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PUTIN GUARDA A EST

Lo sguardo del Cremlino punta sempre più verso Oriente. Nel suo terzo mandato alla presidenza Vladimir Putin ha deciso che l’Europa non è più una priorità: la Russia deve concentrarsi maggiormente su quello che accade a Est. I rapporti con alcuni partner dell’Unione, dall’Italia alla Germania, sono infatti ormai solidi e stabili: restano frizioni e critiche sui metodi autocratici di Mosca, ma i legami viaggiano su binari economici e commerciali diventati inscindibili. Per un decennio Putin si è speso per una collaborazione più intensa e per un riavvicinamento del Cremlino con le cancellerie continentali, sfruttando anche gli ottimi rapporti personali, da Silvio Berlusconi a Gerhard Schröder. Ora il vento è cambiato. E la politica estera russa si muove in altra direzione.

Da un lato c’è l’integrazione con le ex Repubbliche sovietiche, attraverso il progetto dell’Unione euroasiatica già partita con Bielorussia e Kazakistan. Dall’altro, sempre più, l’attenzione si sposta verso i confini estremi del Paese, dove attendono Cina e Giappone.
Non è certo un caso che il primo viaggio ufficiale del nuovo presidente cinese Xi Jinping sia stato a Mosca, e che alla fine di aprile anche il premier giapponese Shinzo Abe sia stato ospite di Putin, primo incontro tra i leader dei due Paesi negli ultimi 10 anni.

A prescindere dalle specifiche istanze poste sul tavolo, che includono le tematiche energetiche e il rebus nordcoreano, i segnali indicano chiaramente la nuova rotta russa. La scacchiera geopolitica euroasiatica si sta infatti ridisegnando all’insegna di un pragmatismo globalizzato. Non è infatti certo Putin a dettare l’agenda, ma le esigenze collimanti e le necessità comuni dei tre antichi imperi. L’esempio più evidente è quello della collaborazione tra Russia e Cina, che viaggia a gonfie vele spinta dal vento della sete energetica di Pechino e dall’aiuto che Mosca può dare a soddisfarla.

La Russia sta cercando di diversificare l’esportazione delle risorse energetiche, per non dipendere più da un unico compratore di materie prime, capriccioso e problematico come si è dimostrata negli ultimi anni l’Europa occidentale. Parallelamente, Pechino sta differenziando la politica d’importazione e se fino a poco tempo fa si appoggiava sulle forniture di materie prime provenienti dai Paesi del Golfo Persico, soprattutto Iran e Oman, ora guarda alla Russia. Gazprom e China national petroleum corporation (Cnpc), colossi energetici a traino statale dei due imperi, hanno siglato a marzo un memorandum per forniture di gas: dal 2018 Pechino è destinata a ricevere 38 miliardi di metri cubi all’anno. Resta da accordarsi sul prezzo, perché la Repubblica popolare gioca al ribasso, ma un’intesa è scontata.

Nel 2012 inoltre la Cina è diventata la seconda partner di Mosca per scambi commerciali, con un volume pari a 90 miliardi di dollari, secondo solo a quello con la Ue. Gli investimenti cinesi i Russia, per contro, sono stati pari a 21 miliardi di dollari nel primo semestre del 2012, il doppio di quelli dell’intero 2011. La Cina è il quarto investitore in Russia, dopo Cipro, Olanda e Lussemburgo. Ancora non si può parlare di asse tra Mosca e Pechino, ma è chiaro comunque che tra le due potenze i punti di contatto stanno crescendo, a partire dal fronte comune per arginare gli Stati Uniti a livello geostrategico e nelle decisioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Anche la parntership nell’Organizzazione di Shanghai di cui sono il motore principale con a traino le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale può costituire la base per un ulteriore avvicinamento politico e militare. Russia e Giappone hanno molti più problemi da risolvere, a partire da quello delle isole Curili meridionali. I territori nelle acque del Pacifico sono contesi dalla fine della Seconda guerra mondiale e l’incapacità di giungere a un accordo ha fatto sì che i due Stati non abbiano mai firmato un trattato di pace dopo il conflitto. Tuttavia, di fronte agli idrocarburi anche le antiche rivendicazioni potrebbero trovare risoluzione.

Durante l’incontro a Mosca, Putin e Abe hanno condiviso la necessità di raggiungere un compromesso che darebbe nuovo impulso alle relazioni stagnanti. Il volano, nemmeno a dirlo, è quello energetico. Tokyo sta ricercando una diversificazione delle fonti di approvvigionamento dopo il disastro atomico di Fukushima, e i giacimenti siberiani sono a un passo. Il Giappone è il nono partner commerciale per Mosca (21 miliardi di dollari nel 2011) ed è tra i primi 10 investitori in Russia, con circa 8 miliardi di dollari nei primi sei mesi del 2012. Il Cremlino si muove comunque con i piedi di piombo, dato che Tokyo resta uno stretto alleato degli Stati Uniti, come testimonia il piano per sviluppare un sistema missilistico di difesa comune. Ma la rotta di Putin verso Est pare ormai chiara.

(Lettera 43)