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NON CHIAMATELI PIÙ PANZER

Neppure il tempo di digerire la delusione per l'eliminazione nella semifinale di Champions League e un gruppo di tifosi del Real Madrid si era trasferito a Barcellona, sotto l'albergo che ospitava i giocatori del Bayern Monaco, per incitarli a matare gli odiati cugini del Barcellona. In Italia pare che molti simpatizzanti della Juventus tifino in finale per i bavaresi, solo perché con l'eventuale conquista del triplete (campionato, Champions e coppa nazionale) potranno annacquare l'eccezionalità del trionfo interista di tre anni fa. A Berlino, invece, gli appassionati di calcio, in gran parte tifosi della locale squadra dell'Hertha, hanno fatto pressioni all'amministrazione comunale per allestire i maxischermi sotto la Porta di Brandeburgo, riesumando la storica Fanmeile, il miglio di strada che intercorre fra la Porta e la Colonna della Vittoria, utilizzato per vivere in piazza le partite della Germania ai Mondiali e agli Europei. L'happening si terrà oggi, nonostante sia prevista pioggia a catinelle.

Per raccontare la sorprendente ascesa della Bundesliga sul trono del calcio continentale nel cinquantenario della sua fondazione forse non basta andare a sbirciare i conti in ordine delle sue squadre, le dirigenze infoltite di ex calciatori competenti, le strategie accorte, la crescita tattica degli allenatori, la credibilità della federazione nazionale, le infrastrutture sportive moderne che permettono incassi robusti. Probabilmente è sufficiente fermarsi a osservare questa mentalità differente dell'intero ambiente, capace di irradiare serenità e ragionevolezza. Gli hooligans esistono anche qui, sebbene le loro violenze siano confinate nelle leghe minori regionali, così come le rivalità calcistiche e di campanile. Ma quando si tratta dell'orgoglio calcistico nazionale, le barriere cadono e i tifosi si ritrovano in maggioranza riuniti dietro le bandire della squadra che rappresenta il Paese. E ora che in questa finale della competizione europea più prestigiosa sono arrivate in due, ci si potrà dividere fra simpatie e antipatie con maggior libertà: in fondo, come ha titolato la Süddeutsche Zeitung, «la Germania ha già vinto la Champions League».

In Germania il calcio è sempre stato il porto franco nel quale scatenare senza rimorsi quella passione nazionale tenuta ben a freno in campo politico. Nel sospetto diffuso che ogni pulsione patriottica potesse celare una sorta di conato nazionalistico o revanscista, lo spazio pubblico tedesco ha da sempre condannato ogni manifestazione esterna di orgoglio nazionale. Solo nel calcio lo sventolio di una bandiera nero-rosso-oro aveva licenza di sdoganamento. Con la riunificazione, questa licenza è tracimata in una specie di carnevale perpetuo, alle bandiere si sono aggiunte ghirlande da mettere al collo e bandierine da istallare sull'auto, bar e caffé si riempiono di frequentatissimi tavolini all'aperto dotati di immancabile televisore, ogni città si è inventata la sua Fanmeile per celebrare collettivamente gli eventi e gli stadi registrano il tutto esaurito anche nei gelidi mesi invernali: il calcio è diventato il collante infantile di un Paese maturo e i tedeschi faticano a credere che altrove, magari nelle calienti terre latine, le partite della Nazionale o dei club non vengano vissute con la stessa euforia. Vagli a dire, ad esempio, che gli invidiati Azzurri faticano a riempire gli stadi nelle partite di qualificazione.

Su questo ambiente di fondo le società calcistiche hanno impiantato la loro rinascita, partendo da tre pilastri: conti in ordine per assicurarsi una duratura stabilità finanziaria, infrastrutture moderne per trasformare gli stadi in collettori di incassi e una ossessiva cura dei vivai per crescersi i campioni in casa ed evitare le follie di mercato tipiche di altri campionati. Le entrate economiche delle società della Bundesliga si basano sull'equilibrio: il 26,5% deriva dagli sponsor, il 26,4% dai diritti televisivi e il 21,8 da vendita dei biglietti, merchandaising e introiti collegati alla frequentazione degli stadi. Gli investimenti nei settori giovanili sono enormi: nella stagione 2010-2011 quasi 77 milioni di euro, l'8,4% in più rispetto a quella precedente con tendenza ancora in crescita. Il mercato dei trasferimenti di calciatori incide solo per il 10% degli introiti. La media degli spettatori presenti allo stadio è la più alta d'Europa, con 44.293 presenze a partita contro le 34.601 della Premier League inglese. Francia, Spagna e Italia oscillano tra i 20 e i 28 mila spettatori. Anche in questo caso la tendenza tedesca è in crescita, quella degli altri campionati in calo.

