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Terrore svizzero a Varsavia e Budapest

Pubblicato da Europa il 9 agosto 2011

La crisi porta all'apprezzamento del franco svizzero, classica valuta rifugio. I mutui accesi in valuta elvetica spavantano polacchi e ungheresi

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La soglia d’allarme – un franco svizzero, quattro zloty – s’avvicina e a Varsavia sale la preoccupazione. Inevitabilmente. Il punto è che una buona metà dei mutui accesi in Polonia negli ultimi tempi sono in franchi e il tasso di cambio, durante l’attuale congiuntura di crisi, ha registrato il rafforzamento, sensibile, della valuta svizzera. Se tra il 2006 e il 2008 (l’anno in cui sono stati contratti più mutui) il rapporto tra quest’ultima e lo zloty è oscillato tra l’uno a due e l’uno a 2.5, adesso siamo, appunto, vicini all’uno a quattro.

Le conseguenze, s’intuirà, iniziano a vedersi. Si stima che le rate mensili dei mutui, in media, si sono innalzate di circa il 30 per cento, rispetto a quando sono state originariamente negoziate. In molti arrancano. Altri – pochi, fortunatamente – non riescono proprio a pagarsi la casa.

Appesantisce la situazione il fatto che il fenomeno è tutt’altro che limitato a una porzione marginale della società. L’aumento generalizzato del tenore di vita e delle buste paga hanno esteso i confini della classe media e portato, quindi, sempre più cittadini a chiedere soldi alle banche. Che li hanno concessi. In franchi. Questo perché «i tassi sono più bassi rispetto a quelli sui prestiti in zloty e la rata risulta vantaggiosa», spiega Matteo Ferrazzi, economista di Unicredit.
«Si pensava che il rapporto tra le due monete sarebbe rimasto stabile, ma la crisi – continua Ferrazzi – ha comportato un movimento fortissimo del franco. Capita sempre così, quando c’è una flessione a livello mondiale. Il franco diventa come l’oro bene rifugio e s’apprezza ». SEGUE Con la soglia d’allarme che s’avvicina, ci si chiede se la Polonia, che insieme alla Germania è l’unico paese Ue a godere di sana e robusta costituzione, non rischi di “bruciare” i grandi progressi compiuti recentemente sul piano della crescita, della stabilità e – questione non certo irrilevante – del prestigio internazionale che Varsavia s’è guadagnata, anche grazie a questo balzo in avanti.

La risposta è che no, ancora la situazione non è così fosca. Il rapporto tra franco e zloty, anche se dovesse toccare la soglia d’allarme, non è tale da mandare a fondo la nave. Gli esperti ritengono però che se s’arrivasse a un tasso di cambio di uno a 4,60, allora sì che sarebbero dolori. Tuttavia la Polonia ha una situazione finanziaria solida, i conti in ordine e un debito pubblico che, lo impone d’altronde la carta costituzionale, sotto controllo. Oltretutto, l’aumento delle buste paga e la crescita economica, se da una parte hanno espanso il numero dei mutui, dall’altra possono aiutare a contenere l’impatto di quella che è stata prontamente ribattezzata la “Swiss connection”. La rata aumenta – questo in soldoni – ma aumenta anche il salario. Senza contare che le banche polacche, a partire dal 2008, tendono a elargire prestiti in franchi solo a chi ha stipendi importanti e può permettersi dunque di “rischiare”.

Il primo ministro Donald Tusk, durante una conferenza stampa tenuta l’altro giorno, ha tranquillizzato i concittadini, sconsigliandoli dall’intraprendere decisioni nervose. Nella speranza, sottinteso, che il franco non vada sempre più su.

Certo è che c’è chi se la passa peggio. È il caso dell’Ungheria. Nel paese magiaro il numero dei mutui in franchi svizzeri è ancora maggiore e più questi diventano onerosi, meno si consuma, più Budapest, colpita duramente dalla crisi, costretta tempo fa a bussare alle porte del Fondo monetario internazionale e con un debito pubblico che è quello che è (80%), fatica a rimettersi in marcia.

Oltre ai privati sono anche le amministrazioni locali a ricorrere ai mutui in valuta elvetica. Tant’è che, racconta il Wall Street Journal, molti sindaci, davanti al deprezzamento del fiorino ungherese, pensano di congelare i provvedimenti di spesa e gli investimenti già programmati.

Insomma, la situazione è molto complessa e a differenza della Polonia e della Slovenia, anch’essa con la questione svizzera aperta, ma contenuta dal fatto che Ljubljana è nell’eurozona, l’Ungheria compensa di meno. «L’Ungheria è il paese dell’Europa centrale più esposto alla crisi. Il debito pubblico elevato, l’economia che non va e la tendenza all’indebitamento in franchi, pratica introdotta dalle banche austriache e seguita successivamente anche da altri istituti, possono aumentare la pressione sul paese», dice Ferrazzi.

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