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GRECIA E CRISI FINANZIARIA, FRONTI DEL PORTO

Il Pireo, tra scioperi, declino e penetrazione cinese. Uno dei grandi simboli della crisi greca.

Matteo Tacconi / Radio Europa Unita

S’è ripreso a lavorare, giù al porto. Comandanti, primi e secondi ufficiali, nostromi, carbonai e mozzi sono tornati alle loro postazioni. Sui moli è ricominciato il solito trambusto. Il traffico, in entrata e in uscita, è nuovamente intenso. Come sempre. I traghetti sciabordano, le loro ciminiere sputacchiano nuvoloni di gasolio. L’impasto tra carburanti e salsedine ha ridato all’aria la classica, sgradevole viscosità. Fino a lunedì, però, la porzione del Pireo deputata al traffico passeggeri è stata la pallida copia di se stessa. Lo sciopero dei marittimi, durato la bellezza di otto giorni e indetto a causa – manco a dirlo – delle politiche draconiane imposte dal governo sotto dettatura bruxellese, ha inchiodato le imbarcazioni ai moli e imposto all’infrastruttura, terza al mondo e prima in Europa per volume di passeggeri, una lunga pausa.

A visitarlo di domenica, nell’ultimo giorno di agitazione, lo scalo ateniese sembrava un cimitero di traghetti. All’interno dell’area portuale, grande silenzio e qualche comparsa. C’erano quelli che il porto ce l’hanno nel sangue e non possono farne a meno: gli anziani che confabulano e i pescatori senza pretese, alcuni armati di canna e altri di togno (lo strumento intorno al quale chi pesca senza canna avvolge il filo di nylon). C’erano delle famiglie, uscite dalla funzione domenicale nella chiesa di Aghios Nikolaos (San Nicola), a passeggio sulle banchine. Ma c’era anche chi al porto ci si è dovuto inevitabilmente fermare, come Philippe e Max, due pompieri francesi, annoiati a morte. «Saremmo dovuti andare a Creta per un’esercitazione congiunta con i colleghi greci. Invece siamo qui, da giorni, impotenti. Mangiamo, beviamo, dormiamo. Alternative non ne abbiamo». «A scioperare sono solo i marittimi. I portuali, gli ormeggiatori e gli altri che lavorano a terra, in questi giorni non hanno incrociato le braccia. Però è come se l’avessero fatto. Se i traghetti restano ancorati non hanno nulla da fare. Quindi sono rimasti a casa», ci ha spiegato un agente alla caserma della polizia marittima, prima di scagliarsi contro il governo Papandreou, l’Europa, la finanza volatile e tutto quanto il resto, in una filippica serratissima.

Lo sciopero ha tenuto fermi anche gli operatori delle biglietterie delle compagnie navali. «Noi delle biglietterie non siamo in agitazione. Ma molte compagnie, visto che è tutto bloccato, hanno preferito tenere a riposo i dipendenti, concedendo dei giorni di ferie e risparmiando un po’ di soldi, visto che lo sciopero ha causato loro importanti perdite», ha riferito un’impiegata della Blue Star, tirando fuori la testa dalla finestrella del suo gabbiotto, uno dei pochissimi aperti. Clienti zero, comunque.

Le compagnie di navigazione, in effetti, c’hanno rimesso parecchio. «Tutti questi giorni di sciopero hanno significato migliaia di rimborsi per i passeggeri e migliaia di euro in fumo». Così Sophia, dipendente di un’agenzia turistica situata nei pressi della stazione della metropolitana. Niente passeggeri, niente turismo. Con i tempi che corrono, rinunciare alle entrate generate dal flusso di villeggianti, preziose come l’oro, fa male. Le isole, poi, come ha registrato il quotidiano Ekhatimerini, sono a corto di rifornimenti. Senza contare che non è la prima volta, da quando la crisi ha aggredito il paese, che il Pireo s’inceppa. Le statistiche dell’autorità portuale, relative al 2010, indicano che l’anno scorso, rispetto al 2009, c’è stato un calo, a livello di passeggeri, pari al 5,96%. Il prossimo bollettino dovrebbe essere ancora peggiore. L’unica eccezione della otto giorni di sciopero è stata quella della navi da crociera. I bestioni della Msc, della Costa e della Louis hanno continuato a entrare e uscire dal porto, scortati delle navi pilota con i loro equipaggi, in via eccezionale al lavoro.

