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La moschea fantasma di Atene

Quella greca è l'unica capitale europea senza un luogo di culto ufficiale per gli abitanti di fede islamica, ormai giunti a 200mila. 

(Scritto per Reset Doc)

Atene, quartiere di Omonia (Archivio Rassegna Est)
Atene, quartiere di Omonia (Archivio Rassegna Est)

di Matteo Tacconi

Omonia, Atene. È il quartiere della capitale ellenica in cui la crisi greca salta più rapidamente agli occhi. Falliscono i negozi, chiudono gli alberghi, nascono come funghi i banchi dei pegni, l’unica attività economica del paese in piena espansione. A Omonia ci sono anche criminalità, degrado urbano e emarginazione sociale. In questo distretto, vecchio bastione dei buoni commerci, vivono molti immigrati, una larga parte dei quali viene dal mondo musulmano. Afghani, iracheni, kurdi, siriani, bengalesi, pachistani, maghrebini. Gente scappata da guerre o povertà croniche.

Omonia ha le sembianze di un ghetto. I migranti stazionano nel quartiere sperando di trovare prima o poi la via dell’Occidente o, in alternativa, un’occupazione in Grecia. Cosa difficile, di questi tempi. In tanti non hanno il permesso di soggiorno e lo Stato non riesce a garantire accoglienza, pressato com’è dalla crisi finanziaria. Sono lasciati a se stessi, devono arrangiarsi. Anche quando si tratta di pregare il loro Dio. Nel quartiere, negli ultimi anni, sono nate decine di piccole moschee. Alcune sono abusive, altre sorgono i locali presi in affitto.

In assenza di un edificio di culto ufficiale la popolazione islamica si riunisce in locali presi in affitto o scantinati abusivi.

Il fenomeno delle micro-moschee, un centinaio in tutta la città, è la diretta conseguenza dell’assenza di una struttura di culto musulmana riconosciuta dalle autorità. Atene è l’unica capitale europea a non averla, a dispetto dei 200mila musulmani che vivono nella metropoli ellenica.

Nel 2011 l’allora governo di sinistra guidato da Georges Papandreou cercò di colmare la carenza, proponendo la realizzazione di una moschea in un ex complesso della marina militare, nel quartiere di Eleonas. L’idea era mettere finalmente Atene al passo con l’Europa.

Ma finora non un solo mattone è stato posato a terra. Tutto è rimasto lettera morta. Diversi i motivi. La crisi economica, che non sembra passare, ha prosciugato ulteriormente le casse dello Stato. Considerato inoltre che i contributi per l’acquisto di libri di testo nelle scuole sono a rischio e che la spesa sanitaria non riesce più a coprire tutta la cittadinanza, giustificare un intervento da un milione di euro per una moschea diventa politicamente difficile. L’attuale governo, presieduto dal conservatore Antonis Samaras, non sembra voler rischiare, malgrado abbia più volte garantito di dare seguito a quanto stabilito dalla giunta Papandreou.

L'estrema destra e la chiesa ortodossa sono contrarie al progetto.

Gli ostacoli non sono solo di natura algebrica. L’estrema destra è insorta contro il progetto. Già nel 2011, il partito Laos (Raggruppamento popolare ortodosso), oggi non più presente in Parlamento, fece stralciare la misura sulla moschea da un pacchetto di provvedimenti sull’ambiente, dov’era inizialmente stata inserita. E si dovette ripartire da zero. Più recentemente sono stati i membri di Alba Dorata, 6,9% e 18 seggi alle elezioni del giugno 2012, ad alzare la voce. Alcuni aderenti a questo partito, caratterizzato da forti pulsioni xenofobe, si sarebbero inoltre resi responsabili di pestaggi nei confronti di immigrati musulmani e di azioni vandaliche in alcune moschee private. Il luogo di culto a Eleonas è così diventato anche una questione di sicurezza.

Infine, la chiesa ortodossa. Una larga fetta del clero non vuole la moschea. Nel gennaio del 2012 il metropolita del Pireo, spalleggiato da una dozzina di cittadini, contestò la costituzionalità del provvedimento sull’istituzione del luogo di culto musulmano, presentando ricorso.

Non è la prima volta che le autorità promettono ai musulmani di Atene un posto per pregare. Già nel 2000 il Parlamento approvò una legge che prevedeva la costruzione di una moschea, di grandi dimensioni, nel sobborgo di Peania, vicino all’aeroporto internazionale. Il governo saudita si sarebbe dovuto sobbarcare l’onere dei costi. Non se ne fece nulla. Anche in quel caso la chiesa disse no e la gente si accodò ai pope, custodi dell’identità ortodossa della Grecia.

L’arroccamento dei religiosi ha a che fare con la storia del paese. L’indipendenza dall’Impero ottomano, acquisita nel 1832, coincise con l’esigenza di forgiare una politica ufficiale dello Stato su memoria, radici, cultura. Dopo quattro secoli di dominazione da parte della Sublime Porta (Atene fu conquistata nel 1458), fu varata una strategia fondata sul rilancio dei valori identitari, a partire proprio dalla religione cristiano-ortodossa, concependoli in opposizione a quelli della vecchia potenza occupante e della sua fede ufficiale: l’Islam.

Il riflesso di quelle scelte si manifesta ancora oggi nell’approccio della Chiesa, che conserva ancora una forte influenza sulla società e sull’establishment politico. Più della crisi economia e del vociare dell’estrema destra, che si spera, potrà essere riassorbita in futuro, è proprio il clero ortodosso a rappresentare l’ostacolo maggiore alla nascita della moschea di Atene. La prima mai costruita dall’indipendenza.

Il passo sarebbe necessario. Lo richiedono i valori europei sulla libertà di fede e la rivoluzione demografica vissuta dalla Grecia in questi ultimi vent’anni. La stratificazione etnico-culturale del paese ellenico è diventata estremamente composita, proprio in virtù dei fenomeni migratori. La Grecia funge infatti sia da ponte tra il Medio Oriente e l’Europa occidentale, sia come paese di destinazione. Circa il 10% della popolazione totale, dieci milioni di persone, è di origine straniera. Il 5% è di fede musulmana. La metà, tra costoro, vive ad Atene. E aspetta una moschea.

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