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PUTIN E LA VIA CINESE (DEL GAS)

L’intesa era nell’aria ed è puntualmente arrivata. Dopo oltre un decennio di trattative Russia e Cina hanno firmato un mega accordo sulle forniture di gas che servirà da un lato a placare la sete energetica di Pechino e dall’altro consentirà a Mosca di rompere quella dipendenza simmetrica che finora ha visto l’oro azzurro andare solo verso occidente: presto la direzione di parte dell’export russo cambierà e i destinatari non saranno più unicamente i paesi europei, ma l’Asia.

Si è dovuto scomodare direttamente Vladimir Putin, invitato a Pechino dal presidente Xi Jinping, per definire i dettagli di un contratto di importanza storica. Le trattive sono andate per le lunghe a causa della questione del prezzo, fissato a 350 dollari per 1000 metri cubi, una cifra sulla quale il pragmatismo russo e cinese alla fine ha finito per convergere, al di là delle pretese di ciascuna delle parti.

La Russia fornirà così alla Cina 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno per un valore complessivo di 400 miliardi di dollari. Da definire è ancora la questione dei tubi, con l’intesa da raggiungere sulla costruzione della pipeline che porterà alla rete di Pechino il gas russo. Il tratto sul territorio della Federazione russa è già completato, si tratta ora di realizzare la parte dal confine cinese, il cui costo si aggirerà tra i 22 e i 30 miliardi di dollari. Noccioline e dettagli, tra tempi esatti e costi precisi, sui i sorrisi di Alexei Miller e Zhou Jiping, gli amministratori delegati rispettivamente di Gazprom e Cnpc (China National Petroleum Corporation) che oggi hanno siglato l’accordo, hanno fatto capire di potere sorvolare senza troppi patemi.

Non ci vorranno insomma altri dieci anni di trattative, anche perché il gas verso la Cina dovrebbe iniziare a scorrere già da 2018. Per Mosca si apre dunque un nuovo grande mercato, visto che sino allo scorso anno è stata l’Europa a essere il primo cliente con 160 miliardi di metri cubi acquistati.

La strategia di Gazprom, controllata dal Cremlino, non è però certo cambiata: il fatto che già da un paio di lustri di discutesse della possibilità di fare arrivare il gas russo in Cina significa che la questione non ha a che fare con gli sviluppi ultimi sulla scacchiera geopolitica internazionale, soprattutto coi venti di guerra fredda alzatisi con la crisi ucraina, ma riflette una linea intrapresa da tempo.

L’esigenza di diversificare le vie di trasporto non è solo una priorità dell’Europa, o di alcuni stati europei che dipendono in misura evidente dall’import russo, ma anche della Russia stessa, a cui un unico mercato occidentale va comunque stretto. Il segnale che arriva dal Cremlino è arrivato ora, ma in realtà è partito anni fa, quando sono cominciate le trattative con Pechino che con l’annessione della Crimea da parte della Russia o il miraggio dello shale gas in Europa sull’onda del boom negli Stati Uniti non c’entrano praticamente nulla.

Negli ultimi dieci anni si sono così concretizzati velocemente progetti di grande rilevanza come il Nordstream, il gasdotto che unisce Russia e Germania passando sotto il Mar Baltico, sulla direttrice occidentale, mentre su quella orientale i piani hanno avuto bisogno di essere affinati più a lungo. Se quindi è stato facile l’accordo per Nordstream tra Gazprom e i partner tedeschi (Eon, Wintershall), francesi (Gdf Suez) e olandesi (Gasunie), così come quello per il gemello in costruzione Southstream, in cui sono coinvolti tra gli altri gli italiani di Eni, la flemma cinese e soprattutto la necessità per Pechino di strappare il prezzo migliore ha allargato i tempi arrivare ai tarallucci e vino di oggi tra Gazprom e Cnpc.

(Lettera 43)