Vai al contenuto

Russia e Wto: maratona finita

Da ieri Mosca è membro effettivo dell'organizzazione. Si chiude un negoziato durato più di diciotto anni. Ma l'ingresso nel gotha del commercio non avrà l'effetto rivoluzionario che ha avuto per la Cina. Le chance per l'imprenditoria italiana.  

(Scritto per Europa)

Fabbrica a Chelyabinsk, una delle grandi città degli Urali (Archivio Rassegna Est)
Fabbrica a Chelyabinsk, una delle grandi città degli Urali (Archivio Rassegna Est)

di Matteo Tacconi

Da ieri la Russia è membro effettivo dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Si può dunque porre la parola fine a una saga negoziale molto lunga. Lunghissima. Mosca taglia infatti il traguardo a quasi vent’anni di distanza dall’apertura dei colloqui, avvenuta all’epoca del Gatt (General agreement on tariffs and trade), il predecessore del Wto. Alla Cina, entrata nel 2001, ne sono serviti di meno: quindici.

I motivi che hanno dilatato i tempi dell’accesso russo sono molteplici. Ci sono state questioni tecniche, ma anche faccende politiche. Da ultimo il veto della Georgia, scattato dopo la guerra del 2008 per l’Ossezia del Sud e venuto a cadere solo nei mesi scorsi, su mediazione della Svizzera.

La membership del Wto porta vantaggi. Può innanzitutto favorire l’afflusso di capitali stranieri e una maggiore propensione ai consumi, dal momento che i dazi doganali sulle importazioni dovranno essere livellati verso il basso. Si ritiene altresì che l’economia russa, in alcuni settori ancora troppo pesante e nel suo complesso soggetta a un forte tasso di burocratizzazione, nonché di corruzione, possa divenire più competitiva.

C’è anche qualche inevitabile costo, comunque. Tra questi figurano le limitazioni agli aiuti di stato e la maggiore “vulnerabilità” agli investimenti esteri di settori sensibili quali il bancario e soprattutto l’energetico. Diverse perplessità sono giunte inoltre da altri comparti, con l’auto (che affronta già una durissima crisi) e l’agricoltura in testa. Le autorità russe hanno però parzialmente sedato i timori degli operatori, assicurandosi nel primo caso la riduzione molto graduale delle tariffe sulle importazioni e nel secondo la facoltà di sovvenzionare il settore con fondi pubblici fino al 2015, come riportato da Giovanni Dioguardi e Alessandro Di Simone in un dettagliato articolo pubblicato lo scorso aprile sul sito di Limes.

Alle fine, comunque, i pro soverchiano i contro. Nettamente. Il Wto stima peraltro che l’economia della Federazione russa potrebbe crescere di 49 miliardi di dollari l’anno nei prossimi tempi (è grosso modo il tre per cento del prodotto interno lordo) e di 162 miliardi nel lungo termine. Gli esperti, tuttavia, dicono che non ci sono le condizioni affinché possa ripetersi il miracolo che ha portato la Cina, dopo l’ingresso nel club del commercio, a diventare in pochi anni la seconda economia globale (nel 2001 era al sesto posto). Questo perché la Russia ha costi del lavoro alti rispetto a quelli in vigore a Pechino e il suo modello economico non si fonda sulle manifatture, come nel caso cinese, bensì sull’export di petrolio e gas. Insomma, l’ingresso russo non è tale da provocare un «big bang», volendo usare le parole del segretario generale del Wto, il francese Pascal Lamy. C’è pure il contesto globale, volendo completare il quadro, che frena un po’. Nel 2001 s’era nel pieno della sbornia da globalizzazione, mentre oggi la crisi limita il volume degli scambi.

A proposito di scambi. L’inclusione della Russia nel Wto verrà sicuramente accolta positivamente dell’Italia. Negli ultimi dieci anni l’interscambio tra Roma e Mosca è andato costantemente aumentando, fino a superare i 27 miliardi nel 2011. La tendenza può ora rafforzarsi ulteriormente. Così come può rafforzarsi la capacità delle aziende italiane di penetrare sul mercato della Federazione russa, destinato a diventare più fluido e accessibile.

Intanto Oao Tmk, colosso della produzione di tubi per gasdotti e oleodotti, potrebbe essere la prima azienda russa a impugnare le nuove regole allo scopo di ricorrere contro i dazi applicati dall’Unione europea ai suoi prodotti. Bruxelles, proprio lo scorso mese, li ha prolungati al 2017. Il provvedimento cozza contro le norme del Wto e il ricorso, sempre che l’Ue non torni sui suoi passi spontaneamente, dovrebbe essere vinto facilmente.

Lascia un commento