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Kiev, tensioni a palazzo

Dodici mesi dopo l'insediamento del governo Yatseniuk, l'Ucraina è al collasso economico e la stabilità politica non è affatto assicurata. 
Celebrazioni a Maidan (Askanews)
Celebrazioni a Maidan (Askanews)

Scritto per Askanews

Il 27 febbraio del 2014 Arseni Yatseniuk è diventato premier nel governo uscito dal bagno di sangue di Maidan. Il bilancio di un anno alla guida del Paese non può essere certo positivo, per forza di cose: l'Ucraina ha perso la Crimea, annessa dalla Russia, è impegnata in una guerra che sta intaccando ulteriormente la sovranità territoriale, la situazione economica è catastrofica e solo grazie agli aiuti della comunità internazionale si è evitato sino ad ora il collasso totale.

La questione del gas con la Russia sta per riesplodere se non verranno trovate soluzioni sul lungo periodo. Le riforme promesse già dal suo insediamento, di autonomia e decentramento, sono finite nel dimenticatoio, insieme con il dialogo nazionale con l'opposizione parlamentare e più in generale con le regioni del sudest. L'entrata in vigore dell'Accordo di associazione con l'Unione Europea è stata rimandata al prossimo anno.

L'economia ucraina secondo il Fmi (2014-2019)
L'economia ucraina secondo il Fmi (2014-2019)

Dentro e soprattutto fuori dal parlamento monta la protesta di fronte a un quadro generale sempre più instabile, non solo a causa del conflitto nel Donbass. Il supporto politico per Yatseniuk, come per tutta la nuova élite al potere, è in discesa, e gli ucraini sempre più irrequieti davanti a uno stato in caduta libera e una politica sostanzialmente immobile, anche per mancanza di alternative. Secondo i dati del Razumkov Center di Kiev del dicembre 2014 il 43% della popolazione approva totalmente o parzialmente l'azione del governo, il 45% la disapprova. Il presidente Petro Poroshenko ha il sostegno pieno solo del 13% degli ucraini, Yatseniuk dell'11%.

In dodici mesi il tecnocrate ex vice governatore della Banca centrale, prima leader di Patria in coppia con Yulia Tymoshenko e ora alla testa del Fronte Popolare, è sopravvissuto alla crisi di governo della scorsa estate e dopo le elezioni parlamentari di ottobre è stato riconfermato sulla poltrona di primo ministro alla fine di novembre. Da maggio 2014 Yatseniuk divide il timone alla guida del Paese con Poroshenko, visto che secondo la Costituzione ucraina entrata in vigore dopo la cacciata di Victor Yanukovich, il potere è diviso tra premier e capo dello stato.

Il destino dell'ex repubblica sovietica è sostanzialmente in mano ai due vincitori della rivoluzione di un anno fa, alla guida dei due maggiori partiti in parlamento. La coabitazione tra Poroshenko e Yatseniuk, rappresentanti di interessi differenti e sostenuti da gruppi di potere antitetici, non è stata esente da attriti e le difficoltà interne, al di là della guerra nel sudest e le pressioni russe, non hanno facilitato la gestione del Paese: Kiev un anno dopo il cambio di regime è ancora imprigionata nei vecchi meccanismi oligarchici e ha fatto pochi passi avanti per quel riguarda le fondamentali riforme strutturali sia in campo economico che politico di cui l'Ucraina ha necessario bisogno per evitare il completo tracollo.

Dal punto di vista economico-finanziario la situazione è talmente peggiorata che il primo programma di aiuti coordinato dal Fondo monetario internazionale di circa 17 miliardi di dollari ha dovuto essere corretto al rialzo. Attualmente Kiev conta di raccogliere 40 miliardi inquattro anni, da Fmi e altri donatori. Il Pil è caduto lo scorso anno del 7,5%, le previsioni del 2015 sono in negativo. La grivna è scesa da 10 a 30 contro l'Euro è l'inflazione è al 30%. A livello parlamentare sono state approvate solo parte delle misure richieste del Fmi, come la semplificazione fiscale, ma sbloccare durante una guerra strisciante un sistema economico basato sulle oligarchie è una missione pressoché impossibile.

I poteri forti presenti dentro e fuori la Rada, sostanzialmente gruppi che si contano sulle dita di una mano, sono rimasti gli stessi di prima, con l'eccezione appunto del clan Yanukovich eliminato dai giochi. Sono ancora le forze che fanno capo a Poroshenko stesso, a Igor Kolomoisky, a Rinat Akhemtov e a Dmitri Firtash a tirare le fila.

Rispetto ad un anno fa però, in sostituzione della longa manus russa, è aumentato l'engagement politico diretto dell'Occidente, visibile in primo luogo con l'arrivo a Kiev di tre ministri stranieri nel governo Yatseniuk 2 battezzato lo scorso dicembre. Forte soprattutto il link con gli Stati Uniti per via della Georgia: oltre all'americana Natalia Yaresko nominata ministro delle Finanze, da Kiev è arrivata una folta truppa capitanata dall'ex presidente Mikhail Saakashvili, a capo del nuovo comitato per le riforme, che comprende tra gli altri Alexander Kvitashvili alla Sanità, Eka Zguladze viceministro degli Interni e David Sakvarelidze viceprocuratore generale.

Al di là della composizione variegata della squadra governativa e degli schieramenti oligarchici dietro e fuori il parlamento, la stabilità dell'Ucraina retta dalla coppia Poroshenko-Yatseniuk dipende ora dal rispetto degli accordi di Minsk 2: se la tregua reggerà e il conflitto rimarrà comunque congelato, ci sarà la possibilità almeno sul breve-medio periodo di provare a salvare la sovranità del paese e allontanare il baratro con l'aiuto della comunità internazionale, Russia compresa; se l'intesa andrà a rotoli e il conflitto si allargherà lacerando ancor di più l'Ucraina, anche l'alleanza tra presidente e premier, che nell'ultimo anno ha già dato prova di non essere inscalfibile, è destinata a saltare aprendo così la strada a nuovi terremoti interni.

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