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PUTIN E LE BOMBE

La scia di sangue è lunga. Le decine di vittime degli attentati di domenica e lunedì nella metropoli di Volgograd, la ex Stalingrado, sono solo le ultime di una serie che pare infinita e che solo a corrente alternata fa capolino sulle cronache dei media occidentali. È sbagliato raccontare oggi che il terrore ritorna in Russia, la realtà è che non se ne è mai andato. Che ora i riflettori siano già puntati sui Giochi olimpici di Soči, sul Mar Nero e a due passi dalle repubbliche caucasiche più inquiete, è solo una coincidenza che fa della Russia un palcoscenico dove i terroristi vogliono giocare soprattutto adesso un ruolo primario. Vladimir Putin ha assicurato che le Olimpiadi che si terranno dal 7 al 23 febbraio sono sicure e probabilmente sarà davvero così. Il problema è quello che accadrà prima e dopo, non solo a Soci, ma nel resto della Federazione Russa.

Gli attacchi kamikaze degli ultimi tre mesi a Volgograd sono in sostanza la punta di un iceberg che ha la sua base nel conflitto che logora il sud della Russia (cioè il Caucaso del nord) da quando l’Urss si è smembrata nel 1991. Ma le radici dell’indipendentismo e dei conflitti interetnici e interreligiosi, dalle quali si è sviluppato poi nel terzo millennio il terrorismo radicale islamico legato ad Al Qaeda, sono ancora più profonde e per indagarle bisogna risalire indietro di un paio di secoli. Da Imam Shamil, il capo della resistenza caucasica di fronte agli zar nel XIX secolo, ai signori della guerra tra la prima e la seconda guerra cecena (1994-1996 e 1999-2000) il passo è però più breve di quello che si possa pensare.

Così, se negli anni Novanta sono stati Dzhokhar Dudayev e Aslan Mashkhadov a guidare la battaglia per l’indipendenza della Cecenia, successivamente, a cavallo degli anni Duemila e durante tutto lo scorso decennio, le redini di quello che era un movimento che combatteva una battaglia soprattutto politica sono passate ai leader dell’islamismo radicale che ha fatto del terrorismo il mezzo e il fine della propria esistenza: dal saudita Ibn al Khattab e al ceceno Shamil Basayev, autori degli attacchi in Dagestan nel 1999 e delle stragi al teatro Dubrovka nel 2002 (circa 130 morti) e a Beslan nel 2004 (oltre 380 vittime), per arrivare a Doku Umarov, dal 2007 autoproclamatosi emiro del Caucaso e oggi nemico numero uno di Vladimir Putin. Anche se non ci sono state ancora rivendicazioni è molto probabile che le bombe di Volgograd siano farina del suo sacco.

Umarov è da diversi anni il coordinatore delle più sanguinose azioni terroristiche che hanno seminato panico in tutta la Russia, da quelli alla metropolitana di Mosca nel 2010 a quello dell’aeroporto di Domodedovo nel 2011 (circa 80 morti). Con il suo vice Aslan Byutukayev, alla guida della brigata dei martiri Riyad-us Saliheen, ha già portato la guerra santa nella Federazione, non limitandosi quindi alle operazioni contro obiettivi militari nelle varie repubbliche del Caucaso, ma scegliendo anche target civili al di fuori di quell’emirato che secondo Umarov dovrebbe occupare mezzo Caucaso, dall’Azerbaigian all’Abkhazia. Già la scorsa estate il warlord ceceno si era fatto vivo tramite internet annunciando di voler rovinare la festa di Soči tanto cara allo zar Putin.

La strategia di prevenzione del Cremlino, che nelle regioni direttamente interessate pare aver sinora funzionato, è però messa a dura prova dal fatto che in Russia i bersagli facili sono infiniti. E così, se è relativamente semplice evitare azioni clamorose come il sequestro di un intero teatro o di una scuola, è più problematico impedire che un kamikaze si faccia esplodere su un bus. Da un lato i terroristi islamici hanno dovuto subire negli ultimi anni notevoli perdite e le strutture paramilitari sono state indebolite, dall’altro sono comunque in grado di portare a compimento missioni che necessitano il coinvolgimento di poche persone, ma che provocano una grande risonanza.

In questo schema rientrano gli attacchi di Volgograd, centro non molto distante dalle sedi olimpiche e snodo fondamentale nel sud della Russia. Con le sponde del Mar Nero e le zone limitrofe praticamente militarizzate e impermeabili in vista dei Giochi, la vecchia Stalingrado si è offerta come teatro ideale per le operazioni di cellule terroristiche provenienti con molta probabilità dalle vicine regioni, dall’Inguscezia al Daghestan. Soči sarà anche a prova di bomba, ma la Russia è il paese più vasto del mondo, impossibile da mettere in sicurezza totale. Lo sa benissimo Vladimir Putin che si trova di fronte a un problema non certo nuovo che non può essere estirpato definitivamente, ma al massimo anestetizzato per qualche tempo. Almeno finché la Federazione Russa esisterà nella forma e nei confini attuali.

(Linkiesta)