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Al Castello in monopattino

Necrologio di Vaclav Havel, uno dei giganti europei della libertà. 

 

Vaclav Havel (Wikipedia)

di Matteo Tacconi
Scritto per Europa

Drammaturgo, dissidente, rivoluzionario, presidente, visionario, polemista. Vaclav Havel, morto domenica all’età di 75 anni, è stata una personalità poliedrica e brillante. È riduttivo definirlo politico o uomo di cultura prestato alla politica, così come ricordarlo nelle sole vesti di guida della Rivoluzione di velluto o di primo presidente della Cecoslovacchia postcomunista e della Repubblica Ceca, dopo il divorzio tra Praga e Bratislava. Havel è stato molto di più. È stato un grande europeo e un gigante della libertà.

Vaclav Havel è nato nel 1936 a Praga. Il padre, Vaclav Maria, fu il pioniere dell’industria cecoslovacca del cinema. Insieme al fratello Milos fondò negli anni ’20 una società di distribuzione e costruì alla periferia della città boema gli studi Barrandov, vera e propria Cinecittà cecoslovacca. Dopo la scuola dell’obbligo, a causa delle sue origini borghesi, Havel non poté intraprendere studi umanistici. Ripiegò sulla facoltà di economia dell’università di Praga, salvo lasciarla dopo due anni.

Al termine del servizio di leva iniziò a lavorare come assistente di scena in teatro e studiò drammaturgia per corrispondenza. Nei primi anni ’60 emerse come uno dei protagonisti del teatro ceco dell’assurdo e il suo Memorandum, rappresentato nel 1965, divenne il simbolo di quella stagione in cui, dopo la pesantezza degli anni ’50, emersero spinte innovative nel campo delle arti e una tendenza a riscoprire le tradizioni nazionali. Nella commedia, in stile Ionesco, Havel si prende gioco con leggiadria pungente del regime e dei suoi riti bizantini, raccontando l’introduzione di due neolingue burocratiche, lo ptydepe e il chorukor, che vengono in seguito rifiutate dai personaggi. Non c’è bisogno di spiegare a cosa alludesse.

Sul finire degli anni ’60 s’espresse pubblicamente contro il processo di “normalizzazione” imposto dalla baronia comunista dopo la Primavera di Praga. I suoi lavori vennero messi al bando, ma circolarono sottoforma di samizdat, accrescendone la fama. Il nostro tornò in prima linea nel 1977, quando fu uno dei promotori di Charta 77, movimento democratico che nacque sulla scia di una petizione volta a protestare contro il processo-farsa subito dai Plastic People of the Universe, gruppo psichedelico, devoto a Frank Zappa e alla cultura beat (Allen Ginsberg, che nel ’65 tenne una conferenza a Praga e fu espulso dalle autorità, era un’icona dei giovani cecoslovacchi), accusato di promuovere comportamenti antisociali. Havel pagò con il carcere.

La durezza del regime, in seguito, costrinse la dissidenza praghese a organizzarsi seguendo strade diverse da quelle prese da Solidarnosc in Polonia. Fu più celebrale, meno fisica. Finché, pochi giorni dopo il crollo del Muro di Berlino, la gente non partì all’assalto. Invase le piazze, spazzando via il comunismo al grido di «Havel na Hrad», Havel al Castello (la storica sede del potere boemo). Andò addirittura a finire, come in una scena di teatro dell’assurdo, che furono gli stessi comunisti a eleggerlo presidente. La sua permanenza al Castello è ricordata per alcune bizzarrie: Havel che gira in monopattino nel palazzo e Havel che assegna a Frank Zappa il compito di rappresentare all’estero l’immagine della Cecoslovacchia.

Ma queste sono le sfaccettature di una personalità vulcanica, imprevedibile. Quello che di lui va rimarcato sono il suo pensiero e il suo impegno politico-morale. Havel è sempre stato fuori dalle logiche partitiche e ha sviluppato la sua azione lungo due binari. Da una parte, l’ancoraggio ceco all’area euroatlantica e la ricostruzione dei rapporti con la Germania, resi difficili dall’occupazione nazista e dall’espulsione dei ceco-tedeschi nel 1945 (il suo primo viaggio all’estero fu proprio a Bonn).
Dall’altro, la continua denuncia delle conseguenze negative della sbornia capitalista. Havel ha sempre cercato di predicare l’esigenza di coniugare progresso e decenza, sviluppo e attenzione all’ecologia, ambizioni economiche e tutela della cultura.

È stato un presidente amato, dotato di grande prestigio morale, onesto e mai sopra le righe. Capace, inoltre, di guardare oltre i confini cechi. Sono state numerose le iniziative, da lui lanciate o appoggiate, votate al rispetto dei diritti umani, in ogni contesto minato da repressione o censura. Questo sforzo è proseguito dopo la fine del secondo mandato, nel 2003. Havel ha preso parte a decine di campagne a favore del rispetto dei diritti, fedele alle idee espresse nel suo saggio Il potere dei senza potere (1978), testo fondamentale della dissidenza dell’est: la lotta a favore della verità e del racconto della verità va difesa ovunque e sempre.

Si spiega anche alla luce di questo il sostegno all’invasione americana in Iraq. In questi giorni lo si è ricordato, ma interpretando quella scelta, rivelatasi poi errata, come una conseguenza del presunto eccesso di filo-americanismo che s’annida a est.

Troppo semplice. Havel apprezzava l’America, ma le ha sempre impartito severe critiche. A partire da quando, nel 1990, spiegò davanti al Congresso, senza timori reverenziali, che a muovere la società non sono i bisogni materiali, ma i rapporti tra gli uomini; che il primato non è della società politica, ma della società civile; che il capitalismo va bene, ma deve avere una faccia umana.

1 pensiero su “Al Castello in monopattino

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