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BIELORUSSIA, CRAC A OROLOGERIA

Scioperi? Giù botte. È questa l’aria che tira in Bielorussia, dove il presidente Alexander Lukashenko ha promesso personalmente di picchiare i manifestanti che protestano contro di lui: «Gli oppositori chiamano allo sciopero a Minsk, su internet e nei social network. Io li guarderò, li osserverò e in seguito li picchierò, anche se dovessero scappare all'estero».

Parola del capo di Stato che da grande appassionato giocatore di hockey, nonostante i suoi 57 anni, è abituato a scontrarsi con gli avversari sul ghiaccio senza andar troppo per il sottile. Randellare la piazza è un altro passatempo. Dopo le elezioni truccate dello scorso anno, Lukashenko ha ordinato una dura repressione contro l’opposizione che ha denunciato brogli.
Centinaia di persone in carcere, decine di condannati, business as usual in un Paese che dal 1994 ha un solo padrone, l’ex direttore di un sovchoz della regione di Mogilev passato con gran successo alla politica dopo la disintegrazione dell’Urss.

Lukashenko non ha mai dovuto affrontare una crisi dura come quella che ha investito la Bielorussia negli ultimi mesi. Non tanto per il solletico che gli ha fatto la disorganizzata opposizione a dicembre o il misterioso attentato alla metropolitana di Minsk a metà aprile: i problemi sono essenzialmente economici. Lo Stato è vicino al collasso, il rigido sistema creato sul modello sovietico non è più in grado di reggere, la resa dei conti è vicina. Senza denaro in cassa il presidente non è più capace di distribuire prebende e tenere al laccio tutti i bielorussi, tanti, che sino a ora hanno goduto dei vantaggi, è diventata un’impresa molto ardua. Le manifestazioni di protesta contro il razionamento della benzina o il blocco delle esportazioni di alcuni prodotti sono diventate sempre più frequenti in queste settimane.

Lukashenko però non è ancora sceso in strada con il manganello. L’autarchico dittatore ce l’ha contro quelli che lui definisce «speculatori» che «organizzano degli scioperi perché non si permette loro di andare a vendere all'estero carburanti, sigarette e altre merci a basso prezzo».
Questa è però la punta dell’iceberg: dato che se da un lato le tasche dei cittadini sono sempre più vuote con un’inflazione che galoppa oltre il 25% e potrebbe salire oltre il 40%, dall’altro i deficit sono strutturali. Alla fine del 2010 Batka, il padre della Bielorussia, aveva annunciato un piano quinquennale che prevedeva una crescita del Pil del 60%. Una specie di barzelletta. Oggi Minsk è appesa agli aiuti dall’estero, senza i quali il collasso sarebbe già arrivato da un pezzo. La crisi del 2008/09 è stata superata grazie anche al programma del Fondo monetario internazionale che però è terminato nel 2010.
Allora si era trattato dei riflessi di una congiuntura globale negativa, mentre ora è tutta farina del sacco di Lukashenko. L’Fmi deve ancora decidere se concedere nuovi crediti (si parla di 3-8 miliardi di dollari spalmati su tre anni), ma il tempo stringe.

Ecco dunque che a tendere la mano è arrivata la Russia: a Mosca non si sono fatti pregare troppo e via EuraSec (la Comunità economica euroasiatica) hanno concesso un prestito iniziale di circa 3 miliardi di dollari, con la clausola di privatizzare diverse aziende per una somma complessiva di oltre 7 miliardi di dollari. Il Cremlino ha ovviamente i suoi interessi, economici e geostrategici, per abbracciare più stretto l’ex Repubblica sovietica. In primo luogo Gazprom ha già messo gli occhi e forse qualcosa di più su Beltrangaz, l’azienda statale energetica bielorussa che controlla ancora il 50% del sistema di trasporto del Paese (l’altro 50% è già in mano russa) e anche se Lukashenko ha risposto inizialmente picche - «Durante le precedenti crisi internazionali, il nostro potente settore privato ci ha aiutati a restare a galla», ha detto - ora sembra essere venuto il momento cambiare le carte.

Il bluff insomma non funziona più. La stabilità politica ed economica della Bielorussia è quindi a rischio se non interverranno aiuti esterni e un programma di riforme che investa a fondo l’intero sistema. Resta da vedere quale strada prenderà Alexander Lukashenko, se cioè accetterà limitazioni al suo potere oligarchico o se porterà a fondo tutto il Paese. 

(Lettera 43)