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Alla fine è successo, senza che neppure ci fosse la grave crisi economica che ogni tanto qualche esperto paventava. I bielorussi si sono stufati di Aleksander Lukashenko, il padre padrone al potere da 26 anni, dal lontano 1994, un tempo infinito anche per l’immobile Bielorussia. È accaduto all’improvviso, sebbene i sintomi della stanchezza fossero presenti ormai da tempo nella società. Un crollo di popolarità forse anche accelerato dalla pessima gestione dell’emergenza covid, che Lukashenko ha fronteggiato con sfrontatezza, seminando incertezza e spavento. E questa volta non ci sono le milizie che tengano, la disaffezione si è estesa dai piccoli ceti intellettuali e artistici ad ampie fasce della popolazione, e dalla capitale alla provincia, dalle università ai kombinat industriali e agricoli, agli uffici dell’amministrazione pubblica. L’unica incognita è ora legata alle mosse di Putin, che ha promesso aiuti, naturalmente senza lasciar intendere di che tipo saranno. La Russia non può fare a meno della Bielorussia, ma non è detto che Putin non possa fare a meno di Lukashenko. Continua su Startmag

Come sempre in Polonia gli scrutini elettorali si protraggono per ore, secondo una tradizione più italiana che mitteleuropea. Ma i sondaggi ormai funzionano bene, i primi exit poll avevano in nottata confermato le previsioni della vigilia e alla fine la Commissione centrale elettorale, pur in maniera ancora non ufficiale, ha fornito il verdetto. Il ballottaggio per eleggere il nuovo presidente è stato una corsa testa a testa tra l’attuale titolare dei nazional-conservatori Andrzej Duda e lo sfidante liberal-conservatore Rafael Trzaskowski, con il primo che ha prevalso sul secondo per appena 2 punti percentuali: 51 a 49. Affluenza incredibilmente elevata per la Polonia, 68%, la seconda più alta dal 1989.  [... continua su Start Magazine]

I dati sull'effetto della pandemia in Ucraina sono tutto sommato confortanti, almeno quelli ufficiali: aggiornati ai primi di giugno nell'ex repubblica sovietica sono stati registrati circa 730 morti e 24mila contagiati, in fondo poco per un paese con oltre 40 milioni di abitanti e con un sistema sanitario sofferente per questioni strutturali legate alla perenne crisi economica. Al netto di quelli che possono essere i possibili scostamenti sui numeri, è in ogni caso da evidenziare che a Kiev il presidente Volodymyr Zelensky e il governo del nuovo premier Denys Smyhal, entrato in carica a marzo, hanno reagito con decisione imponendo fin da subito un duro lockdown che solo dalla seconda metà di maggio ha cominciato a essere gradualmente allentato.

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Nella serata di ieri, 3 giugno, i partiti della Grosse Koalition hanno trovato la quadra del pacchetto di aiuti di 130 miliardi in due anni, con i quali la Germania spera di superare la crisi economica derivata dal coronavirus. Un elenco dettagliato di 57 punti, che segnano il percorso che il governo ha delineato per l’economia e la società tedesca nell’epoca post pandemica. Di quella cifra, un’enormità nella storia repubblicana tedesca, ben 120 miliardi sono a carico delle casse federali. Un impegno che macina in un colpo solo sette anni di oculata gestione finanziaria, sette anni in cui il pareggio di bilancio, lo Schwarze Null, era diventato il dogma e la bussola della politica finanziaria tedesca. E il motivo – a detta dei suoi due artefici, i due ministri delle Finanze di questo settennato, Wolfgang Schäuble (Cdu) e Olaf Scholz (Spd) – per cui oggi la Germania può affrontare con una potenza di fuoco maggiore la più grave crisi dal dopoguerra. Continua su Startmag

La pandemia cambia le prospettive internazionali dei cittadini tedeschi e rimescola vecchie alleanze, accelerando sensazioni e cambiamenti già in corso da tempo. Si avvicina la Cina, nonostante i sospetti che una trasparente comunicazione dei dati abbia ritardato l’allarme mondiale, e si allontanano gli Usa, l’alleato storico avvertito distinto e distante. È il risultato di Berlin Pulse 2020, il sondaggio annuale condotto dalla fondazione Kölber, uno dei tanti e autorevoli istituti di ricerca in Germania, realizzato questa volta di proposito nella prima metà di aprile con l’intento di misurare l’impatto della crisi del coronavirus sull’opinione dei tedeschi. Continua su Startmag