Vai al contenuto

Eruzione post-sovietica

Tensioni in Moldavia, clima rivoluzionario in Armenia e instabilità nell'Asia centrale. Tutte le zone calde dell'ex Urss.

Tiraspol (Lettera43)
Tiraspol (Lettera43)

di Stefano Grazioli
Scritto per Lettera43

La crisi ucraina ha diviso Russia ed Europa. La rivoluzione del 2014, l’annessione della Crimea da parte di Mosca e la guerra nel Donbass non solo hanno portato al collasso l’ex repubblica sovietica, ma rotto l’equilibrio continentale che ha retto per cinque lustri dopo la fine della Guerra fredda. Sulla scacchiera però il gioco tra il Cremlino e l’Occidente, Unione Europea e Stati Uniti, è più ampio e sono diversi i punti in cui si incrociano gli interessi degli attori al tavolo. I movimenti sono di espansione di Unione Europea e Usa verso Est e di re-integrazione in quello che è lo spazio della vecchia Urss.

Entrambi non sono iniziati certo ora, ma è adesso che hanno generato le maggiori fratture. A Kiev Euromaidan e il cambio di regime sostenuto dall’Occidente sono arrivati perché l’allora presidente Victor Yanukovich aveva deciso di mantenere le distanze da Bruxelles, lasciando in sospeso l’Accordo di associazione con l’Ue e svoltare invece verso Mosca e l’Unione Euroasiatica trainata dalla Russia.

L’Ucraina, che aveva deciso di avere uno status non allineato, con la nuova élite filo-occidentale al potere è alla ricerca ora dell’ingresso della Nato. Della quindicina di Paesi dell’ex Urss, i tre baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) sono già entrati sia nell’Ue che nell’Alleanza atlantica, degli altri alcuni sono ancorati alla Russia, altri ancora più in bilico. È qui che rischiano di scoppiare le nuove crisi e le nuove guerre, come quelle già avute nel recente passato lungo la linea che va dal Caucaso al Pamir.

Oltre all’Ucraina è la Moldavia a essere sollecitata in maniera evidente. La piccola repubblica con circa 3 milioni di abitanti incassata proprio tra Ucraina e Romania è essenzialmente divisa tra forze europeiste e filorusse. Non è mai uscita dal tunnel postcomunista ed è il Paese più povero d’Europa. L’instabilità interna è permanente e negli ultimi due anni sono aumentate le frizioni in concomitanza con la rivoluzione ucraina. Il quadro in Moldavia, che con altre repubbliche ex sovietiche (Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia e Ucraina) fa parte dal 2009 del programma europeo di Partenariato orientale, è peggiorato inoltre dalla questione della Transnistria, repubblica indipendente ma non riconosciuta dalla comunità internazionale, staccatasi con una guerra nel 1991.

Diventata una sorta di protettorato russo e un buco nero nel cuore dell’Europa, la Transnistria è uno di quei tasselli traballanti del mosaico postsovietico dove i conflitti congelati rischiano prima o poi di riesplodere. Se Tiraspol è fedele al Cremlino, Chisinau è ancora strattonata tra Mosca e Bruxelles. Le recenti turbolenze che hanno condotto tra l’altro alle dimissioni del primo ministro Chiril Gaburici non sono state risolte e sono il segnale che il Paese attraversa un periodo delicatissimo. Il tema dell’avvicinamento a Bruxelles è ancora ampiamente dibattuto e in Gagauzia, regione autonoma nel Sud-Est, le tendenze separatiste e filorusse sono aumentate da quando lo scorso anno un referendum, condannato da Chisinau, ha sancito come il 98% della popolazione locale voglia rapporti più stretti con Mosca e si opponga all’Ue.

Dopo la guerra tra Russia e Georgia nel 2008 che ha generato le due repubbliche indipendenti di Abcasia e Ossezia del Sud con la benedizione del Cremlino, a Tbilisi è terminata l’era del presidente filomaericano Mikhail Saakashvili, finito a fare il governatore in Ucraina a Odessa, e la repubblica caucasica, la più occidentalista delle tre nella regione, ha messo un po’ il freno alle aspirazioni di agganciarsi alla Nato con la nuova élite che ha ricucito in parte lo strappo con Mosca, da cui rimane comunque molto distante. Mentre il ricco Azerbaigian della dinastia Aliyev si può permettere di essere equidistante da Russia e Occidente, la povera Armenia è sempre legata a Mosca, negli ultimi tempi preoccupata per il clima rivoluzionario a Erevan e dintorni.

Il presidente Serzh Sargsyan ha il suo bel da fare nel tenere sotto controllo le sempre più frequenti proteste causate dalla difficile situazione economica, le ultime cominciate alla metà di giugno dopo l’aumento delle tariffe della corrente elettrica. Al di là problemi interni, l’Armenia è in ogni caso saldamente ancorata a Mosca, facendo parte dell’Unione Euroasiatica, e ha sul suo territorio le due basi militari russe di Gyumri ed Erebuni. Senza contare il ruolo del Cremlino al fianco di Erevan sul nodo del Nagorno-Karabakh, altro frozen conflict che dall’inizio degli Anni 90 divide Armenia e Azerbaigian.

I cinque Stan sono più o meno allineati con Mosca, ma i livelli di integrazione sono diversi. Se il Kazakistan e il Kirghizistan si sono già uniti all’Unione Euroasiatica, e il Tagikistan seguirà con grande probabilità, gli altri due maggiori, Uzbekistan e Turkmenistan, seguono un po’ gli umori dei loro regnanti autocratici, Islam Karimov e Gurbanguly Berdymukhammedov. I rapporti con Unione Europea e Stati Uniti sono stati segnati negli ultimi anni dal pragmatismo e perciò altalenanti. In realtà le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale più che al duello tra Russia e Occidente sono il teatro anche delle azioni del terzo attore nella regione e cioè la Cina. Per gli Stan l’Europa è geograficamente troppo lontana, gli Usa sono considerati un partner solo quando sono disposti a scucire vagonate di dollari (con la guerra in Afghanistan sono state aperte, e poi chiuse, basi americane in Turkmenistan, Uzbekistan e Kirghizistan), mentre con Mosca e Pechino i legami sono naturalmente più stretti.

Se fino ad oggi la scacchiera è rimasta relativamente stabile proprio perché dall’inizio degli Anni 90 sono stati sempre gli stessi uomini a governare (con l’eccezione del Turkmenistan e del Kirghizistan ovunque sono in carica come presidenti gli ex segretari dei partiti comunisti locali), le cose potrebbero cambiare quando ci sarà l’inevitabile ricambio.

1 pensiero su “Eruzione post-sovietica

  1. Pingback: Spazio post-sovietico, una regione in subbuglio | BUONGIORNO SLOVACCHIA

Lascia un commento