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Katyn, tensione e distensione

I rapporti russo-polacchi attraverso il prisma di Katyn. Dialogo e controversie, vicinanze e lontananze, prospettive e regressioni.

(Scritto per Reset Doc)

(dal film "Katyn" di Andrzej Wajda)

di Matteo Tacconi 

“Janowiec and others versus Russia”. Questo è il nome di un caso giudiziario che potrebbe farsi precedente molto presto. A febbraio, esattamente, quando la Corte europea dei diritti dell’uomo (Echr) attiverà le procedure per stabilire in modo definitivo se quindici cittadini polacchi – sarebbero appunto Janowiec e altri – sono stati sottoposti dalla Federazione russa a “trattamenti degradanti” per non aver mai ricevuto informazioni adeguate sulla sorte toccata ai loro cari a Katyn, nell’aprile del 1940.

Sono, questi, la data e il luogo di uno dei peggiori eccidi della storia contemporanea. Le vittime, 22mila, erano ufficiali polacchi dell’esercito regolare e della riserva, nonché funzionari pubblici. Gli uomini dell’Nkvd, la polizia segreta sovietica, disciolta negli anni ’50 e assorbita dal Kgb, li freddarono uno a uno con un colpo alla nuca.

Guerre, occupazioni, spartizioni

Perché si arrivò a tanto? Bisogna partire dal conflitto di frontiera tra Urss e Polonia (1919-1921), scoppiata all’indomani della fine della Grande Guerra. L’oggetto del contendere erano le attuali regioni occidentali dell’Ucraina e della Bielorussia, reclamate tanto dagli uni che dagli altri. Vinse la Polonia, rinata come entità statuale nel 1918, dopo che nei due secoli precedenti era stata spartita tra Prussia, Austria e Impero Russo. L’Urss, erede geopolitica della Russia zarista, ne digerì con fastidio la resurrezione. La sconfitta del 1919-1921 accentuò i sentimenti anti-polacchi e fece covare il proposito di vendicarsi quanto prima.

L’occasione si presentò nel 1939, quando Stalin e Hitler, accomunati da intenti imperialistici, stabilirono con il Patto Molotov-Ribbentrop di dividersi la Polonia, annullandola ancora una volta politicamente, moralmente e geograficamente. L’esercito tedesco la invase il primo settembre 1939, aprendo la Seconda guerra mondiale. I sovietici ne occuparono le regioni orientali una manciata di giorni dopo, facendo migliaia di prigionieri e deportandoli. Pochi mesi più tardi sarebbero scattate le esecuzioni di Katyn.

Il Cremlino, in epoca sovietica, ha sempre glissato sulla questione Katyn. Negli ultimi due anni c'è stata qualche significativa apertura, anche se non del tutto sufficiente.

Qui torniamo al punto di partenza. Al ricorso presentato da Janowiec e dai connazionali, esasperati dai silenzi giunti da Mosca a ogni richiesta di notizie sulla vicenda dolorosa dei loro cari. Il fatto è che il Cremlino ha sempre glissato sull’argomento. Fu un grande tabù per tutta la durata della stagione comunista, fino a quando Gorbaciov, nel 1990, ammise le responsabilità che i suoi predecessori avevano sempre negato. Ma si fermò qui. Non vennero né aperti gli archivi, né condotta un’inchiesta seria su quei fatti.

Lo stesso approccio, grosso modo, è stato mantenuto con Eltsin e Putin. La verità piena su Katyn, del resto, sminuirebbe il mito della cosiddetta “grande guerra patriottica” contro il nazismo, che continua a rappresentare uno dei pilastri valoriali di Mosca anche adesso che l’Urss non c’è più.

La svolta del 2010

Le spartizioni del ‘700, la guerra del 1919-1921, il patto Molotov-Ribbentrop, la sovietizzazione della Polonia durante la Guerra fredda e qualche altro conflitto caldo nei secoli addietro: con tutto quello che è accaduto nel corso della storia è logico intuire che la reticenza di Mosca su Katyn ha aggiunto ulteriore tensione al dialogo con Varsavia, fisiologicamente diffidente nei confronti dei russi.

