l'arrampicamento: saranno necessarie circa 45mila lastre per coprire l'intero perimetro. Alle sue spalle si estenderà la cosiddetta "terra di nessuno", una lunga striscia di sicurezza che correva parallelamente al Muro, tagliata da una barriera metallica alta dai tre ai quattro metri, intervallata da 300 torri di guardia con il filo ad alta tensione. Completavano i sistemi di sicurezza 22 bunker, telecamere a circuito chiuso, cani poliziotto alloggiati in 232 cucce lungo i punti strategici, una trincea anti-veicoli, una lunga teoria di riflettori per illuminare a giorno l'intera area. Per ventotto anni avrebbe rappresentato il confine più controllato e più invalicabile del mondo.

L'amara realtà delle sfere d'influenza

In una sola notte, dunque, furono tranciati di netto legami familiari, affetti, amicizie, abitudini e interessi economici. La guerra fredda raggiunse forse il suo momento più drammatico. Lo sgomento e lo sdegno, a Occidente, furono enormi. L'emozione e la paura, a Berlino, raggiunsero i livelli di guardia. Mentre ad Ovest manifestazioni di protesta spontanee e organizzate si succedettero una dietro l'altra, a Est la popolazione cadde in uno stato di frustrazione e apatia. Le cronache dei giornalisti che visitarono in quei giorni Berlino Est riportarono impressioni di sconforto e di terrore: un angoscioso silenzio s'impadronì dell'altra metà del cielo. Lungo il nuovo confine della città, laddove il Muro non aveva ancora sostituito la barriera di filo spinato, si radunavano le famiglie ormai divise per un ultimo saluto.

Ma lentamente, a Ovest come ad Est, la popolazione toccò con mano quanto le regole della guerra fredda, del mondo bipolare e delle sfere di influenza pesasse sulle speranze di un rapido ricongiungimento. Tutti guardavano agli Alleati occidentali, speravano in un atto di forza che spazzasse via il Muro, ma nessuno, a Washington, a Londra e a Parigi voleva rischiare un terzo conflitto mondiale. Quanto era accaduto a Berlino, nella notte tra il 12 e il 13 agosto, riguardava in fin dei conti i sovietici e un loro Stato satellite. Nessuno dei tre punti essenziali di Kennedy era stato violato. Il presidente della nuova frontiera poteva tranquillamente continuare a veleggiare a bordo della sua barca negli Usa. Nella calcolata assenza del cancelliere Konrad Adenauer, che non intendeva drammatizzare ulteriormente la situazione, toccò al borgomastro Willy Brandt affrontare l'emergenza, dando voce alla rabbia dei berlinesi dell'Ovest e gestendone le emozioni nel quadro di un delicato equilibrio internazionale.

Gli americani spedirono a Berlino, il 19 agosto, il vice-presidente Lyndon Johnson e, qualche giorno più tardi, l'eroe del ponte aereo, il generale Clay. Il tutto si risolse con un rafforzamento del contingente militare occidentale. Solo due anni dopo, nel giugno 1963, il presidente degli Stati Uniti Kennedy giunse in visita a Berlino Ovest, accompagnato dal cancelliere Adenauer. Fu un trionfo. La popolazione berlinese, ancora traumatizzata dagli avvenimenti, seguì numerosissima la processione presidenziale tra la Porta di Brandeburgo, il Checkpoint Charlie e il palazzo comunale di Schöneberg, dove Kennedy, di fronte a centinaia di migliaia di persone pronunciò la famosa frase: "Ich bin ein Berliner". Oltre due decenni dopo, un altro presidente americano, Ronald Reagan, fece vibrare le corde dell'emozione. Era il giugno 1987, in piena era gorbacioviana, in un momento foriero di grandi cambiamenti. In un discorso davanti alla Porta di Brandeburgo, profeticamente Reagan si rivolse al suo collega sovietico: "Presidente Gorbaciov se ama la libertà, venga qui e tiri giù questo Muro”.

I saltatori del Muro

La storia del Muro è una storia di sentimenti, di emozioni e anche di cifre non sempre concondanti. Nei ventotto anni della sua esistenza, 5.043 persone riuscirono a fuggire nella Berlino occidentale, spesso, ricorrendo a mezzi fantasiosi e a trovate geniali; 3.221 persone fallirono la fuga e furono arrestate al confine; 150 morirono nel tentativo di raggiungere la libertà, in maggioranza sparate dalle guardie di confine, i Vopos. Infine, 118 furono ferite da colpi di arma da fuoco. Sono numeri che variano da ricerca a ricerca e molti di essi rischiano di rimanere sconosciuti nella loro entità per sempre. Quelli che abbiamo riportato restano, dunque, puramente indicativi.

