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Romania on the road

Cinque anni fa, viaggio in auto dal Banato al delta del Danubio, per raccontare i venti anni dalla fine di Ceausescu. Spunti in parte attuali ancora oggi.

romrom

di Pierluigi Mennitti

On the road, duemila chilometri di polvere e asfalto, nella Romania a vent’anni dalla caduta di Ceausescu. Dalle pianure del Banato alle vallate della Transilvania, dalle vette dei Maramures fin giù nelle piane della Valacchia e poi in fondo accanto al fiume d’Europa, al Danubio che si frantuma nel delta incontaminato del Finisterrae orientale d’Europa. In viaggio nella pancia del paese, fuori dalle rotte tradizionali del turismo e lontano dalle grandi città che segnano il tempo della politica. Fuori dai luoghi noti, dentro le viscere di un paese difficile e bellissimo, dove la clessidra sostituisce le lancette dell’orologio e il tempo sembra essersi fermato a quello dei nostri nonni. Si parte da ovest, da un confine come non ce ne sono più nell’Europa di Schengen, dove il traffico è ancora intasato, l’aria intrisa di gas di scarico dei Tir in attesa sul ciglio della carreggiata e i doganieri sbirciano passaporti e libretti d’auto con l’aria arcigna. Ci vuole un po’ ma si è ripagati dal brivido di un confine vero, sebbene sulle garritte sventoli ormai la bandiera blu di Bruxelles.

L’augurio di buon viaggio, stampato sul primo di una serie infinita di cartelli dispersi lungo tutte le arterie stradali, mette il buon umore: «Drum bun» è anche il saluto che si scambiano i camionisti nelle stazioni di servizio, il viatico per chi si avventura a macinare chilometri e catrame in queste terre antiche. La strada è larga e ben bitumata, rinnovata da poco da una ditta italiana. «Ora si viaggia bene, prima era uno schifo», solletica il nostro orgoglio un viaggiatore incrociato per caso. Ma manca la segnaletica orizzontale, le strisce non ci sono, si prosegue affidandosi all’istinto, sperando che vada bene. Il Banato è una terra piatta e selvatica, meticcia e operosa. Sorpassiamo i primi carri gitani tirati da cavalli che portano fieno e una variopinta umanità di bambini. È d’obbligo salutare con un cenno del capo il guidatore che stringe le redini in mano, il capofamiglia, in segno di rispetto. Poi ci sono gli ungheresi, civili e urbanizzati, che s’incaponiscono a raccontarti l’epopea magiara che non tornerà più. I tedeschi: da qui emigrò in Germania la scrittrice Herta Müller, che cercando la libertà ha trovato il premio Nobel. E gli italiani, gli ultimi arrivati con le aziende sull’onda della delocalizzazione, alla ricerca di avventure e di braccia di lavoro a poco prezzo: l’epopea dei piccoli imprenditori di Belluno e Treviso, la leggenda di Timisoara come ottava provincia veneta. Le aziendine le vedi scorrere al lato della strada, tutte nuove e pulite con le insegne luminose sui cancelli, nomi per lo più sconosciuti, familiari solo per la lingua: Cecconi, Avicolo, Mazzoleni, Sorcetti. Le notti di Timisoara risuonano di echi italiani, di spaghetti e brasati e di mille avventure nate lontano dai focolari domestici.

Più avanti si sale, la via si restringe ma resta scorrevole, si piega ora a destra ora a sinistra, s’incunea tra i monti della Transilvania. Cluj-Napoca, la Milano di Romania, trecentomila abitanti, una struttura urbanistica razionale e ordinata, una grande università, un parco dove al pomeriggio giovani e vecchi si sfidano a scacchi e un sacco di gente che ha scoperto nei servizi la via per riscattarsi dalla chiusura delle industrie di Stato. «Bucarest ladrona», sussurra Erik, un rumeno di Ungheria timido e determinato, che di lavoro fa l’informatico. «È un genio», assicurano gli amici e sarà vero, perché fare un complimento a un ungherese, nella città dove pure i cestini dell’immondizia sono pittati con i colori della bandiera nazionale rumena, costa fatica. La capitale è lontana, fisicamente e ancor più mentalmente. «Qui si lavora, si pensa al sodo, si cerca di far funzionare le cose, lì c’è la burocrazia e ci sono i politici che pensano solo al loro interesse». Ogni tanto la Romania sembra uno specchio deformato dell’Italia. Sarà la lingua latina comune.

La campagna è una sorpresa, un tuffo nel passato che non abbiamo conosciuto se non attraverso le storie dei nonni. La strada d’asfalto lascia il posto a un tratturo sterrato, la polvere si avvita in nuvole rossastre che avvolgono l’auto, poi le grida divertite di un gruppo di gitani ci invitano a rallentare. C’è un fiume da attraversare e manca il ponte. Ci vuole pazienza. Una zattera di legno appesa a un filo tirato da un Caronte uscito da una cartolina ingiallita arriva a prenderci. Scricchiola ma regge. Ci vanno due auto al massimo. E una manciata di persone. Anche gli zingari devono passare dall’altra parte, ma siamo in troppi. Così, i più bulli fra di loro, ci seguono guadando il fiume a piedi, schizzando acqua e urla e risate. La meta da raggiungere si chiama Lozna. Inutile cercarla sulla mappa, perché non c’è. È un agglomerato di sessanta casette immerse in una vallata senza tempo e senza storia, perché la storia è oggi, ieri e domani. Strade senza asfalto, nuvole di polvere, carri che scendono dal colle trainati dai muli, oche che starnazzano allegre nel centro di quella che sarebbe una piazza. Un baretto di lamiera è il ritrovo dei locali, ce lo immaginiamo d’inverno ma qui sono abituati ai tempi di Ceausescu, quando il carbone non c’era e invece adesso la stufa va che è un piacere, assicurano. Per il resto è cambiato poco. Loro non lo sanno, ma villaggi come questo erano destinati a scomparire sotto le ruspe dei piani di riqualificazione urbanistica del Conducator. Lo hanno fermato in tempo. Ora, l’unica novità è portata dai nuovi ricchi di Cluj, che costruiscono villette per il loro buen retiro. Prima o poi cambierà anche questo piccolo mondo antico.

