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MOSCA, PROTESTE E RIVOLUZIONI

A Mosca non sarà Primavera, in questo tutti gli esperti sono concordi, come lo sono sul fatto che le proteste di questi giorni costituiscono un segnale importante che il Cremlino deve prendere in seria considerazione nel prossimo futuro. Il modello delle rivolte arabe e quello ancora precedente delle rivoluzioni arancioni nello spazio postsovietico non si può applicare in questo momento in Russia, vista la disparità di forze sul campo che vede non solo il pugno di ferro di Vladimir Putin, ma anche la debolezza numerica e la disomogeneità dei gruppi che scendono in piazza.

Ciò non toglie che la pressione interna ha reso irrequieto il tandem al potere, che secondo lo schema conosciuto e sperimentato più volte nel corso di questi anni, ha ripreso il gioco delle parti e si è rituffato nel modello del «good cop and bad cop». Mentre da un lato il presidente Dmitrij Medvedev, già subito dopo i primi risultati aveva rilasciato dichiarazioni più amichevoli annunciando indagini sui brogli, il primo ministro Putin, pur non avendo dimenticato qualche tono conciliante sul versante interno, si è messo a sparare cannonate verso chi, a suo giudizio, vuole immischiarsi troppo spesso in faccende che non dovrebbero riguardarlo.

Lo scambio duro con il segretario di Stato Hillary Clinton di questi giorni ha riportato alla superficie la diffidenza di fondo che ancora esiste tra Mosca e Washington e che trova le sue radici, prima ancora che nella questione delle elezioni russe, nei dossier su Libia, Siria e scudo spaziale che negli ultimi tempi hanno riaperto le vecchie frizioni. Il segretario di Stato americano aveva detto che gli Stati Uniti sono fortemente preoccupati per il modo in cui sono state condotte le elezioni e aveva chiesto indagini per verificare i presunti brogli riportati nel rapporto preliminare dell'Osce. «Il popolo russo merita di essere ascoltato e i russi devono avere i loro voti conteggiati e questo significa che meritano di avere elezioni libere e trasparenti. Chiaramente, la Duma dovrà avere una composizione diversa da quella che aveva prima dell'elezione», aveva detto Clinton a cui Putin ha replicato incolpando gli Usa di incoraggiare le proteste a Mosca.

«Ho ben visto qual è stata la prima reazione dei nostri partner americani. La prima cosa che ha fatto il segretario di Stato è stata affermare che le elezioni non erano state né libere né corrette», ha affermato il primo ministro, accusando Washington di aver inviato un segnale agli oppositori del Cremlino.
«È stata Clinton che ha stimolato certi attivisti dell'opposizione. Quelli il segnale lo hanno sentito, e hanno cominciato il lavoro attivo, hanno cominciato a darsi da fare». Questa la diagnosi del premier, secondo cui fondi esteri per un importo pari a svariate centinaia di milioni di dollari sarebbero stati impiegati per influire sul risultato elettorale.

«Finché si parla del sostegno finanziario alla sanità pubblica è un conto, ma quando i soldi dall’estero vengono investiti direttamente nella politica interna è un altro discorso. Sappiamo tutti che ci sono persone nel nostro Paese che vogliono esasperare la situazione, così come è già successo»

I riferimenti sono in primo luogo a Georgia e Ucraina, dove nel 2002 e nel 2004 la rivoluzione delle rose e quella arancione hanno portato al potere presidenti filoamericani come Mikhail Saakashvili e Victor Yushchenko.
I cambi di regime a Tbilisi e Kiev hanno avuto un notevole appoggio da parte statunitense, sotto forma di finanziamenti a organizzazioni non governative passati via soprattutto via International republican institute (Iri) e National democratic Institute (Ndi), le due organizzazioni a stelle e strisce che fanno riferimento al Congresso americano. I finanziamenti dell’Usaid in Russia (quasi 3 miliardi di dollari dal 1992, una piccolezza se si calcola che la Georgia negli ultimi 10 anni ha ricevuto più o meno la stessa cifra) in realtà non dovrebbero agitare troppo i sonni del Cremlino, ma con gli obiettivi delle telecamere di tutto il mondo puntati su Mosca, Putin ha voluto mettere ben in chiaro le cose.

Non ci sarà nessuna rivoluzione colorata in Russia e ogni tentativo è destinato a essere stroncato sul nascere. Di fatto l’opposizione con buoni rapporti a Washington è quella numericamente esigua che dopo essere stata estromessa all’inizio dello scorso decennio con l’addio di Borsi Eltsin - il cui miglior amico sul palcoscenico internazionale era il marito di Hillary, Bill Clinton - cerca invano uno spazio di rivincita oggi. Il grosso della protesta, quella che ha in programma di scendere in piazza sabato 10 dicembre, è invece quella fatta dai giovani e dalla classe media che in fatto di riforme e lotta alla corruzione da Putin non vuole più promesse, ma fatti.

(Lettera 43)