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L’ispirazione tedesca

In Italia, Francia e nell'Europa in crisi si torna a guardare al cantiere delle riforme messo in piedi dall'ex cancelliere Gerhard Schröder, per molti alla base degli attuali successi economici della Germania. Una mappa sulle principali misure, compresi i tanto criticati mini-job, di quel percorso.

(Scritto per Europa)

(Wikipedia)

di Pierluigi Mennitti

Tutto iniziò nel 2003, anno quinto dell’era Schröder, quando le cronache tedesche raccontavano economia e società con toni identici a quelli utilizzati in questi anni dai nostri media per la crisi italiana. Il numero dei disoccupati viaggiava inesorabilmente verso quota cinque milioni, il prodotto interno lordo ristagnava, il debito pubblico cresceva e le imprese faticavano a confrontarsi con le durezze dell’economia globale. Il mito della locomotiva tedesca aveva lasciato il posto al titolo di malato d’Europa e i riferimenti storici più gettonati erano quelli con la catastrofe economica della Repubblica di Weimar.

Poi dalla bisaccia del cancelliere socialdemocratico uscì il rapporto di Peter Hartz, allora membro del consiglio di amministrazione di Volkswagen, un progetto di riforma del welfare e del mercato del lavoro che sostanziò l’Agenda 2010 di Gerhard Schröder (e del suo ministro dell’economia Wolfgang Clement), il più vasto piano riformista che la Germania abbia sperimentato dai tempi della riunificazione. Frutto del lavoro di una commissione nella quale sedevano anche imprenditori e sindacati, le quattro leggi del pacchetto Hartz hanno rivoluzionato in due anni, dal 1° gennaio 2003 al 1° gennaio 2005, uffici di collocamento e contratti di lavoro, meccanismi di assistenza e sussidi di disoccupazione. Hanno razionalizzato i sistemi di formazione, introdotto ipotesi di finanziamento per forme di lavoro autonomo, trasformato l’Ufficio federale del lavoro in un’Agenzia federale per l’impiego che ha accentrato tutte le competenze in materia di lavoro prima sparpagliate fra diverse istituzioni.

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