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È Fico l’Orban di sinistra?

Pubblicato da Europa il 13 marzo 2012

C'è chi azzarda il paragone tra il nuovo primi ministro slovacco e l'omologo ungherese. Malgrado la condivisione del populismo, dello statalismo e dell'allergia ai media, la tesi è esagerata. 

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Robert Fico, capo dello Smer, la socialdemocrazia slovacca, governerà da solo. Le elezioni anticipate di sabato hanno infatti assegnato al suo partito la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari: 83 su 150. Il trionfo di Fico, che torna a guidare il paese dopo due soli anni di opposizione, si spiega solo in parte con la caduta del governo di centrodestra, maturata a ottobre sul voto relativo al fondo europeo salva-stati (da qui il voto anticipato). A spianargli la strada è stato il grande scandalo del “Gorillagate”.

Si tratta di una serie di documenti, finiti in rete, che rivelerebbero mazzette pagate dalla potente compagnia finanziaria Penta ai deputati di centrodestra, nel periodo 2002-2006. Governava, all’epoca, Mikulas Dzurinda, ministro degli esteri uscente e capo dell’Unione cristiano-democratica, socio di maggioranza del defunto esecutivo. Il Gorillagate ha ridotto il partito ai minimi termini, malgrado l’autenticità dei file non sia stata ancora provata.

Ci si chiede come Robert Fico, un socialdemocratico sui generis, animato da una certa verve populista, imposterà l’azione di governo. Le prime reazioni al voto trasudano scetticismo, se non preoccupazione. È c’è chi scomoda il parallelo tra Fico e l’omologo magiaro Viktor Orban, a prescindere dal fatto che il primo sta a sinistra e il secondo a destra.

Ecco perché. Primo: entrambi possono governare senza vincoli, avendo a disposizione una maggioranza assoluta (quella orbaniana supera i due terzi dei seggi). Secondo: sia l’uno che l’altro, allergici alle critiche dei giornali, hanno patrocinato discutibili leggi suo media. Quella targata Smer – approvata nel 2008 e levigata dal governo uscente – garantiva il diritto di replica a chiunque fosse citato in un articolo. Una forma di intimidazione nei confronti dei cronisti, secondo i più.
Più severa la legge ungherese, che a sentire i (molti) detrattori pone l’interno sistema della stampa sotto il controllo dell’esecutivo.

Lo statalismo e gli attacchi al grande capitale, specie se a trazione straniera, sono altri temi cari ai due politici. Orban ha licenziato tasse sulle società attive nei settori energetico, bancario, delle telecomunicazioni e della grande distribuzione alimentare. Quanto a Fico, ha annunciato in campagna l’aumento delle tasse sui redditi alti e sulle attività produttive, nonché un’imposta sui depositi bancari. Gli investitori internazionali attendono i prossimi sviluppi.

Quarto punto in comune, infine: il nazionalismo e i fattori identitari. Orban predica energicamente il culto della patria e ha allargato la possibilità di ottenere la cittadinanza a tutti i connazionali residenti all’estero, irritando i paesi che registrano la presenza di minoranze ungheresi, Slovacchia inclusa (450mila persone). Da parte sua, Fico, tra il 2006 e il 2010, colpì i magiaro-slovacchi con misure odiose. C’è comunque da dire che dovette cedere, pena la fine del governo, alle pressioni degli alleati sciovinisti del Movimento per una Slovacchia democratica e del Partito nazionale, con cui s’alleò dando vita a un’anomala coalizione “rosso-bruna”. Alleanza che gli costò la sospensione dal Partito socialista europeo, revocata nel 2008.

Adesso Fico governa da solo. Giocherà la carta identitaria? Farà sfoggio di populismo? Visti i magri risultati conseguiti dall’omologo ungherese, bacchettato e isolato dall’Ue, si ha l’impressione che il nostro, anche quando alzerà i toni, cercherà di evitare eccessi e strappi.

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