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Rublo senza rete

Sanzioni, guerra ucraina e crollo del prezzo del petrolio trascinano a fondo la moneta russa. Quali potrebbero essere le mosse di Putin. 

Letture quotidiane a Sebastopoli (Archivio Rassegna Est)
Letture quotidiane a Sebastopoli (Archivio Rassegna Est)

di Matteo Tacconi
Scritto per Pagina 99 

Il rublo scivola ancora più giù. I numeri della sua discesa verso il basso – più una caduta, che una discesa – sono impressionanti. Il rapporto tra dollaro e moneta russa è schizzato nelle ore scorse a uno a settantadue, a fronte di un tasso di cambio che un anno fa era di uno a trentadue. L’andamento con l’euro segue la stessa traiettoria. Da ottobre in avanti, sia nel primo che nel secondo caso, c’è stato un vero crollo. Letteralmente verticale, stando al colpo d’occhio restituito dai grafici.

Grafico sul cambio dollaro rublo al 18 dicembre 2014
Il cambio dollaro-rublo nell'ultimo anno

Le ragioni sono note. La valuta di Mosca è schiacciata da un triplice peso: sanzioni occidentali, guerra in Ucraina e flessione dei prezzi del petrolio. Dei tre è forse l’ultimo quella con il peso specifico maggiore. Nulla toglie alla sostanza, comunque: il rublo, che fino a qualche tempo fa Mosca voleva persino sdoganare come valuta negli scambi internazionali, è conciato molto male.

Cambio dollaro rublo 18 novembre 18 dicembre 2014
Il cambio dollaro-rublo nell'ultimo mese

Si conoscono anche le conseguenze che un terremoto di tale intensità squaderna: forte inflazione, problemi con i mutui contratti in valuta estera (non sono tuttavia così tanti in Russia), raffreddamento degli investimenti e così via. Non è il caso di tornarci sopra. Conviene, piuttosto, capire quali sono i margini di manovra delle autorità russe.

Mosca cerca da mesi di arginare le fluttuazioni della moneta. Il primo passo è stato mettere mano alle riserve. Nel 2014, proprio allo scopo di stabilizzare il rublo, la cui curva ha seguito da vicino quella del petrolio, sono stati bruciati settanta miliardi di dollari. Senza risultati. Tanto che la Banca centrale, nelle settimane passate, ha deciso di lasciare che la moneta fluttuasse liberamente.

Ieri è stato fatto un altro tentativo: un ritocco pirotecnico ai tassi, portati al 17%. Mai dal default del 1998 s’erano toccato questi livelli. Il che suggerisce sulla carta un’analogia tra i fatti di oggi e quelli di ieri. Non regge granché. Le riserve della Banca centrale sono ancora largamente sufficienti, il debito pubblico è sotto controllo. Nel ’98 i valori erano decisamente peggiori. Alzare i tassi fu una mossa disperata dell’ultima ora. Il rialzo appena annunciato, divenuto effettivo in queste ore, costituisce invece un incentivo a detenere rubli, dato che offre rendimenti altissimi.

L’intervento, a ogni modo, non ha placato le acque. Il rublo ha continuato a ballare e l’oscillazione di ieri è stata persino più brusca di quelle dei giorni addietro. Se le cose non si raddrizzassero a Mosca resterebbero quasi solo le opzioni radicali. Una è il controllo dei capitali. In pratica il governo potrebbe imporre alle aziende di non spostare i propri soldi o di farlo sono dopo un certo periodo di tempo e secondo determinate condizioni. In altre parole, chi ha capitali sarebbe costretto a investirli e farli circolare nella sola Russia. In questo modo si darebbe ossigeno al rublo e ai fondamentali dell’economia, ma il clima degli investimenti diverrebbe ancora più glaciale e si intaccherebbero le regole dei tempi che corrono, che permettono di comprare e vendere asset praticamente senza barriere. Strada stretta e accidentata, insomma.

Quali carte restano, a Vladimir Putin? Potrebbe chiudere il capitolo ucraino, magari. Lasciare che Kiev sposti il suo baricentro a occidente, togliere il sostegno ai ribelli separatisti dell’est, fare quindi in modo che l’Europa azzeri le sanzioni (sperando al contempo che il mercato petrolifero si riprenda). Quella ucraina, tuttavia, è una partita che ha riflessi non solo strategici. Contano anche l’emotività, la storia, i miti veri e presunti. Putin ha deciso di giocarla e non capitolerebbe mai senza condizioni.

Gli restano due risorse. I russi, innanzitutto, con il sostegno ampio che gli accordano, stimolato più che mai dalla retorica dell’assedio occidentale e dal ritorno a casa della Crimea. Non è poco. La psicologia conta, in questo match. Non è solo questione di algebra, grafici e tassi. Putin può anche giocare sul concetto del mal comune, mezzo gaudio. Le sanzioni e la crisi economica russa feriscono in effetti anche l’Europa, con la sua economia che va a singhiozzo. Fino a quando Bruxelles potrà fare a meno del grande mercato russo? Il Cremlino guarda anche a questo fattore, logicamente. Eppure la fotografia attuale della vicenda rivelerebbe che tra i russi e gli europei sono i primi quelli che hanno più da perdere. Sempre e comunque fino a prova contraria.

1 pensiero su “Rublo senza rete

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