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Era esattamente vent’anni fa. Era il febbraio del 1989, e in una Varsavia che viaggiava da tempo in anticipo rispetto al calendario gorbacioviano della perestrojka, si apriva la tavola rotonda. Intorno, i nemici di un tempo: gli uomini del governo comunista in carica, il sindacato fantoccio di regime, gli eroi di Solidarnosc, i gruppi di opposizione sorti clandestinamente dopo gli scioperi sedati del 1981 e ora riemersi dalla penombra. In tutto cinquantasette persone. La transizione polacca maturò lì, in quelle stanze anonime e burocratiche, così lontane dai rumorosi cantieri di Danzica dove tutto era iniziato nove anni prima. Il capitolo polacco della rivoluzione del 1989 si distacca dall’epopea che vissero tedeschi dell’est e cecoslovacchi, e poi rumeni e baltici e albanesi nei mesi e negli anni a seguire. Fu un passaggio politico, un lavoro di trattative e accordi, una battaglia sul filo sottile della retorica e del braccio di ferro, giocato però sul tavolo della diplomazia. Fu la tavola rotonda. Lo storico François Feitö la definì “la rivoluzione stanca”. ...continua a leggere "LA RIVOLUZIONE STANCA"

Nel primo anniversario della guerra nel Caucaso tra Georgia e Russia ripubblichiamo un articolo apparso lo scorso anno su Eurasia.

Il primo è stato Vladimir Putin, che in un’intervista alla Cnn e poi alla tedesca Ard alla fine di agosto ha accusato gli Stati Uniti di avere avuto un ruolo decisivo nel conflitto scoppiato all’inizio del mese in Georgia e nella repubblica indipendentista dell’Ossezia del sud. Il primo ministro russo ha detto davanti alle telecamere, testualmente, che “E' assai male armare una delle parti in un conflitto etnico e poi spingerla a risolvere il problema con la forza”, convinto dagli elementi in suo possesso che Washington fosse stata quantomeno al corrente dei preparativi dell’attacco georgiano. Ma non solo. Putin ha anche affermato che a parer suo che gli Usa vi abbiano preso direttamente parte: “Comincio a sospettare che tutto questo è stato fatto intenzionalmente per organizzare una piccola guerra vittoriosa. E, in caso di fallimento, fare della Russia un nemico per unire gli elettori intorno a un candidato alla presidenza; di certo si tratta del candidato del partito al potere, perché solo il partito al potere dispone di tali risorse”. A Putin insomma, al quale da più parti è stato ripetuto in questi anni che la seconda guerra cecena era stata la scusa per aprirgli i corridoi del Cremlino, non è sembrato vero di utilizzare il medesimo schema. ...continua a leggere "CHI HA VOLUTO l’ATTACCO A TSKHINVALI?"

Due anni fa il comico inglese Sasha Cohen ha portato sugli schermi il baffuto, volgare e un po’ strambo Borat e in Kazakistan qualcuno si è arrabbiato. Essere rappresentati in tutto il mondo come un popolo di rozzi imbranati non piacerebbe a nessuno.  Quando però ad Astana mi hanno confermato che i flussi turistici cominciavano a salire grazie anche alla pubblicità gratuita, allora hanno capito che non tutto il male, o il peggio, viene per nuocere.  Certo, da queste parti devono ancora comprendere che gli standard ai quali sono abituati i viaggiatori occidentali (dagli hotel ai trasporti) sono ben altri da quelli ora offerti, ma il tempo e la buona volontà sono a favore dei kazaki. ...continua a leggere "SULLE TRACCE DI BORAT"

Nello stesso giorno l’ultima mano di vernice allo stadio, il taglio del nastro e l’amichevole di lusso. Per gli outsider orientali del calcio berlinese comincia una nuova storia. Parliamo della seconda squadra di Berlino, l’1. Fc Union Berlin, messa in ombra nell’ultimo ventennio dall’ascesa dei cugini occidentali dell’Hertha, tornati a disputare campionati di buon livello in Bundesliga grazie ai potenti investimenti di grandi gruppi industriali tedeschi. Ai supporter dell’Union, invece, bastano le mani e l’orgoglio. Il secondo è servito a tener duro negli anni bui, le prime hanno lavorato duramente per ristrutturare lo stadio di casa. Ha un nome romantico, An der Alten Försterei, letteralmente “alla vecchia foresteria”, un nido del football che sembra uscito dagli almanacchi storici del calcio inglese, con le tribune a ridosso del terreno di gioco e un tabellone azionato a mano, con i numeri dei gol stampati sul cartone che scorrono come su un vecchio calendario ingiallito. Un pezzo originale di Ostalgie rivisitato però vent’anni dopo la caduta del muro, tempi in cui anche all’est, se si vuole, è possibile realizzare i propri sogni. ...continua a leggere "UNION BERLIN E IL MIRACOLO DI KÖPENICK"

Günter Schabowski, si può dire, è l’uomo che aprì il muro. La sera del 9 novembre 1989, in una conferenza di fronte alla stampa estera, mentre fuori il regime già vacillava e i cittadini dell’intera Ddr avevano ormai occupato le piazze e le strade del paese, e premevano su quel muro e su quelle frontiere perché cadessero, una volta per tutte, lui, Günter Schabowski, uno dei triumviri che qualche settimana prima avevano defenestrato Erich Honecker, quel muro lo aprì. Con due parole divenute leggendarie anche nella loro versione tedesca: “Ab sofort, da subito”. Da subito i cittadini della Ddr avrebbero potuto lasciare il proprio paese: due parole in risposta alle domande dell’ex corrispondente italiano dell’Ansa, Riccardo Ehrmann, giunto in ritardo alla conferenza e per questo appollaiatosi sulle scale sotto il palco. Sono passati venti anni e una lunga catena di vicende personali ha portato Schabowski su lidi distanti da quelli che aveva frequentato fino a quella notte. Oggi come allora, si ritrova in una sala gremita di giornalisti. Ancora una volta, giornalisti stranieri, affiliati all’Associazione stampa estera tedesca. C’è un ventennio da raccontare, gli anni passati in carcere, la voglia di capire, lo sforzo della riflessione, i libri scritti, l’abbandono del comunismo, il viaggio intellettuale in mare aperto chissà dove ma sicuramente lontano dal molo di partenza. ...continua a leggere "SCHABOWSKI, L’UOMO CHE FECE CADERE IL MURO"