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MEDVEDEV, PUTIN E LA CRISI LIBICA

L’élite russa esprime perplessità sull’evoluzione della crisi libica. Il ministro degli esteri Sergei Lavrov, durante una recente visita in Algeria, ha lasciato intendere che le potenze occidentali, colpendo a ripetizione le forze di Gheddafi, stanno andando oltre il mandato stabilito dalla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, approvata grazie all’astensione della Russia. «Se la situazione sfugge di mano – ha poi aggiunto – dovremo fare i conti con nuove manifestazioni di terrorismo internazionale».

Matteo Tacconi / Radio Europa Unita

 

Traduzione: attenti, perché c’è il rischio che si ripeta la storia dell’Iraq e dell’Afghanistan. È stato inoltre sempre Lavrov, sempre in questi giorni, a bocciare senza mezzi termini l’idea francobritannica di armare i ribelli. Mentre la scorsa settimana il presidente Dmitrij Medvedev, anch’egli dubbioso sull’interpretazione “estensiva” che la coalizione ha dato alla risoluzione 1973, ha esplicitato le sue riserve all’omologo americano Barack Obama, sentito telefonicamente, chiedendogli peraltro di evitare vittime civili durante i bombardamenti. Si dirà che è la solita Russia che si oppone per partito preso agli occidentali. Non è proprio così. Stavolta le critiche non sono così aspre.

L’eco dei toni perentori e dei proclami durissimi pronunciati all’epoca della guerra in Kosovo e dell’avventura unilaterale di George W. Bush in Iraq è lontana. C’è chi brandisce la retorica antioccidentale, questo sì. È il caso del primo ministro Vladimir Putin, che ha paragonato l’intervento in Libia a una «chiamata medievale alle crociate». Sulla stessa frequenza si sono sintonizzati alcuni falchi della nomenclatura. Eppure l’impressione, secondo diversi esperti, è che l’approccio di Mosca alla crisi libica delinei una revisione, voluta da Medvedev, delle classiche linee della politica estera nazionale.

Agli osservatori più accorti non è sfuggita la portata dell’astensione al palazzo di vetro. La Russia, evitando di pronunciarsi e quindi dando il via libera all’approvazione della 1973, «ha per la prima volta agito in maniera contraria al tradizionale principio di resistere alle interferenze straniere negli affari interni di un paese», ha ricordato Fyodor Lukyanov, uno dei più rispettati esperti russi di politica internazionale, in un editoriale pubblicato sul sito dell’agenzia Ria Novosti. Perché questa rottura? Medvedev, secondo Lukyanov, sta ripensando la posizione russa sullo scacchiere internazionale, disancordandosi progressivamente dalla teoria della grande potenza e concentrando l’attenzione sul “vicino estero”.

In altri termini la Russia è pronta a difendere anche con la forza i suoi interessi nel cortile di casa post-sovietico (come accaduto in Georgia), mentre guarda alle questioni aperte presenti in altre porzioni di mondo senza smanie di protagonismo, inforcando una lente pragmatica. Perché Mosca – s’è chiesto Lukyanov – avrebbe dovuto bocciare la risoluzione 1973, se anche il grosso dei paesi arabi l’appoggiava? Perché sarebbe dovuta entrare in collisione con l’Occidente, proprio adesso che le relazioni con Washington, la Nato e l’Ue vanno migliorando?

Anche Eugene Ivanov, intervenuto su Russia Beyond the Headlines, versione internazionale della Rossiyskaya Gazeta, sostiene che qualcosa, nella politica estera russa, sta cambiando. Ma ritiene che il fatto nuovo sia l’introduzione di elementi “etici” nelle valutazioni di Medvedev. Elementi a suo modo di vedere evidenti nella condanna senz’appello ai crimini commessi da Gheddafi e nel fatto che la Russia, dicendo niet all’Onu, si sarebbe resa responsabile della quasi certa caduta di Bengasi, dato che la risoluzione è passata mentre le milizie del raìs libico erano pronte a cingere d’assedio la città, sparando nel mucchio senza distinzioni.

Chiaro, queste sono tesi. Se la Russia sta veramente modificando la rotta lo si capirà solo nelle prossime puntate. Tuttavia il comportamento tenuto sulla Libia rivela che c’è qualche aggiustamento in corso e che Medvedev, evitando comunque le convergenze e senza rinunciare al confronto, intende evitare incrinature clamorose con l’Occidente. Il tutto, com’è stato evidenziato, s’accoppia alla battaglia politica interna. Tra un anno si terranno le elezioni presidenziali e a quanto pare Dmitrij Medvedev non ha molta voglia di sbaraccare. In molti sono convinti che intenda rimanere al Cremlino respingendo l’assalto di Putin, che vuole tornare alla presidenza dopo il “limbo” alla Casa Bianca (in Russia è la sede dell’esecutivo). Ma se intende vincere la sfida deve presentare un’agenda alternativa, una piattaforma più fresca. La scelta di astenersi all’Onu e di non scontrarsi con l’Occidente rientra presumibilmente in questo copione.

Il duro rimprovero nei confronti di Putin, dopo l’uscita di quest’ultimo sulla crociata occidentale in Libia, pure. «È ingiustificabile usare espressioni che conducono a uno scontro di civiltà», ha detto dopo la sparata del primo ministro, precisando in più che la politica estera, in Russia, la fa fino a prova contraria il capo dello stato. Che nei giorni scorsi, a proposito di Libia, ha licenziato l’ambasciatore a Tripoli, Vladimir Chamov. Il motivo? Il diplomatico aveva criticato la sua decisione di astenersi all’Onu, definendola lesiva degli interessi russi nel paese nordafricano. Dmitrij non gliel’ha fatta passare liscia.

(Pubblicat0 su Radio Europa Unita)