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RUSSIA, RUSH FINALE PER LE ELEZIONI ALLA DUMA

Domenica gli elettori russi sono chiamati a scegliere il nuovo parlamento. Il risultato è scontato e non ci sono dubbi che la maggioranza assoluta dei seggi sarà ancora in mano al partito del primo ministro e futuro presidente Vladimir Putin. Già ora Russia Unita occupa 315 dei 450 seggi della Duma e anche se gli ultimi sondaggi danno in calo la formazione dello Zar (sempre oltre il 50%, ma lontana dalla maggioranza dei due terzi che permetterebbe processi decisionali più fluidi nell’arena parlamentare), non ci saranno certo sorprese dell’ultimo minuto.

Il calo del partito del potere è fisiologico nel particolare momento di crisi economica, soprattutto in una fase in cui l’elettorato non sembra preoccuparsi troppo di ciò che succede nei piani alti tra il Cremlino e la Casa Bianca (la sede del governo). La staffetta alla presidenza annunciata con largo anticipo tra Putin e Medvedev ha tolto inoltre tensione a una campagna elettorale piuttosto noiosa. Il fatto che l’esito della tornata sia tutto sommato già definito deriva in larga parte dal peso che Russia Unita ha rispetto agli altri sei partiti che sono stati ammessi alla competizione e al controllo che il partito ha – attraverso Putin e il suo team politico-economico - sulle risorse amministrative e mediatiche.

Le caratteristiche del sistema politico poi, sempre in evoluzione negli ultimi vent’anni da quando si è passati da un modello totalitarista a uno - almeno formalmente - democratico, sono state plasmate ad uso e consumo dell’élite al potere, tanto che le elezioni russe, parlamentari e presidenziali, sono sempre state lontane dagli standard occidentali. È vero però che nello scorso decennio il controllo dall’alto è cresciuto e anche le recenti parole di Putin, incoronato ufficialmente candidato alle presidenziali lo scorso fine settimana al congresso di Russia Unita, hanno testimoniato che il Cremlino non intende abbandonare la linea dura, nonostante i mugugni degli elettori e qualche screzio interno (vedere alla voce Kudrin).

Vladimir Vladimirovic ha inveito contro presunte influenze esterne di chi vorrebbe cambiare il corso delle cose in Russia, affermando di sapere che “alla vigilia delle elezioni i rappresentanti di certi Stati stranieri riuniscono coloro a cui versano i soldi come destinatari di “grant” e li invitano a fare un apposito lavoro per influenzare l’andamento della campagna elettorale del nostro Paese. Questo è un lavoro inutile, sono soldi buttati al vento”. In realtà si tratta solamente di eccessi da campagna elettorale per raggranellare qualche voto in più sulla sponda nazionalista, dato che a Mosca non c’è il rischio di nessuna rivoluzione colorata come quelle in Georgia o in Ucraina proprio perché i partiti che competono per queste elezioni sono a prova di contagio occidentale.

Dei quattro partiti che ora sono presenti in parlamento saranno probabilmente solo tre a trovare la via della nuova Duma sorpassando la quota del 7%. A far compagnia a Russia Unita del tandem Putin-Medvedev ci saranno i comunisti di Gennady Zyuganov e i liberaldemocratici di Vladimir Zhirinovski; potrebbe scomparire invece Russia Giusta, partito creato ad hoc alle elezioni del 2007 per succhiare qualche elettore di sinistra dal serbatoio comunista. Il leader Sergei Mironov è stato spodestato al Consiglio della Federazione dalla putiniana ex governatrice di San Pietroburgo Valentina Matviyenko, e il suo gruppo alla Duma potrebbe essere sostituito da quello di Giusta Causa, formazione inventata un paio di mesi fa per attirare gli elettori liberali delusi da Russia Unita. Il partito era stato preso in mano dall’oligarca Mikhail Prokhorov, che però ha subito gettato la spugna. Gli altri due partiti ammessi sono i marginali Patrioti di Russia e lo storico Yabloko guidato ora da Sergei Mitrokhin, il partito liberale fondato nel 1995, ma che ormai dal 2003 non riesce a fare il suo ingresso in parlamento.

I pesi massimi a far da contraltare a Putin saranno dunque il solito Zhirinovski, il clown della politica russa che riesce sempre a raccattare voti sufficienti per non essere fagocitato dal resto del ben più potente circo (stavolta accreditato del 12% e circa 60 seggi), e il rosso Zyuganov, uno che aveva sfidato alle presidenziali del 1996 Boris Eltsin e già allora aveva perso dopo una campagna elettorale viziata dallo strapotere mediatico del Cremlino e da un ballottaggio pilotato anche con l’aiuto di qualcuno in Occidente. I comunisti domenica potrebbero arrivare oltre il 20% e sfiorare quota 100 deputati. Un record per il partito che nel novembre del 1991 era stato proibito.

(Lettera 43)