Vai al contenuto

Da quando l'Albania ha imboccato la strada per diventare un paese normale, uscendo dalle cronache dell'emergenza e della criminalità, ci siamo dimenticati di loro. Degli albanesi e delle loro vicende, così intrecciate alle nostre per motivi storici e geografici. Lei, invece, non si è dimenticata di noi. Mesila Doda, oggi trentottenne candidata del Partito democratico che in Albania è il raggruppamento di centrodestra affiliato al Ppe, ricorda bene l'Italia e gli anni trascorsi nel nostro paese.

Mesila è l'incarnazione del nuovo corso della politica albanese. E' inserita nelle liste bloccate del partito come rappresentante di una doppia novità: i giovani della diaspora rientrati nel proprio paese carichi di curricula eccellenti maturati all'estero e oggi esibiti dai partiti come fiori all'occhiello e le donne catapultate sulla scena politica attraverso la contestata, ma a volte necessaria, politica delle quote rosa. Giovane e donna, Mesila percorre, più in lungo che in largo, il paese balcanico saltando da una manifestazione all'altra, da un incontro a un altro, per spiegare agli elettori che la manderanno in parlamento le ragioni di una svolta necessaria per proseguire il cammino verso la normalità e l'Unione Europea.

Mesila è rientrata in patria da più di dieci anni, è stata fra i primi della sua generazione a percorrere a ritroso il viaggio della speranza che agli inizi degli anni Novanta l'aveva portata in occidente. Nella sua pagina su Facebook, tra le immagini in bianco e nero, spicca una foto sbiadita dei tempi dell'università a Tirana: un gruppo di ragazzi raccolti in semicerchio, aria scanzonata e sguardi sognanti, immortalati in una pausa tra le manifestazioni che fecero vacillare il regime comunista di Ramiz Alia. Qualche giorno dopo avrebbero buttato giù la statua gigante del tiranno Enver Hoxa, dando il via all'ottantanove albanese, due anni in ritardo rispetto alla tabella di marcia dell'est europeo.

Qualche settimana dopo, era il marzo 1991, Mesila era un puntino biondo pigiato su una delle carrette del mare che nella foschia delle prime luci dell'alba apparirono all'imbocco del canale Pigonati, l'ingresso al porto interno della città di Brindisi. “C'è un ricordo preciso che non potrò mai dimenticare”, racconta Mesila “era stato un viaggio orribile, per tutta la notte il mare scuro e agitato sembrava volerci inghiottire per sempre, mentre gli stomaci ballavano e la gente stretta fino all'inverosimile stava male. Ma appena cominciò a far chiaro vedemmo da lontano la terra e avvicinandoci a quel porto le acque si calmarono e gli stomaci si quietarono. Quando entrammo venimmo avvolti da un buon odore, un odore di bucato”.

In quella prima ondata, ventottomila persone stipate su navi arrugginite e sbarcate sui moli di Brindisi nell'arco di ventiquattrore, gli studenti sfuggiti alla repressione del regime erano tantissimi. Avevano dato il via alla rivoluzione che avrebbe in pochi mesi corroso il comunismo albanese, ma intanto scappavano. Mesila ebbe fortuna. Il suo status particolare non le concesse l'asilo politico, ma le permise di restare in Italia e di riprendere gli studi. Un primo ricovero in Umbria, poi Napoli, infine Roma. “All'inizio ero confusa, da una finestra a Napoli guardavo il golfo e a casa raccontavo che in lontananza vedevo l'Etna. Ovviamente era il Vesuvio”. A Roma incontra il mondo del volontariato cattolico, la lingua italiana ormai fila che è una bellezza e trova un impiego nei servizi radiofonici di Radio Vaticana. Quindi si iscrive alla facoltà di filosofia. A Tirana frequentava economia e i corsi di marxismo-leninismo che ora, nel nuovo mondo, non le servivano più: “In tanti ci siamo ritrovati con un bagaglio culturale ormai inutilizzabile. Ma era finalmente arrivato il momento di aprirsi a nuovi orizzonti. Avevamo lottato per questo”.