Lo scrittore tedesco Peter Schneider, in un romanzo di successo del 1982 pubblicato anche in Italia, Der Mauerspringer (Il saltatore del Muro), racconta la storia surreale di uomini che si fanno beffa del Muro saltando, ripetutamente e per i più stravaganti motivi, l'insormontabile confine tra le due Berlino. Di Mauerspringer, la storia del Muro è piena. Il museo Haus am Checkpoint Charlie, che si trova sulla Friedrichstrasse, al confine fra i quartieri Kreuzberg e Mitte, proprio nel punto in cui sorgeva il gabbiotto delle forze militari occidentali, espone nelle sue sale alcuni dei mezzi utilizzati in quegli anni per superare la frontiera. Mongolfiere, teleferiche improvvisate, auto con doppio fondo, tunnel sotterranei, travestimenti, tutto venne sperimentato nel tentativo estremo di scappare. Una voglia di Occidente che non risparmiò neppure le truppe tedesco-orientali chiamate a sorvegliare il filo spinato dei primi giorni.

Una delle foto più famose ritrae il diciannovenne Conrad Schumann, ancora in divisa e con il fucile sulle spalle, che salta la barriera di ferro all'altezza della Bernauer Strasse il 15 agosto 1962, approfittando di un momento di distrazione dei suoi commilitoni. La cifra dei disertori oscilla tra le duemila e le 2.700 unità. Resteranno nella storia il giovane austriaco che noleggiò, in un concessionario della Kurfürstendamm, una spider talmente bassa da passare sotto le sbarre di uno dei punti di passaggio controllati, riuscendo così a far fuggire fidanzata e suocera rimaste all'Est. I contorsionisti che riuscirono a comprimersi nei bagagliai della Bmw Isetta, la monoposto ritenuta tanto piccola da non aver bisogno di essere perquisita. I quattro finti soldati russi, con tanto di uniformi rappezzate in casa, che oltrepassarono il confine salutati con rispetto dai Vopos. I 57 abitanti di un condominio nella Bernauer Strasse che scapparono attraverso un cunicolo sotterraneo faticosamente scavato nottetempo per sei mesi. I tanti che sfidarono le pallottole dei militari di confine, attraversando a nuoto fiumi e canali o approfittando di buchi nella rete quando ancora la fortificazione non era stata completata.

Rimarrà nella storia anche il diciottenne Peter Fechter che, nel tentativo di ricongiungersi alla sorella rimasta a Berlino Ovest, tentò con un amico, il 17 agosto 1962, una fuga quasi impossibile. Giunti a ridosso del Muro, quasi all'altezza del Checkpoint Charlie, i due giovani furono rapidissimi nello scavalcare la prima barriera metallica, assai abili nel correre velocemente attraverso gli altri ostacoli, ma non altrettanto fortunati giunti di fronte all'ultimo ostacolo: il Muro. Ventuno colpi di pistola furono sparati da due guardie di frontiera accortesi della fuga e, mentre il suo amico riuscì a superare indenne anche l'ultimo ostacolo, Peter Fechter crollò colpito a morte nella striscia di nessuno. Crepò dissanguato, mentre i soldati americani dall'altro lato osservavano impietriti e impotenti e una folla di berlinesi occidentali urlava inutilmente la propria rabbia. Passò più di un'ora prima che il suo corpo, ormai esanime, fosse recuperato dai Vopos. Anno dopo anno, con il perfezionamento del Muro, i tentativi di fuga si faranno più rari ma non spariranno mai del tutto, fino ai giorni immediatamente precedenti la caduta. L'ultima vittima fu Winfried Frendenberg, caduto nel marzo 1989, qualche mese prima l'inizio della svolta.

