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L’asilo a Snowden. Perché?

Come mai Mosca protegge la "talpa", a cosa punta Putin, quali analogie con il caso Navalny, la posta in gioco tra Casa Bianca e Cremlino. Una FAQ.

(Scritto per Europa)

(The Atlantic)

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di Matteo Tacconi

Whistleblower. È chi rivela comportamenti scorretti, inciuci, giri d’affari illegali, segreti di stato e cose così, di cui l’opinione pubblica non sa o non deve sapere. Alexei Navalny è unwhistleblower. Il suo megafono è il web, il suo interesse è sviscerare gli affari opachi dei grandi colossi di stato russi. Pure Edward Snowden, la talpa del datagate, è un whistleblower. Anch’egli ha fatto filtrare tramite notizie su faccende molto particolari: i programmi di sorveglianza e controllo sulle comunicazioni telefoniche e online elaborati dalla National Security Agency.

Ora, c’è un paradosso non troppo difficile da cogliere. Il punto è che nella Russia di Putin si concede a Snowden l’asilo politico e si condanna a cinque anni di carcere Navalny. Un’ipocrisia, ha scritto Frida Ghitis sul sito della Cnn. Lo storico e scrittore Richard Lourie, autore dell’acclamato Io, Stalin, ha invece causticamente suggerito dalla colonne del Moscow Times un singolare negoziato: Putin può dare agli americani Snowden, a patto che Obama accetti di prendersi in consegna anche Navalny.

A parte tutto, il senso dell’asilo temporaneo di un anno concesso a Snowden non va affrontato dal punto di vista dell’etica, dei paradossi e dei paralleli. Navalny, dal punto di vista di Putin, non è un whistleblower, ma uno scomodo avversario da arginare. La condanna giudiziaria (in attesa della decisione d’appello) è lo strumento che il presidente russo ha usato a questo fine, com’era già capitato con Mikhail Khodorkovsky, fatti i debiti paragoni tra i due. Quanto a Snowden, il Cremlino non vede in lui un eroe della soffiata o un perseguitato politico o uno che rischia grosso, dovesse finire nelle mani della giustizia statunitense.

Molto semplicemente, Putin gli ha permesso di stare in Russia nei prossimi dodici mesi perché ciò gli torna utile politicamente. Snowden è uno strumento di ricatto nei confronti dell’amministrazione americana, che da parte sua ha già protestato vivamente con Mosca. Si vocifera inoltre che Obama, che a settembre andrà al G20 di San Pietroburgo, potrebbe rinunciare, proprio a causa dell’asilo a Snowden, alla prevista deviazione a Mosca, dove secondo l’agenda avrebbe dovuto incontrare Putin.

Ma perché Putin vuole usare Snowden come ricatto? A cosa mira? Intanto c’è da tenere conto del fatto che, dal punto di vista della Russia, paese orgoglioso, convinto di pesare ancora tanto sullo scacchiere internazionale, disporre di una pedina come Snowden e tenere gli americani sulle spine è una cosa goduriosissima. Ma non è solo questo, ci mancherebbe. Bisogna guardare all’ampio spettro di questioni su cui le due potenze si confrontano.

C’è la lista nera americana stilata nei confronti dei funzionari russi ritenuti responsabili della morte in carcere dell’avvocato Sergei Magnitsky (recentemente condannato post mortem) e quella – una contromisura del Cremlino – del bando alle adozioni di orfani russi da parte di cittadini americani. C’è la Siria, con Washington caldeggia sanzioni e guarda all’opzione del regime change, mentre Mosca vuole evitare uno scenario alla libica e tutelare i suoi interessi economici e strategici (la Siria è l’avamposto russo in Medio Oriente), anche se Assad dovesse essere esautorato. C’è la partita dello “scudo stellare” Nato in Europa, che ai russi dà enormemente fastidio, come quella dell’Asia centrale, spicchio di mondo decisivo in termini energetici e strategici dove gli americani conservano una certa influenza e Mosca punta all’Unione eurasiatica con l’idea di blindare il cortile di casa.

Ecco, è molto probabile che Putin sfrutti il caso Snowden allo scopo di spuntare qualcosa su questi temi. A rifletterci, era inevitabile che questa storia andasse a finire così. Da quando ilwhistleblower beniamino di Julian Assange è sbarcato, via Hong Kong, all’aeroporto moscovita di Sheremetyevo, diverse settimane fa.

Nel frattempo già ci si scatena su come e dove Snowden trascorrerà il suo soggiorno in Russia. Pavel Durov, fondatore di VKontakte, la versione russa di Facebook, gli avrebbe già offerto un ingaggio. Se la talpa finisse davvero sul libro paga di Durov, la cui creatura da 210 milioni di utenti è stata oggetto di recenti pressioni da parte della autorità, si spalancherebbe un’altra situazione paradossale: un ricercato dalla giustizia americana, protetto dal Cremlino, andrebbe a servire il titolare di un social media inviso allo stesso Cremlino.

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