Vai al contenuto

UNA FATAL STOCCARDA PER ANGELA MERKEL?

Urne aperte in Baden-Württemberg, la grande regione sudoccidentale tradizionale roccaforte di Cdu e Fdp. In verità si vota contemporaneamente anche in Renania-Palatinato, ma lì l’esito è scontato (l'Spd perderà la maggioranza assoluta ma governerà lo stesso con i Verdi) e verrà considerato solo un’aggiunta di condimento rispetto al piatto forte di Stoccarda. Quello di oggi potrebbe dunque essere il giorno che segna una svolta nella politica tedesca, magari non a breve ma di certo a medio termine. Potrebbe essere il giorno dell’inizio della fine della carriera di Angela Merkel. Sarà una fatal Stoccarda? Per fare un confronto con l’Italia, è come se Berlusconi perdesse la Lombardia o Bersani l’Emilia Romagna.

Lo Spiegel ha in qualche modo anticipato il necrologio, affidandolo alla penna giovane e tagliente di Jakob Augstein, figlio dello storico fondatore del magazine Rudolf, nelle cui vene scorre tuttavia il sangue del padre naturale, lo scrittore Martin Walser. «Tutto indica che Angela Merkel abbia già scavallato il punto più alto della sua vicenda politica», ha esordito Augstein, «e la sua fine è già visibile. Il prossimo sarà il suo settimo anno alla Cancelleria, un numero magico non solo nelle favole. Solo 3 cancellieri lo hanno oltrepassato nella storia della Bundesrepublik. Non ci vuole un dono profetico per sostenere che, se la Cdu perderà Stoccarda, niente a Berlino sarà più come prima. Il Baden-Württemberg potrebbe essere per la Merkel quello che il Nord Reno-Westfalia fu nel 2005 per Gerhard Schröder: l’inizio della fine».

Le ultime settimane sono state cadenzate da molti passi falsi, che rischiano di esserle esiziali: la gestione dello scandalo della tesi di dottorato plagiata di zu Guttenberg, l’improvvisa svolta nella politica nucleare dopo l’incidente di Fukushima, la decisione di astenersi nel Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla risoluzione contro Gheddafi. «La cancelliera ha compiuto molti errori», ha ripreso lo Spiegel, «e nel tentativo di rimediarvi ne ha fatti di nuovi. Il suo fiuto politico l’ha abbandonata. Nell’affare zu Guttenberg ha sottovalutato il valore che i suoi stessi elettori danno all’integrità accademica. Sul nucleare le è stata estranea la dimensione quasi religiosa con cui i tedeschi dell’ovest si rapportano alla politica atomica. Era stato un errore varare in autunno la legge sul prolungamento dell’attività dei reattori tedeschi ed è quindi risultato poco credibile, dopo Fukushima, l’annuncio dell’uscita dall’uscita dell’uscita dal nucleare». Un triplo salto mortale, su cui adesso pesa anche la prova di una scelta compiuta solo per motivi elettoralistici.

Eppure i suoi esordi furono in un certo senso rivoluzionari: la prima donna a salire sul trono più alto della politica tedesca, e in più la prima politica espressione di quella metà orientale del Paese fino ad allora considerata nient’altro che una palla al piede dell’economia nazionale. Fu la sua elezione a rimettere le bollicine nello spumante sfiatato della riunificazione: est e ovest finalmente con pari dignità, e per di più sotto una guida al femminile. Che orgoglio. «Ma la sua forza», ha proseguito spetatamente Augstein, «è stata soprattutto la debolezza dei suoi avversari. Ora che sono stati tutti quanti neutralizzati, sia all’interno del suo stesso partito che all’opposizione, è rimasta da sola, nemica di se stessa. E adesso si dà il colpo di grazia. Non è mai stata una brillante oratrice, ma una grande combattente sì. Ora si rivolge al suo popolo di militanti come una badante di turno ai suoi assistiti, ai quali annuncia in ospizio il programma delle attività settimanali».

Un ritratto impietoso e forse anche ingeneroso, nel quale tuttavia ritornano alcune critiche di fondo che hanno accompagnato l’era politica della Merkel anche nei suoi momenti migliori: mancanza di un’anima e di un progetto di società, nessuna idea di dove il Paese debba andare in futuro, nessuna passione, né entusiasmo, né visione. «La Cdu ma anche tutta la Bundesrepublik hanno pagato un prezzo alto al cancellierato della Merkel», ha concluso lo Spiegel, «quello della perdita di identità dei partiti e della depoliticizzazione del Paese. La cancelliera ha strappato le radici del suo partito, trascinandolo nella corrente dell’opinione pubblica, e ora deve misurare sulla propria pelle quanto il consenso sia un flusso volatile, poco propenso a farsi addomesticare e sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo. Gli elettori inseguono stupiti il tentativo della Merkel di entrare nella storia non solo come prima donna e prima tedesca dell’est, ma anche come prima cancelliera dai tanti colori, nera, rossa, gialla, verde, buona per tutte le stagioni. Non era questo che la Germania intendeva per repubblica colorata».

Gli ultimi sondaggi lasciano poco scampo a Cdu e Fdp: in Baden-Württemberg socialdemocratici e verdi sono dati in testa e alla pari, e tutto lascia presagire che sarà un derby a sinistra a decidere quale fra i due partiti nominerà il Ministerpräsident. Toccasse agli ecologisti, sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica tedesca. Le urne si chiudono alle 18. Un secondo dopo le prime proiezioni daranno la misura di quel che è accaduto.

(Elaborazione di un articolo pubblicato su Lettera 43)