Tornare in Albania è sempre stato il suo obiettivo: studiare all'estero, maturare un'esperienza nuova da spendere poi per la rinascita del suo paese. Incassata la laurea, Mesila prende finalmente la strada del ritorno, per riallacciare il filo con il suo passato. Dalla rivolta contro il regime comunista all'impegno per un'Albania moderna, capace di camminare senza complessi verso un futuro europeo. Lo sbarco in politica, però, non è immediato. Esperienze amministrativa in uno staff ministeriale e alla presidenza del Consiglio, poi nell'ambasciata italiana, quindi la decisione di fondare una società di sondaggi a Tirana e il lavoro giornalistico come opinionista su quotidiani e tv: “Per voler cambiare una società, prima bisogna studiarla, capirla a fondo, indagarla nelle sue tante sfaccettature”. Nel frattempo l'Albania vive la delusione dell'arricchimento facile: alla fine degli anni Novanta crollano le piramidi finanziarie, inghiottendo soldi e risparmi dei cittadini. Poi le turbolenze della guerra in Kosovo, durante la quale Tirana consolida il proprio ruolo strategico di base occidentale nei Balcani. Quindi la ripresa, con l'assestamento della vita politica che, lentamente, guadagna una certa stabilità. Sali Berisha riprende saldamente la guida del centrodestra, a capo del partito democratico, consolida i legami con il Partito popolare europeo abbracciando la strategia di un popolarismo moderato di stampo europeo. A sinistra tramonta l'era dei post-comunisti, si spegne la stella di Fatos Nano e nasce quella di Edi Rama, l'architetto sindaco di Tirana che rimodella la capitale demolendone la patina di provvisorietà e proponendola come modello di una rinascita balcanica.

I segnali del cambiamento sono tanti, anche se convivono con le malattie del passato, corruzione, criminalità, traffici illeciti. L'Albania è oggi un paese incamminato verso la normalità, fra i più stabili dell'area balcanica, con una crescita economica dovuta agli investimenti stranieri e non più alle speculazioni finanziarie: più sei per cento negli ultimi tre anni e nel 2008, prima che la crisi globale piombasse anche qui, il reddito pro capite ha raggiunto i 4102 dollari rispetto ai 2342 del 2004. Valona non è più la capitale degli scafisti, una piaga debellata, ma punta a diventare il polo energetico del paese. “Bisogna ammettere che i politici tradizionali hanno imparato la lezione dei primi anni di democrazia e negli ultimi tempi hanno lavorato sodo”, dice Mesila mentre percorre in auto una delle nuove strade in direzione Tirana, dove in serata il partito di Berisha concluderà con una grande manifestazione la campagna elettorale.

Domani si vota, dopo una competizione molto dura, nella quale non sono mancati episodi preoccupanti come l'assassinio di due candidati e altri episodi di violenza. Ma rispetto agli anni passati il clima sembra meno acceso, tra le polemiche fanno capolino anche i programmi, il confronto lascia spazio alle argomentazioni. Anche qui la politica è diventata mediatica, gli slogan prendono il sopravvento, si cerca di impressionare gli elettori con colpi ad effetto. Berisha ha inaugurato la nuova superstrada Durazzo-Kukes anche se molto resta ancora da completare: un'arteria fondamentale per il futuro della mobilità albanese, un'opera di importanza paragonabile a quella dell'Autostrada del Sole, i cui costi sono aumentati man mano che la costruzione andava avanti. Storie di corruzione, dicono i suoi avversari ma, fosse vero, anche qui niente di diverso rispetto a quanto accade in occidente. Intanto si tratta di un'opera strategica, che punta a convogliare il traffico commerciale dei Balcani verso il porto di Durazzo e, con un prolungamento a sud, anche verso quello di Valona. Ne beneficierà anche l'Italia, giacché questi due terminali sono collegati quotidianamente con Bari e Brindisi.

Berisha mostra anche i lustrini del cresciuto ruolo internazionale del paese, entrato di recente assieme alla Croazia nella Nato, mentre i socialisti gli rinfacciano il recente stop dell'Ue all'abolizione dei visti per i cittadini albanesi. Due mesi fa, invece, la richiesta ufficiale di adesione all'Unione. Berisha rilancia. Gli albanesi ci diranno se si sono convinti a rinnovargli la fiducia.