Tuttavia, negli ultimi due anni, ci sono state delle novità. Nel 2010 il primo ministro polacco Donald Tusk e l’allora omologo Vladimir Putin, ora tornato alla presidenza, si recarono insieme sul luogo della carneficina. Mai prima di allora i capi di governo in carica dei due paesi avevano compiuto un simile gesto.

La Commissione per gli affari difficili, organo bilaterale russo-polacco, sta cercando di lavorare per cercare di smussare gli attriti tra i due paesi attraverso la ricerca in ambito storico.

Il merito di quel comune pellegrinaggio va al lavoro poco visibile ma straordinario della Commissione per gli affari difficili. Si tratta di un organismo bilaterale istituito nel 2008 e composto da storici e personalità di prestigio che ha il compito di trovare punti di convergenza sulle tante divergenze che i due paesi vantano nella lettura delle vicende passate. Andando insieme a Katyn, Tusk e Putin hanno voluto mandare un messaggio di spessore: si può parlare anche se ci sono cose che dividono.

A pochi giorni da quello storico incontro, l’aereo a bordo su cui viaggiava il presidente della Repubblica polacca Lech Kaczynski, si schiantò in prossimità dell’aeroporto russo di Smolensk, da dove il capo dello stato sarebbe poi andato a Katyn, per un’altra commemorazione. Né lui né gli altri circa cento passeggeri (politici, militari, intellettuali e prelati) sopravvissero all’impatto. L’incidente sembrò portare Russia e Polonia a un ulteriore avvicinamento. Mosca dichiarò una giornata di lutto nazionale e trasmise in prima serata sulla tv di stato il film Katyn, diretto dal decano del cinema polacco Andrzej Wajda. Il presidente Dmitry Medvedev, inoltre, declassificò una serie di documenti d’archivio (tuttavia non tra quelli più sensibili). Varsavia applaudì queste decisioni.

Il disgelo inaugurato nel 2010 ha toccato il suo apice lo scorso agosto, quando il patriarca della Russia, Kirill, è stato il primo capo della chiesa di Mosca a recarsi in visita a Varsavia, dove insieme ai vertici della curia polacca ha siglato un documento sulla riconciliazione tra i due paesi.

Come l’ottovolante

Ma non sono tutte rose e fiori. Intorno all’eccidio di Katyn, infatti, si procede come l’ottovolante: si va su, poi si scende giù. Malgrado le aperture di Mosca e sebbene la Polonia, sotto la guida di Tusk, abbia deciso di perseguire una politica meno istintiva e più pragmatica nei confronti della Russia, l’eco dell’eccidio si fa sempre sentire. Nei libri di storia, nelle pubblicazioni degli accademici e – si è visto – presso la Corte europea dei diritti dell’uomo.

Mosca e Varsavia hanno visioni opposte sulla dinamica dell'incidente aereo che ha portato alla morte dell'ex presidente polacco Lech Kaczynski, mentre si stava recando sul luogo dell'eccidio di Katyn.

Non basta. Anche l’esito dell’inchiesta russa sullo schianto dell’aereo di Smolensk è fonte di attriti. Mosca mette l’accento sul solo errore umano; per Varsavia la torre di controllo non ha fornito ai piloti tutte le informazioni necessarie all’atterraggio. Oltre a questo, la Polonia denuncia il fatto che la Russia, nonostante le richieste, non ha ancora restituito la carcassa del velivolo. Recentemente il governo polacco ha chiesto all’Ue di fare proprio questo tema e di esortare Mosca a consegnare i resti dell’aereo.

Sempre recentemente, infine, il governo polacco si è infuriato a causa della diffusione, sulla blogosfera russa, di alcune immagini dei cadaveri delle vittime di Smolensk. Tusk è giunto a parlare di provocazione e ha convocato l’ambasciatore russo a Varsavia, chiedendo spiegazioni. Arriveranno?

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