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Lotta di classe (media)

Le manifestazioni in corso in Turchia presentano alcune analogie con quelle russe del 2012. In entrambe i paesi arrivano al termine di un decennio di crescita e i protagonisti sono gli esponenti di quelle classi medie frutto delle riforme e del progresso economico. 

Erdogan e Putin a un vertice bilaterale (da Wikimedia)

Russia 2012, Turchia 2013. Proteste di piazza, a Mosca e Istanbul. Accuse pesanti scagliate contro i due grandi capi, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan. Siamo davanti a una chiara analogia?  Tracciare il parallelo può essere azzardato. Russia e Turchia sono paesi distanti tra loro, non solo geograficamente. Cambiano i contesti colturali e i perimetri politici. La Russia è ortodossa e politicamente vincolata, ancora, allo schema dell’uomo solo al comando. La competizione elettorale è scarsa, se non inesistente. La Turchia è musulmana e la legittimazione di Erdogan è sempre avvenuta tramite elezioni partecipate e trasparenti.

Epicentri e social network

Ma, al netto di questo, qualche similitudine c’è. A partire dall’allestimento di scena delle rivolte. Sia in Russia che in Turchia le dimostrazioni, salvo qualche eccezione, sono avvenute a Mosca e Istanbul (in periferia la scossa è stata meno avvertita), dove s’è dato vita a una sorta di #occupy. Nel caso russo senza precisi punti di riferimento urbani. In quello turco, invece, tutto s’è svolto su e intorno a piazza Taksim, che ha confermato la sua tradizionale vocazione. Dal pogrom antigreco del 1955, al massacro del primo maggio 1977, quando morirono più di trenta attivisti di sinistra; dallo storico Gay Pride del 2003, fino a #Occupygezi: su questo slargo passa la storia repubblicana della Turchia.

Un’altra convergenza tra Mosca e Istanbul arriva dai social network, incredibilmente capaci di mobilitare e al tempo stesso, fonte di chiara preoccupazione per le autorità dei due paesi, che nei confronti del web, non a caso, manifestano approcci improntati alle limitazioni.

Dalle transizioni alle proteste 

Ma l’analogia più nitida sta nel fatto che i protagonisti delle manifestazioni Mosca e Istanbul sono stati, in buona misura, esponenti di quella classe media che, tanto nell’uno che nell’altro paese, ha allargato il proprio perimetro nel corso dell’ultimo decennio.

Sia la Russia che la Turchia hanno vissuto in questo periodo congiunture espansive notevoli, iniziate proprio nel momento Putin e Erdogan sono saliti al potere e all’indomani di due devastanti crisi finanziarie. Nel 1998 la Russia rischiò il tracollo. Il tasso di cambio fisso tra rublo e valute straniere, l’indisciplina fiscale e i costi della guerra in Cecenia portarono il paese sull’orlo del baratro, costringendo il governo a chiedere persino l’assistenza alimentare alle organizzazioni internazionali. Putin, nominato primo ministro l’anno successivo e salito al Cremlino nel 2000, avviò una vasta operazione di ristrutturazione, fondata sul ripristino, da parte dello Stato, di una funzione decisionale forte nei processi economici. Nonché sulla lotta alle oligarchie predatorie e infedeli. A prescindere dai mezzi usati, questa strategia, che ha beneficiato di un aumento notevole dei costi dell’energia a livello globale, ha avuto successo. Progressivamente, nella Federazione russa, s’è affermata una nuova classe media, istruita e tecnologicamente avanzata.

I dati turchi sono ancora più impressionanti. Nel 2001 il paese scivolò nel panico, con il crollo dell’economia e del sistema bancario. L’anno dopo, al termine di un rapido programma di stabilizzazione e con l’ascesa al potere del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) di Erdogan, lo scenario ha preso a variare e presto è cominciata una vera e propria marcia trionfale. Dal 2002 il Pil pro capite è triplicato, liberando dalla povertà vasti strati di popolazione e offrendo una gamma di opportunità straordinaria, rispetto al passato.

La risposta dei governi: più bastone che carota

Ora, come quasi sempre accade, le classi medie russa e turca hanno cominciato a pretendere qualcosa in più rispetto al solo dogma della crescita e del dilatamento delle opportunità. Le recenti proteste a Istanbul e quelle dell’anno scorso a Mosca indicano che a prescindere dalla sua intrinseca eterogeneità – ci sono i progressisti e i conservatori, i liberi professionisti e gli impiegati pubblici, i laureati e quelli che si sono fatti da soli – la classe media, sia in Russia che in Turchia, chiede ai governanti di fare a livello di fare a livello sociale e politico quello che è stato fatto in campo economico. Pretende crescita anche su questo fronte.

Nel corso dell’ultimo anno la risposta di Putin è stata prevalentemente repressiva. Pure Erdogan, almeno a giudicare dalle cronache, sembrerebbe intenzionato a usare più il bastone della carota, anche se gli esperti dicono però che è un rischio che non può permettersi, data la vigilanza costante dell’Ue (cosa che non riguarda la Russia). Resta comunque il fatto che la classe media c’è e non intende battere in ritirata e che, paradossalmente, come annotato da Markus Svedberg, analista di East Capital, a parte le nette differenze tra Russia e Turchia, sia culturali che di impianto economico, Erdogan e Putin sono a loro modo vittime dei propri successi: hanno creato una classe media e adesso questa stessa classe media gli si rivolta contro.

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