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Rublo giù, Putin su

A un anno dalle sanzioni l'economia russa soffre e dimostra i suoi limiti. Ma il presidente guadagna consensi.

(kremlin.ru)
(kremlin.ru)

di Stefano Grazioli
Scritto per Lettera43

Dannose, ma non fatali. Così Vladimir Putin ha definito le sanzioni occidentali che progressivamente, nel corso dell’ultimo anno, la Russia ha dovuto affrontare dopo l’annessione della Crimea. Se infatti nel marzo 2014 Mosca ha fagocitato in quattro e quattr’otto la penisola sul Mar Nero strappandola di fatto all’Ucraina, 12 mesi fa Stati Uniti, Unione Europea e una serie di Paesi, dal Giappone alla Svizzera, hanno scelto la linea dura contro il Cremlino.

L’escalation è cominciata ufficialmente dopo il referendum tenuto il 16 marzo con il quale gli abitanti della Crimea decisero a maggioranza di staccarsi da Kiev. La comunità internazionale non riconobbe la consultazione popolare e prese i primi provvedimenti ristrettivi il giorno successivo: congelamento di beni esteri e divieti d’ingresso nei confronti di diversi elementi dell’apparato russo e ucraino coinvolti direttamente nella vicenda della Crimea.

Di fronte ai successivi sviluppi nel Sud-Est dell’Ucraina, con l’esplosione del conflitto tra separatisti filorussi e truppe di Kiev in aprile culminato in agosto con l’abbattimento del volo della Malaysia Airlines sui cieli del Donbass, le sanzioni sono state più volte rafforzate e sono andate a interessare non solo il settore diplomatico, ma quello ben più sensibile dell’economia, toccando finanza ed energia, armamenti e tecnologie. Con gli accordi di Minsk firmati nel settembre 2014, ribaditi a dicembre e rinnovati nel febbraio del 2015, la guerra nelle regioni orientali ucraine è stata congelata e le sanzioni sono rimaste in vigore.

Se l’obiettivo dell’Occidente era quello di mettere Putin alle strette e costringerlo a ripensare la strategia verso l’Ucraina, non si può certo dire che dopo un anno il bersaglio sia stato centrato. Il Cremlino continua in sostanza a fare quello che vuole e il rischio che gli scontri del Donbass riprendano in grande stile è ancora alto, esattamente come il pericolo di un effetto domino che laceri ancora di più l’ex repubblica sovietica.

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Le sanzioni hanno fatto male invece alla Russia dal punto di vista economico perché sono andate ad aggiungersi alla crisi congiunturale che ben prima dell’inizio delle tensioni in Ucraina aveva iniziato a pesare sulla Federazione e che negli ultimi 12 mesi è esplosa con maggiore gravità. Soprattutto il calo vertiginoso del prezzo del petrolio ha influito negativamente sulla situazione generale russa, trascinando con sé il rublo e innescando la spirale dell’inflazione, quest’anno prevista intorno al 12%. Prezzi alle stelle per i consumatori, crollo della moneta nei confronti del dollaro, fuga di capitali (150 miliardi di dollari nel 2014), sono tutti sintomi della malata economia russa, basata essenzialmente sull’esportazione di materie prime, che assomiglia in sostanza un castello di carta pronto a essere spazzato via quando il prezzo dell’oro nero scende in cantina.

Sul medio periodo, già a partire comunque dal 2015, è prevista la risalita stabile del prezzo, che ha già riguadagnato il 16% dall’inizio dell’anno e la Banca centrale ha adottato misure che hanno consentito la stabilizzazione del rublo, che a febbraio ha ripreso il 12% nei confronti del dollaro. Segnali tutto sommato positivi che fanno comodo a Putin, anche se il quadro è tutt’altro che tranquillizzante: la crisi ucraina e le sanzioni occidentali sono in ogni caso elementi di insicurezza in una cornice debole.

Il Cremlino, per mantenere il controllo del sistema, ha bisogno di stabilità economica: da un lato per evitare che il grande elettorato scivoli nell’insoddisfazione e sia pronto a levare consenso, e dall’altro per far sì che l’establishment oligarchico non si frammenti e in preda a forze centrifughe dia il via a un processo di pericolosa disgregazione. Le sanzioni in vigore da un anno hanno in realtà rafforzato l’immagine del leader russo a casa propria, aiutato da un vento nazionalista e antioccidentale che, per quanto sia in parte frutto della propaganda, è però anche una conseguenza fisiologica: difficile cioè immaginarsi i russi saltare di gioia per le sanzioni di Washington e Bruxelles contro Mosca.

Se Putin è salito dal 65% all’85% del consenso negli ultimi due anni è perché l’Occidente paradossalmente gli ha dato una mano. Senza contare che la Russia malandata è un pericolo non solo per sé stessa, ma per l’Europa, che di sanzioni ha ferito e ora si trova a fare i conti con gli effetti collaterali. E se italiani o tedeschi escono dal mercato russo, ultimo caso quello della Opel, che ha annunciato il proprio ritiro entro la fine del 2015, cinesi e coreani sono pronti a rimpiazzarli. È la globalizzazione e l’illusione occidentale che la Russia sia isolata.

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