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VIAGGIO NEL CIMITERO ATOMICO DI GORLEBEN

Reportage di Pierluigi Mennitti

 

I poliziotti, fuori dalle auto bianche e verdi, si guardano attorno svogliati. In giro è tutto calmo, non c’è anima viva. Ci sono, invece, muri sovrastati da filo spinato, spessi cancelli di ferro agli ingressi e posti di controllo che sembrano check point militari. Più che una miniera sembra una caserma. Invece siamo a Gorleben, il luogo più contestato di tutta la Germania. Quello dove il governo tedesco spera di costruire il sito di stoccaggio permanente della spazzatura atomica del Paese. Va da sé, senza che i cittadini siano d’accordo.

Wolfram König, il presidente dell’Ente federale per le radioprotezioni, l’organismo statale incaricato di trovare la soluzione finale al problema delle scorie radiattive, è sinceramente amareggiato per la tensione che si respira. «Dispiace ricevervi con le macchine della polizia all’ingresso», dice König all’ingresso della sala informazioni. «Ma lo scorso fine settimana c’è stata l’ennesima manifestazione di protesta e le autorità preferiscono che la sorveglianza sia continua».

Sull’altro lato della strada c’è il deposito di stoccaggio transitorio delle scorie che ogni anno i container Castor trasportano dalla Francia, dopo una prima fase di vetrificazione. È un immenso capannone gestito dalla Gesellschaft für Nuclear-Service, il consorzio che raduna aziende energetiche del calibro di E.on, Rwe e Vattenfall Europa ed è responsabile del deposito temporaneo della spazzatura atomica prodotta dalle centrali tedesche.

Anche questo sito ha i suoi muri di cinta, il suo filo spinato e i suoi ingressi controllati da uomini della sicurezza, poliziotti e telecamere. Ogni autunno, puntualmente, in questo spicchio nuclearizzato nascosto fra betulle secolari e casette da fiaba con i mattoni rossi, si svolge il grande teatro della protesta ecologista, con migliaia di militanti che accorrono con i sacchi a pelo e si gettano sui binari della ferrovia o sull’asfalto delle strade per ostacolare il passaggio di treni e camion. Il trasporto è una Via Crucis e il successo delle manifestazioni è misurato dalle ore di ritardo causate alla tabella di marcia dei rifiuti. L’ultimo, quello del novembre 2010, è stato di 92 ore, un record. Da un lato le scorie temporanee, dall’altro - forse - quelle definitive. La cosiddetta miniera di esplorazione di Gorleben è una vecchia cava di sale, mai utilizzata per fini commerciali. Il sito venne scelto nel 1977 dall’allora governo social-liberale guidato dal cancelliere Helmut Schmidt.

«La Germania è stato il primo Paese a porsi fin dagli Anni '70 il problema dello smaltimento definitivo delle scorie nucleari», ricorda König. «I lavori a Gorleben sono iniziati nel 1979 in superficie. Nel 1983 il governo Kohl diede il via alle esplorazioni nel sottosuolo, proseguite fino al 2000 quando, con la decisione di Gerhard Schröder di abbandonare il nucleare in 20 anni, tutto fu interrotto con il proposito di riconsiderare i criteri di scelta dei depositi definitivi. Il vero problema è che la scelta di Gorleben non fu, fin dall’inizio, politicamente trasparente e questo spiega l’enorme diffidenza della popolazione oggi».

In effetti, basta guardare la cartina geografica della Germania e riportare indietro le lancette della storia per comprendere i dubbi. Negli Anni '70, pochi chilometri più a est correva il confine con la Ddr, un altro Paese, un altro mondo. Questa zona di frontiera, non densamente popolata, rappresentava la periferia della vecchia Germania Ovest, un’area marginale dove le prevedibili opposizioni sarebbero state più facili da gestire. Una commissione d’inchiesta parlamentare sta indagando per capire se, alla base della decisione del governo Kohl del 1983, ci furono solo motivi tecnici o anche ragioni e pressioni politiche.

Le conclusioni sono attese nel 2013 e l’esito potrebbe essere esiziale per il futuro di Gorleben: anche se la miniera alla fine risultasse idonea ad accogliere scorie nucleari, tutto potrebbe saltare per irregolarità nella procedura di scelta. Che pure l’efficiente Germania sia caduta nella trappola dell’indeterminatezza politica non deve destare sorpresa. Il tema delle scorie è stato da sempre il grande problema collaterale della produzione atomica, la questione cui anche i tecnici non hanno ancora trovato la soluzione definitiva. E resterà ad agitare i rapporti fra politica e cittadini, anche quando l’ultimo reattore tedesco sarà spento. Al mondo non esiste ancora un deposito di smaltimento definitivo, solo siti temporanei.