Di nuovo sulla statale, ci arrampichiamo sul passo Prislop, millequattrocento metri di altezza sui monti Maramures. Costeggiamo case di legno con i tappeti a telaio tipici di questa zona appesi a respirare sulle staccionate di legno. Un serpente di auto ci imbottiglia tra file di abeti, a pochi chilometri dallo scavallamento. Hanno quasi tutte la targa italiana. Lì sul passo c’è un festival di musica popolare, arrivano in migliaia per seguire i gruppi musicali. Scopriamo che gli italiani sono gli immigrati rumeni che lavorano da noi e che tornano per le vacanze. Da qui ne sono partiti a migliaia. Claudia è una distinta signora di mezza età, con i capelli tinti di rosso acceso e un bel paio di occhiali da sole griffati. Lavora a Torino, commessa in un negozio di abbigliamento, il marito fa il meccanico: «Ci troviamo bene in Italia, lavoriamo, ci siamo integrati, ci trattano con rispetto». Meno male, oggi gli emigrati siamo noi, mentre decine di gruppi folcloristici di ogni età si alternano sul palco per l’intera giornata e sui pendii tutt’attorno i fumi delle grigliate annunciano gli arrosti e le salsicce di questa festa popolare. Potrebbe essere Pontida, senza gli stendardi e le grida di battaglia politica.

Infine giù, verso la pianura, mentre gli abbaini delle case di legno occhieggiano sotto cupole improbabili e facce di campagna sbucano incuriosite da porte e finestre. C’è il padre di tutti i fiumi da raggiungere, il Danubio. Una calamita irresistibile, si annuncia da lontano come uno specchio sinuoso in fondo alla valle, poi lo affianchiamo e non ci lascerà più sino alla foce. Giunge qui carico di storia e detriti dopo aver attraversato mezza Europa centrale: Germania, Austria, Slovacchia, Ungheria, Serbia, infine Romania e Ucraina. Si butta nel Mar Nero un po’ di qua e un po’ di là, frastagliandosi in canali e rivoli che ballano sul confine. Murighiol, è questo il Finisterre orientale d’Europa, un altro mondo senza spazio e senza tempo, dove si sono rifugiati uomini senza età e gli ultimi pellicani del continente. Silenzio. Solo lo sciabordìo dei remi della barchetta di Vasile, che quando arrivano gli stranieri arrotonda il misero salario da pescatore. Ma anche qui, non siamo tanto stranieri: «Mia moglie si è trasferita in Italia per lavoro, io sono rimasto». Lei non è più tornata, è una storia triste come troppe altre. E il futuro? «Ai tempi di Ceausescu le cose funzionavano meglio». Non è vero, ma qui, nella terra di nessuno, è difficile trovare gli argomenti per contraddirlo.

3 pensieri su “Romania on the road

  1. Pierluigi Mennitti

    Gentile Rasvan, grazie per il commento e ti rispondo volentieri. Non era comunque un pezzo con velleità letterarie. Non c'è fiction, neppure un po', racconto cose veramente osservate. Ha semmai presunzione di stile dei vecchi feuilleton che un tempo venivano pubblicati sulle terze pagine dei giornali e che oggi quasi non esistono più. Ma sempre di testi giornalistici si tratta. La letteratura, anche quella di viaggio, secondo me è un'altra cosa. Concedo invece il rischio del cliché. Con due giustificazioni. La prima: si tratta di un viaggio rielaborato per l'anno 2009, compiuto ancora un paio di anni prima. Cerca di catturare lo spirito delle campagne di quel tempo, sono passati molti anni e le cose in queste regioni cambiano molto velocemente. Dovessi ripercorrere oggi la campagna rumena, andrei probabilmente a Rosia Montana, per raccontare la protesta civica contro la miniera, insomma aspetti certamente più moderni. Così come il rapporto tra emigrati rumeni e Italia sarebbe oggi, con la crisi in Italia, completamente diverso. Secondo: era un giro per la campagna rumena, appunto, specie quella meno battuta dalle rotte turistiche (già il Delta oggi è un'altra cosa). Tranne il breve inciso di Cluj, mancano volutamente tutte le grandi città. Un giro urbano avrebbe già allora fornito un diverso quadro della Romania, oggi lo farebbe ancora di più. Ma l'intento di questi ripescaggi vintage, è anche quello di ripiombare, anche per un attimo, in atmosfere passate. Siamo sempre in clima di memorie degli ultimi 25 anni. Un cordiale saluto. (p.m.)

  2. Occhio di lince

    Articolo fascinoso ed edulcorato al tempo stesso come le fatiscenti periferie delle certe città rumene a cui (in rari casi) si contrappongono centri storici d'antica edificazione (soprattutto tedesca) che vorrebbero far scomparire lo sporco sotto il tappeto, sporco che però è troppo per poter essere significativamente coperto.

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