Sempre nella stagione 2010-2011 i ricavi complessivi della Bundesliga hanno superato i 2 milioni di euro, un aumento del 7,2% in due anni e, per tenere i club sulla corda, la Federazione calcio tedesca, la Dfl, rilascia ogni anno una licenza che certifica lo stato di salute complessivo delle squadre ammesse, basato su criteri finanziari, sportivi, giuridici, infrastrutturali e di sicurezza. In poco più di un decennio, il calcio tedesco è passato dalla depressione all'orgoglio, dall'eliminazione della Nazionale nei gironi iniziali degli Europei del 2000 alla finale monocolore di Champions League nel tempio del calcio di Wembley.

A volte il calcio è capace di scrivere la biografia di un intero Paese e la rinascita della Bundesliga ha accompagnato di pari passo quella della Germania. Poco più di un decennio fa il Paese era alle corde, considerato il vero malato d'Europa, una locomotiva vecchia e sfiatata, inadatta alle durezze della competizione globale e destinata a finire prima o poi in qualche rimessa per vecchie glorie. La Bundesliga ne era il suo specchio: un campionato noioso e poco attraente che forniva alla squadra nazionale giocatori mediocri. Poi tutti si sono rimboccati le maniche. Gli imprenditori hanno messo mano a dolorose ristrutturazioni, rimodellando le strategie di mercato che avevano assicurato il successo in passato ma che ora non funzionavano più. I politici hanno rivoltato come un calzino la pesante struttura dello stato sociale e introdotto riforme nel mercato del lavoro, anche a costo di pagarle elettoralmente. E anche gli uomini del calcio hanno ideato un concetto di rinascita che lentamente ha dato i suoi frutti. Solo qualche anno fa nessuno conosceva i nomi di Thomas Müller, Bastian Schweinsteiger, Mats Hummels, Mario Götze o Marco Reus e Robert Lewandowski era un oscuro attaccante che si dimenava nelle serie minori polacche. Oggi sono i pezzi pregiati di due squadre che si contenderanno il trofeo più prestigioso d'Europa.

Il prossimo anno approderanno in Uefa League le seconde file della Bundesliga, squadre come l'Eintracht Francoforte o il Friburgo zeppe di giovani interessanti, e il cerchio sarà completo. Il Bayern intanto si prepara a un ulteriore passo in avanti: in inverno ha messo sotto contratto l'allenatore più richiesto del momento, Peep Guardiola. Era stato preso per far compiere alla corazzata bavarese il definitivo salto di qualità, ma dopo la stagione trionfale che si sta concludendo qualche dubbio sul fatto che questo sforzo fosse necessario è spuntato. Se prima sembrava che fosse la Bundesliga ad aver bisogno del top-trainer straniero per diventare grande, oggi è evidente che sia Peep Guardiola ad aver bisogno della Bundesliga per mantenere il passo delle proprie ambizioni.

Siamo dunque di fronte a un lungo ciclo tedesco anche nel calcio? È probabile, sebbene anche questa volta l'ambiente sembra refrattario a lasciarsi trascinare dall'euforia. Un giornale incline a lisciare il pelo del patriottismo come la Welt ha scritto: «C'è motivo di essere orgogliosi, ma è bene evitare facili trionfalismi, perché nel calcio i cilci si aprono e poi si chiudono, non sono mai eterni». La quadratura del cerchio sarebbe quella di tornare a vincere una competizione internazionale con la squadra nazionale: la strada è spianata ma il rischio di incocciare il Balotelli di turno è sempre presente.

(Si ringrazia il quotidiano Handelsblatt per la foto che correda l'articolo)