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PUTIN, NAVALNY E I SILOGARCHI

La narrazione in Occidente sul caso Navalny è profondamente (volutamente) errata. Politica e media (servi o ignoranti poco importa), raccontano del duello tra il presidente e il dissidente (sic: il buon Sacharov che quest’anno ne avrebbe compiuti cento si sta rivoltando da tempo nella tomba), della lotta tra il Male e il Bene. Demonizzazione dell’uno e santificazione dell’altro. È un po’ l’inevitabile e superficiale gioco in cui sguazza la propaganda, detto in generale, ma che per la Russia e di questi tempi vale molto di più, dato che Navalny ha accusato direttamente Putin di essere il mandante del suo tentato omicidio. Vero che sia o meno (io propendo per altre ipotesi), la riduzione del discorso si minimi termini dello scontro tra due persone è una colossale fesseria.

Se è vero che quello di Navalny è sempre stato un one man show, pure con un team che negli anni si è allargato e un seguito popolare sempre maggiore (ma non è questo il punto), dall’altra parte far credere che ci sia solo VVP, lo zar che decide su tutto e su tutti, vuol dire essere un po’ scollegati dalla realtà. Le cose russe sono sempre più complesse di quanto non appaiono o vengano descritte, soprattutto nell’era dell’infowar. Perchè di questo si tratta, di una guerra di informazione, una guerra che ha bisogno di eroi e di vittime sacrificali, di orchi e di principesse. Tutto già visto negli scorsi decenni. E stavolta la storia si ripete.

Il Cremlino ha tante torri, Putin non è un dominus, ma un arbiter: credere che la Russia sia agli ordini di una sola persona e una sola persona possa fare la rivoluzione contro il sistema tagliando una sola testa è nel migliore dei casi un’ingenuità. In un articolo di una quindicina di anni fa che mi è tornato sottomano, al tempo in cui Navalny si faceva espellere da Yabloko e partecipava alle marce nazionaliste e xenofobe, cercavo già di spiegare, in soldoni, come il potere russo è sì apparentemente esercitato da una sola persona, ma il cerchio magico è molto largo e i vari gruppi dell’establishment, in concorrenza tra loro, si muovono e cambiano a seconda dei tempi e del timoniere. La nave russa naviga anche fino a dove i rematori, forti e deboli, la fanno arrivare. Parlavo dei silogarchi.

E scrivevo: “Ora, dopo quasi otto anni di presidenza Putin, anche i siloviki non sono più gli stessi. Al Cremlino adesso ci sono i silogarchi. Possono forse così essere definiti, con un azzardato neologismo, gli uomini che governano la Russia. Costituiscono l’architrave sulla quale si regge il sistema Putin e rappresentano le diverse facce di una stessa medaglia. Il comune denominatore dei “pietroburghesi”, la maggior parte di loro proviene infatti dalla ex Leningrado, dove Putin iniziò la sua carriera politica come vice del sindaco Sobchack, è proprio la lealtà al presidente. Si possono distinguere in base ai legami, più o meno diretti, con i vari settori dell’economia, dell’industria, della finanza o dell’amministrazione: ci sono i silogarchi del gas (Medvedev, Miller, la Matvienko), quelli del petrolio (Sechin, Fradkov, Narishkin, V. Ivanov), delle telecomunicazioni (Reiman), i finanzieri (Kovalchuk, Kogan, Kostin, Dmitriev), gli industriali (Yakunin, Chemesov, Cherkesov, Poltavchenko, Kirienko), dei servizi (Patrushev, Grislov). Senza dimenticare le vecchie volpi come Chubais o i nomi più conosciuti come Deripaska o Abramovic. Tanto per citarne solo alcuni. Tra di loro ci sono quelli che sono più oligarchi alla vecchia maniera, (gli ultimi due, ad esempio) e quelli invece che da buoni “pietroburghesi” (da S. Ivanov a Medvedev) sono davvero legati con doppio filo a Putin. I silogarchi hanno in mano le leve dell’economia russa, attraverso le grandi aziende statali, da Gazprom a Rosneft, a Rosoboronexport. Con loro l’economia, non solo quella parte legata all’energia, è cresciuta a grandi passi, con loro i grandi gruppi occidentali sono abituati a fare affari e la lista di chi vuole entrare nel mercato ex sovietico è lunga e non si è certo accorciata dopo il caso Khodorkovsky”. (Ideazione 2007).

Ecco: il caso Khodorkosvky ricorda in parte quello di Navalny. Sappiamo come è finita. In sostanza il sistema Putin non può permettersi di lasciare spazio politico a Navalny, che da un decennio (dopo che non è riuscito nell’inverno 2011/12 a farsi davvero amico nessuno di loro) ha preso di mira tutti, vecchi e nuovi (Prigoshin uno di questi). Putin, descritto come lo zar eterno, un giorno o l’altro, magari anche prima di quello che si possa pensare, lascerà il posto al suo successore, che verrà scelto tra l’èlite politico-economica-amministrativa, magari proprio tra quella nuova generazione che si sta facendo strada, in silenzio e lontano dai media, all’interno del famoso cerchio magico. Nessuno, al momento, pare che voglia invece farci entrare Navalny, ben conscio del suo destino e proprio per questo alleato prezioso di chi in Occidente sogna di ritornare alla Russia di Boris Yeltsin.