Scenario diverso, invece, quello nella parte occidentale del Pireo, situata nel sobborgo di Keratsini e destinata alle operazioni delle navi merci. Lì non s’è scioperato e gru, muletti e macchinari vari hanno scaricato e caricato container dai e sui cargo. Ma a Keratsini, un immenso complesso infrastrutturale, con due spiazzi giganteschi pieni di automobili giapponesi e coreane non immatricolate, pronte a entrare nel mercato europeo, tira ancora aria di tempesta. Il punto è che i portuali non hanno digerito l’arrivo di Cosco, colosso cinese dei trasporti marittimi, che s’è presa in affitto per 35 anni un intero settore dello scalo di Keratsini, tramite un contratto dal valore di cinque miliardi di euro e l’impegno a costruire un nuovo molo. L’accordo, stabilito nel 2006 dal governo conservatore di Kostas Karamanlis, ha portato il sindacato portuale a organizzare scioperi a catena contro la privatizzazione del Pireo e il “modello cinese” del lavoro (importante la diminuzione del traffico merci), fino a quando, nell’autunno del 2009, l’esecutivo Papandreou ha negoziato nuovi termini, con nuove garanzie.

Eppure i lavoratori e le loro organizzazioni continuano a guardare con ostilità Cosco, che, stando a quanto ha riportato la testata americana National Public Radio (Npr) in un’approfondita inchiesta dello scorso luglio, non ammette la presenza di sindacati tra i suoi dipendenti greci, pagherebbe salari dimezzati rispetto alla media greca e imporrebbe turni lunghissimi, senza per giunta riconoscere gli straordinari. Il numero uno di Cosco, Wei Jiafu, ha più volte smentito queste storie, tenendo a precisare che non uno dei suoi dipendenti greci ha mai incrociato le braccia. La cosa non ha tuttavia rassicurato Nikolaos Georgiou, a capo del sindacato dei portuali, il quale ha spiegato, alla Npr, che il timore è che il modello cinese dell’impiego s’affermi anche tra le altre corazzate commerciali che operano a Keratsini. Mente i giornali dicono che Pechino sta usando il Pireo come l’hub da cui spedire, in tutt’Europa, le sue merci. «Paccottiglia a basso costo», le ha definite Gilda Lyghounis, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso da Atene.

Scioperi, stipendi decurtati e calo del traffico nel settore dei traghetti, grosse preoccupazioni in quello dei cargo. La crisi greca s’allunga, insidiosa, anche sulle banchine del Pireo. Gli unici che sul mare e sui porti non sembrano risentire delle turbolenze sono gli armatori, il cui fatturato, grazie a una pioggia fitta di commesse dall’estero, è in aumento, in controtendenza rispetto ai tempi che corrono. Può aiutare, questo, la Grecia a rialzarsi? Difficile. Gli armatori hanno gli uffici al Pireo, con la Grecia hanno poco a che fare. «Sono, in larghissima parte, operatori economici internazionali. Le loro navi sono iscritte ai registri navali di altri paesi, i loro equipaggi sono in prevalenza formati da stranieri. La marina mercantile greca – ragiona Alessandro Napoli, esperto di affari economici internazionali che ha vissuto e frequentato a lungo il paese ellenico – è una delle più grandi al mondo, ma in sostanza non è greca. Quindi, allo stato, in termini di tasse, entra poco o nulla».

(Radio Europa Unita)