L’unico in fase avanzata di costruzione è in Finlandia. In molti casi le scorie sono conservate in speciali aree presso le stesse centrali. «Ci sono solo tre Paesi che stanno affrontando la questione con la trasparenza necessaria», ammette König, «Finlandia, Svezia e Svizzera, dove tutte le carte sono messe sul tavolo e vengono esplorate più soluzioni per scegliere quella migliore». Adesso anche in Germania il governo vorrebbe fare lo stesso: affiancare a Gorleben nuove indagini anche in altri siti geologici del Paese. Ci sarebbero le cave di granito o quelle di argilla nel Baden-Württenberg, ma il consenso dei governi regionali arriva solo a parole. In pratica nessuno vorrebbe un deposito di smaltimento nel proprio Land e tutti sotto sotto sperano che, alla fine, Gorleben superi le prove.

Nel frattempo qui le esplorazioni sono riprese. L’ingresso per la miniera è un casermone bianco e alto che marchia la skyline dell’intera area. All’interno sembra di stare in un normale ufficio amministrativo. Indossata la tuta, l’elmetto di ordinanza e una pesante borsa a tracolla con la dotazione d’emergenza in caso di incidenti («Ma finora non l’abbiamo mai utilizzata», tengono a precisare gli addetti), ci si infila come tanti minatori nell’ampio ascensore che conduce ai tunnel sotterranei.

La memoria degli scomodi elevatori delle miniere di carbone inganna: qui sembra di stare in quello di un grattacielo, spazioso, comodo, silenzioso. E veloce: sei metri al secondo. Sono sufficienti 140 secondi per percorrere gli 840 metri verso il centro della Terra, da dove partono i cunicoli nei quali i tecnici stanno compiendo le esplorazioni. Le pareti bianche brillano alla luce delle lampade artificiali, il sale scricchiola sotto gli scarponi, si cammina avvolti in una leggera nuvola di particelle bianche, sollevate dal passaggio delle jeep e dal vento pescato in superfice e convogliato nei budelli della terra da enormi canalizzazioni.

«Nell’ambito dei depositi geologici, quelli di sale sembrano offrire molti vantaggi», spiega König, «come buona conduttività di calore e impermeabilità, sempre che la loro storia milionaria dia garanzie di stabilità futura».  Non è stato il caso di Asse II, il deposito per scorie di bassa e media radioattività non tanto distante da qui, realizzato in una ex miniera di potassa: lì le infiltrazioni di acqua hanno creato seri problemi, tanto che il governo si è impegnato in una lunga e costosa operazione di recupero dei fusti. «A Gorleben i test sono ancora tutti in corso e quindi è inutile affrettare ipotesi: l’unica cosa che posso dire è che, finora, tutte le rilevazioni indicano che il sito sarebbe idoneo come deposito definitivo». Comunque, per la risposta finale bisognerà completare tutte le esplorazioni che consistono in trivellazioni, misurazioni geofisiche, test idraulici, mappatura di nuove cavità. Poi la scelta spetterà alla politica.

Le intenzioni sono eticamente rimarchevoli. Chi ha prodotto le scorie deve provvedere anche a smaltirle a casa propria. A parole si dicono tutti d’accordo. «Il problema è che i politici hanno compiuto gravi errori di comunicazione e non sempre hanno reso pubbliche tutte le informazioni possedute», prosegue König. Si è creato così un solco tra cittadini e rappresentanti, nessuno si fida più di quel che i politici e gli esperti dicono e il dialogo, presupposto perché le soluzioni indicate siano credute e condivise dalle popolazioni che dovranno ospitare il sito, si è fatto più difficile. «Eppure la soluzione dobbiamo trovarla noi, perché è la nostra generazione che ha dato vita a questa forma di energia e non sappiamo se chi verrà dopo avrà le risorse economiche, le competenze tecniche e la voglia di affrontare questo problema».

König smette la tuta da tecnico e indossa le vesti di psicologo sociale: «I tedeschi hanno una sensibilità speciale sul nucleare e io non so, alla fine, se accanto ai criteri geologici conteranno anche quelli sociali. A essere ottimisti, ci vorranno almeno altri 15 anni per completare le esplorazioni e ottenere l’eventuale autorizzazione. Di una cosa sono però certo: senza dialogo con i cittadini tutto è destinato a fallire, anche le buone intenzioni». E allora, la soluzione ultima sarà quella di spedire le scorie in qualche altro Paese disposto a prendersele dietro compenso. Alla faccia dell’etica e, forse, anche della sicurezza.

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(Lettera 43)