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Il superderby dei Balcani

Venerdì Croazia-Serbia. La prima, vera sfida tra le due nazionali di calcio dal '91. Tensione sportiva e politica. Il racconto (Pubblicato da Europa).

(Scritto per Europa)

Lo stadio Maksimir di Zagabria (gnkdinamo.hz)

di Matteo Tacconi 

Questo sarà un venerdì adrenalinico, nei Balcani. Di tensione calcistica e politica. È che si gioca Croazia-Serbia, il superderby dell’ex Jugoslavia. Il primo dall’inizio delle guerre sporche, nel 1991. A dire il vero qualcuno obietta su questo punto, mettendo in rilievo che i due incontri tra Croazia e Federazione di Jugoslavia disputati nel 1999 – due pareggi, in ballo le qualificazioni a Euro 2000 – equivalsero a una sfida ante litteram tra le due nazioni, dato che quella era la Jugoslavia di Milosevic. Una “Serboslavia” allargata a Montenegro e Kosovo, vale a dire.

L'incontro vale per le qualificazioni a Brasile 2014.

Volendo pignoleggiare, si può dunque dire che la partita che si gioca venerdì a Zagabria, valevole per le qualificazioni ai Mondiali 2014, non è propriamente una prima assoluta. Ma mai fino a oggi, in compenso, le due nazionali s’erano incrociate come Croazia e Serbia, punto e basta, al netto di ogni evoluzione statuale e territoriale che ha segnato Belgrado negli ultimi anni (Jugoslavia miloseviciana, Unione di Serbia e Montenegro, Serbia con il Kosovo e Serbia senza più Kosovo). Quanto basta per spingere su l’asticella della rivalità storica tra i due grandi poli di potere dei Balcani, artefici sia della nascita che del crollo della Jugoslavia.

Le federcalcio temono gli "huligani". Così i tifosi serbi non potranno avere accesso allo stadio di Zagabria e quelli croati, a settembre, non potranno entrare in quello di Belgrado.

È così che l’allenatore serbo Sinisa Mihajlovic e il presidente della federcalcio croata Davor Suker, vecchie glorie del calcio jugoslavo, hanno speso qualche buona parola per stemperare gli umori in vista del match del Maksimir, lo stadio di Zagabria, dove i tifosi serbi non potranno recarsi. I croati, dal canto loro, non potranno andare in trasferta a Belgrado a settembre. L’hanno stabilito le due federazioni, timorose che gli huligani (questa la traslitterazione in serbo-croato) possano combinare guai. Il che fa capire quanto i nervi siano tirati. «Dopotutto il calcio è solo un gioco», ha detto Mihajlovic alla vigilia dell’incontro. Non è proprio così. Non in questo caso.

La stessa intervista rilasciata in settimana dall’ex interista alla Gazzetta dello Sport trasuda un’incredibile tensione emotiva. Mihajlovic rammenta con enfasi epica la partita del ’99, spiega che darebbe tutto per disputare l’incontro del Maksimir e non rinnega lo striscione-necrologio – «Onore alla tigre Arkan» – che la curva della Lazio, assecondando una sua richiesta, espose dopo la morte del famigerato paramilitare nel 2000. «Arkan ha difeso dei serbi in Croazia che stavano per essere massacrati. Per quei serbi Arkan è stato un eroe», ha dichiarato il ct, riferendosi agli eventi di guerra nella porzione di Croazia un tempo a maggioranza serba e a Vukovar, “l’Hiroshima dei Balcani”. È la città croata, assediata e rasa al suolo dalle milizie serbe nel 1991, dove Mihajlovic è nato.

Il match arriva in un momento delicato nelle relazioni politiche tra Zagabria e Belgrado. C'è tensione tra i due paesi e uno dei motivi è Vukovar, la città croata assediata e distrutta nel '91 dai serbi. Lì è nato tra l'altro il ct serbo Sinisa Mihajlovic.

Il caso vuole che proprio Vukovar, accovacciata sulle anse del Danubio, sia il simbolo delle recenti oscillazione politiche tra Croazia e Serbia. Nel 2010 i presidenti dei due paesi, Ivo Josipovic e Boris Tadic, si recarono insieme sui luoghi del massacro, in quello che è stato probabilmente il gesto riconciliatorio più importante della storia post-bellica dell’ex Jugoslavia. Peccato che il successore di Tadic, Tomislav Nikolic, ex capobanda della fanfara ultranazionalista convertitosi alla causa europeista in tempi recenti, abbia rovinato tutto. Appena eletto, nel 2012, ha dichiarato che al momento dell’assedio Vukovar era una città serba, allineandosi alle tesi classiche dall’oltranzismo belgradese. In realtà era un centro multietnico, dove la componente croata aveva il peso maggiore. L’offensiva di Milosevic ebbe motivi strategici (il porto sul Danubio) e politici (umiliare Zagabria e affossarne il morale).

Le parole di Nikolic hanno portato il governo croato a ridurre sensibilmente i rapporti bilaterali. Ora si sta cercando di riannodare i fili, anche se l’ultima uscita di Zdravko Mamic, vulcanico boss della Dinamo Zagabria, rischia di mandare tutto a rotoli. Mamic, proprio alla vigilia di Croazia-Serbia, ha detto a una radio locale che il ministro dell’educazione e dello sport di Zagabria, Zeljko Jovanovic, politico di origini serbe, è un «croatofobo» e «un insulto all’intelligenza croata». Queste esternazioni, stigmatizzate dalle leadership di entrambi i paesi, contribuiranno soltanto a surriscaldare gli animi di tifosi e giocatori, sostiene la stampa locale.

Mihajlovic chiede ai suoi calciatori di applaudire l'inno avversario, sempre. Sarà così anche a Zagabria?

Venerdì, sul manto erboso di quel fragoroso catino che è il Maksimir, si vedrà se prevarranno i nervi o la maturità. Lo si capirà da prima del calcio d’inizio, al momento degli inni nazionali. Suker ha chiesto ai tifosi di non fischiare quello serbo. Mentre Mihajlovic, che da quando allena la nazionale ha imposto ai suoi non solo di cantare il proprio (la cosa costata la convocazione al fiorentino Adem Ljajic), ma di battere le mani al termine dell’esecuzione di quello degli avversari, ha garantito: «Sarà così anche contro la Croazia».

Il Maksimir in silenzio, mentre l’undici serbo intona l’inno. I serbi che applaudono quello croato. Scena quasi surreale. Sarebbe splendido se si materializzasse davvero. Ma non è illegittimo concedersi un ragionevole dubbio.

1 pensiero su “Il superderby dei Balcani

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