Tutto in una notte: il 9 novembre 1989

Nei decenni successivi, dunque, il Muro divenne quasi impenetrabile. E più dei tentativi di fuga poté il lavoro delle diplomazie. I lasciapassare natalizi, in vigore fin dal Natale 1963 e poi prolungati fino al 1966, consentirono ai berlinesi occidentali di rivedere, almeno in occasione delle feste e solo per ventiquattr'ore, i propri parenti dall'altra parte del Muro. Sull'onda dell' Ostpolitik, l'accordo quadripartito tra Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica del 1971 risolse alcune questioni giuridiche legate a Berlino, regolando in maniera meno restrittiva le visite degli abitanti nei due diversi settori della città. Lentamente anche il Muro, considerato da André Malraux "il più brutto monumento di questo secolo", entrò a far parte del paesaggio, pur mantenendo forte il suo significato di simbolo dell'Europa e della Germania divisa: l'anormalità di Berlino divenne in un certo senso normale. La città perse, con la stabilizzazione dell'equilibrio bipolare internazionale, quel ruolo di Frontstadt e di epicentro di ogni crisi e quasi si assopì su se stessa dopo tanta tensione.

Ma la storia riprese a correre per le vie di Berlino quindici anni fa, nel 1989. La sconfitta della sfida gorbacioviana di riformare il comunismo, il rapido sgretolamento della solidarietà tra i paesi del Patto di Varsavia, il tracollo economico e produttivo, diedero vita a nuove fughe dei cittadini tedesco-orientali, questa volta attraverso le ambasciate di Bonn a Praga, Budapest e Varsavia. L'apertura dei confini ungheresi e cecoslovacchi, poi le manifestazioni sempre più imponenti nelle maggiori città della Ddr: Lipsia, Dresda, Magdeburgo, infine Berlino Est. La caduta di Eric Honecker e l'ultimo disperato tentativo di salvare il regime con la presidenza di Egon Krenz.

Quindi, la sera del 9 novembre. Alle 18 il portavoce della Sed, Günter Schabowski, si presentò ad una conferenza stampa internazionale per rendere note le decisioni del Comitato centrale del partito, prese sotto la duplice pressione dei fuggitivi e delle manifestazioni di piazza. Annunciò che i cittadini tedesco-orientali avrebbero potuto ottenere, in attesa di una più particolareggiata disposizione di legge, i visti di uscita e di soggiorno per l'estero. Interrogato sulla data di validità delle nuove disposizioni dal corrispondente dell'agenzia Ansa, Riccardo Ehrman, Schabowski rispose, forse facendosi prendere la mano, "ab sofort”, da subito, aggiungendo che le disposizioni riguardavano tutti i punti di passaggio dalla Ddr alla Bdr e dunque anche quelli tra Berlino Est e Berlino Ovest. Il Muro era caduto così come era stato costruito: in una notte. Un'ora dopo ai varchi controllati da guardie di frontiera a corto di informazioni si presentarono migliaia di cittadini. Passarono tutti dall'altra parte dando vita a quella festa di gioia irrefrenabile tra gli abitanti delle due Berlino ripresa dalle televisioni di tutto il mondo. Alla Porta di Brandeburgo, centinaia di giovani al massimo dell'euforia, ballarono tutta la notte su quello che da qualche ora non era più il Muro invalicabile.

Venti anni dopo, i turisti che percorrono le strade di Berlino alla ricerca delle tracce del Muro, restano con un palmo di naso. Tutto è stato smontato, ridotto a macerie, a materiale per la riparazione delle autostrade, a souvenir turistici. Qualche pezzo è stato recuperato e sistemato in un altro punto della città. L'onda del nuovo ha travolto il confine che per ventotto anni ha segnato la vita della Berlino divisa. Eppure, anche se pochi lo sanno, oltre i memoriali ufficiali, qualche luogo dove ritrovare il vecchio, "caro" Muro, nella sua collocazione originale, ancora c'è. Ad esempio, si piò scendere fino al Treptowkanal e salire su una delle piccole imbarcazioni ormeggiate lungo i bar all'aperto che rendono più allegre le serate berlinesi. Una volta a bordo, si deve remare con forza, fino a quando il canale non sfocia nel fiume Sprea. Meglio farlo di notte, quando il buio attutisce la frenesia cittadina e la torre televisiva di Alexanderplatz si specchia nelle acque scure del fiume. Entrati nella corrente della Sprea, si piega a destra e poco dopo a sinistra. Bisogna fare attenzione perché il Muro è proprio lì, in mezzo all'acqua, a dividere ancora in due la città come fosse una diga. Se si lega la fune a un ormeggio, si può salire attraverso la scala di metallo ormai arrugginita, un tempo utilizzata dai Vopos, e camminare, magari saltare e ballare come quei ragazzi venti anni fa, sul Muro in mezzo all'acqua. “You are leaving the American sector, Vri vriesgaietie is sovietskie sektora, You are leaving the British sector, Vous quittez le secteur français”. Oggi, a Berlino, non si esce e non si entra in nessun settore.

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