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MINSK, TEORIE E SILENZI DOPO L’ATTENTATO

È passato ormai qualche giorno dall’attentato nella metropolitana di Minsk che ha causato la morte di 13 persone e un centinaio di feriti. È stata la prima strage di questo genere in Bielorussia. Un modello utilizzato fino ad ora a Mosca e in altre capitali europee per gli attentati di matrice islamica, anche se i dettagli qui sono diversi e i radicali di Al Qaeda non c’entrano nulla. Non era a questi che si riferiva Alexander Lukashenko quando subito dopo l’attentato ha detto che “veniva da fuori”. Infatti viene da dentro.

E l’ha detto proprio il presidente questa settimana. L’attentato nella metropolitana di Minsk è il risultato di “una democrazia eccessiva” e “nauseabonda”, di cui lui ha permesso lo sviluppo per non contrariare l'Occidente. “La colpa è nostra", ha dichiarato il capo di stato nel suo discorso annuale al parlamento. “Prima delle elezioni presidenziali siamo diventati talmente democratici da far venire la nausea”, ha detto, riferendosi alle elezioni dello scorso dicembre che lo hanno visto rieletto con quasi il 90 per cento dei voti e sfociate nella violenta repressione delle proteste dell'opposizione. L’Occidente per Lukashenko “vuole ridurre in ginocchio il nostro giovane Stato sovrano”. E per completare il tutto ha affermato che “Distruggeremo ogni quinta o 25esima colonna e questo non farà di noi una dittatura”. Tempi duri insomma in Bielorussia.

In questi giorni sono state arrestate e fermate diverse persone. Alcune avrebbero anche confessato di essere i responsabili materiali della strage. Un giovane avrebbe dichiarato di essere l’autore di altri due attentati terroristici, il primo avvenuto in una discoteca a Vitebsk nel settembre 2005, il secondo invece sempre nella capitale bielorussa, il 3 luglio del 2008, entrambi senza vittime e sin’ora irrisolti. Fin qui i fatti.

Un paio di riflessioni. In primo luogo proprio sul senso di una strage che anche agli osservatori più attenti lascia aperte diverse opzioni. Scartate naturalmente quella del folle che si diverte per puro sadismo ad andare in giro da sei anni a mettere bombe per la Bielorussia e quella del commando islamico in trasferta a Minsk, rimangono le varianti politiche.

Pavel Sheremet su Kommersant ha subito detto di essere convinto che dietro all'attentato non possa esserci l’opposizione. “Ci sono diverse versioni. Secondo la prima versione all'origine dell'attentato ci sarebbe un conflitto all'interno dei servizi segreti. Uno scontro tra i vecchi lupi e quelli giovani. Un secondo motivo, legato alla situazione della Bielorussia, potrebbe essere di natura economica. In Bielorussia sono due settimane che il mercato monetario è in preda al panico. Ora invece, dopo l'attentato, la Russia certamente non mancherà di aiutare i suoi vicini, e l'Europa, senza dubbio, non deciderà di introdurre sanzioni economiche contro la Bielorussia proprio in un momento simile. Quindi mi pare che i vantaggi che il governo avrà dalla situazione siano evidenti”.

Il politologo russo Aleksandr Feduta non vede l’opposizione capace di una simile operazione: “Dal mio punto di vista in Bielorussia non ci sono forze radicali che potrebbero avere qualcosa da guadagnare da questo tipo di eventi destabilizzanti. Sono convinto che il governo non abbia alcun interesse a utilizzare quest’attentato come una scusa per giustificare un eventuale giro di vite, darebbe un'impressione estremamente negativa, perché la situazione aveva appena iniziato a normalizzarsi dopo la crisi politica scatenatasi in seguito agli eventi del 19 dicembre”.

In Italia Cecilia Tosi su Limes ha illustrato così la situazione: “Più debole del solito, contestato all’interno e all’esterno, il presidente bielorusso aveva bisogno di creare un nemico cui affibbiare un po’ di colpe. Ed ecco l’attentato dei terroristi. Ma se è vero che Lukashenko può trarre vantaggio dalla tragedia, in questo caso non è il solo. Certo è che il vero scontro oggi in Bielorussia non è né contro una potenza straniera né contro gli esponenti dell’opposizione - già decimata dagli arresti di dicembre. La vera lotta è tra vecchia e nuova guardia, tra i burocrati che hanno forgiato il regime e quelli che comandano i servizi segreti. Entrambi i gruppi sono fedeli a Lukashenko, ma non allo stesso: i vecchi seguono il padre, il presidente Alexander, i giovani il figlio, il capo della sicurezza nazionale Viktor. I primi avevano guidato l’apertura all’Europa e l’allontanamento dalla Russia. I secondi hanno cominciato a temere che la liberalizzazione avvenisse davvero, arrecando un grave danno alla società, ma soprattutto a loro”.

Allargando l’orizzonte: dal punto di vista geopolitico la Bielorussia è contesa, come altre aree dello spazio postsovietico, dall’Ucraina alla Georgia, tra Oriente e Occidente, cioè tra Mosca e Washington. E non si tratta di una partita di bocce tra carmelitane scalze. Le teorie del complotto internazionale possono pendere come già scritto a caldo, verso il Cremlino (l’unico modo per non farsi scappare la Bielorussia è quello di utilizzare metodi rodati. Isolando e destabilizzando Minsk creando una strategia della tensione l’unica opzione per Lukashenko è quella di cadere definitivamente nella braccia di Mosca) o verso la casa Bianca (Lukashenko è irrecuperabile e sta finendo nelle braccia del Cremlino, meglio farlo saltare prima. Mandare gli F16 su Minsk non sarebbe politically correct. Destabilizzare il regime con ogni mezzo per sostituire il presidente alla prima occasione con qualcuno di più gradito. Strategia terroristica come antipasto e variante per un regime change colorato).

Vale la pena di riflettere sul perché inoltre la copertura internazionale mediatica in Occidente sia stata a dir poco scarsa. Non si tratta del fatto che in Bielorussia bazzicano pochi giornalisti e non passano informazioni. Dopo le elezioni di dicembre e le centinaia di manifestanti finiti in carcere infatti la mobilitazione di carta stampata, radio, televisione e media elettronici è stata generale e continua. Minsk è stata sotto i riflettori del mondo per un paio di settimane abbondanti. Per la strage in metropolitana, anche a differenza di quello che succede normalmente per Mosca, invece si è assistito al contrario. Perché?

Mentre i media russi hanno dedicato largo spazio e continuano a seguire gli sviluppi, in Occidente (un po’ dappertutto, in primo luogo in Italia, ma anche altrove) non c’è stata nessuna attenzione, escluso il momento, il giorno, dell’attentato. Quasi che il sangue di Minsk fosse troppo lontano per occuparsene. E quasi non ci fosse un interesse. Perché sulla strage nella capitale bielorussa è calato sin da subito il sipario, anzi non è stato praticamente alzato? Gli obbiettivi puntati sulla Libia non giustificano da soli la scelta di mettere in un angolo le notizie e le immagini di Minsk. E allora?