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MERKEL E LA CRISI DI CIPRO

C'è da scommettere che, fino a oggi, molti tedeschi non sapessero neppure dove fosse Cipro. Un'isola, sì, nel Mediterraneo, certo: una sorta di paradiso delle vacanze, con spiagge assolate circondate da palme e ulivi, nella quale piombare con pacchetti viaggio tutto compreso per sfuggire al freddo e alla routine di casa propria. Adesso però i contorni si fanno più precisi. E con il nein del parlamento cipriota al prelievo forzoso richiesto dall'Ue, l'onda lunga delle proteste si riversa sulla Germania come uno tsunami inatteso.

Nel caos provocato dai flutti, nel rincorrersi tempestoso di notizie, dispacci d'agenzia, dichiarazioni politiche, allarmi, accuse e contro-accuse, sulla stampa tedesca del 20 marzo si sono distinte tre linee di analisi. La polemica interna fra le forze politiche tedesche, impegnate in una campagna elettorale che ora si preannuncia arroventata. La difesa dell'immagine del Paese, ancora una volta trasformato in capro espiatorio delle difficoltà nazionali altrui. L'analisi concreta e razionale della nuova situazione e le conseguenze, anche geopolitiche, che la partita a scacchi apertasi tra Unione Europea e Cipro potrà avere sugli equilibri del continente.

L'Spd si è risvegliata dal lungo letargo e ha visto nella crisi cipriota l'occasione di ritornare in gioco per le elezioni di settembre, gettando al centro della battaglia elettorale il fallimento della politica europea di Angela Merkel. Il leader dei socialdemocratici Sigmar Gabriel ha abbandonato ogni remora di solidarietà nazionale e ha accusato direttamente la cancelliera di essere la principale responsabile del disastro in corso: «Anche se Angela Merkel sembra non volerne più saper nulla, è bene che sappia che il disastro cipriota porta per intero la sua firma», ha detto allo Spiegel. «La cancelliera ha fatto in modo che un Paese con meno abitanti della più piccolo Land tedesco trascinasse nel caos l'intera Eurozona. È troppo comodo scaricare la colpa su Wolfgang Schäuble: Merkel ha dettato la linea nel corso dell'ultimo vertice di Bruxelles».

L'attacco è stato per la prima volta duro e frontale e non privo di qualche accenno demagogico: «Merkel è corresponsabile di aver permesso che, per la prima volta nella crisi dell'euro, i piccoli risparmiatori venissero obbligati a pagare il conto delle banche», ha aggiunto Gabriel, «tradendo così nei confronti dei piccoli risparmiatori europei la promessa fatta assieme a Peer Steinbrück durante la crisi del 2008 di salvaguardare i conti bancari dei tedeschi. Ora sarà difficile ristabilire una tale fiducia in Europa». Di «errore politico eclatante» ha parlato anche il candidato dell'Spd Peer Steinbrück, che ai tempi della promessa di Merkel era ministro delle Finanze del governo di Grosse Koalition: «L'ansia e l'insicurezza che ne sono derivate hanno aggravato la crisi». I due leader socialdemocratici sono stati incalzati dal loro stesso gruppo parlamentare, riunitosi a Berlino in sessione straordinaria: un incontro nel quale sono emerse anche dure critiche interne per l'atteggiamento, ritenuto troppo morbido, con cui i dirigenti hanno finora contrastato la politica europea del governo tedesco. All'orizzonte svanisce il compromesso con la maggioranza sull'approvazione al Bundestag del pacchetto di aiuti per Cipro, ammesso che lo stallo nell'isola venga superato.

Il secondo fronte, di fatto opposto, è quello della difesa dell'orgoglio nazionale dalle accuse mosse dai ciprioti ai tedeschi di volerli ridurre alla fame. Su questa barricata si sono distinti i giornali conservatori. La Bild ha messo in fila gli eventi di piazza del 19 marzo: «Centinaia di dimostranti si sono radunati davanti all'ambasciata tedesca a Nicosia inalberando striscioni con su scritto 'Ladri, fuori dal nostro Paese', dimenticando che sono proprio i contribuenti tedeschi a garantire il 27% del fondo di salvataggio europeo. Un fedelissimo del premier Nikos Anastasiades ha accusato la Germania di aver puntato una pistola al petto del governo cipriota, chiedendosi anche come avrebbero reagito i tedeschi se Cipro avesse fatto lo stesso dopo la seconda guerra mondiale. Davanti al parlamento sono spuntati cartelli con l'immagine di Adolf Hitler e frasi offensive tipo 'Merkel il tuo tesoro nazista sanguina più di ogni riciclaggio'». La conclusione è sconsolata: «I ciprioti hanno trovato nel popolo tedesco il colpevole da fischiare».

A riunire le due questioni ci ha pensato la Wirtschaftswoche, in un editoriale in cui ha parlato di «macabro pestaggio della Germania»: la protesta anti-tedesca rende tristi perché dimostra ancora una volta quanto la crisi dei debiti (secondo gli eurocritici, la moneta comune) abbia avvelenato l'atmosfera nell'Unione Europea. Le critiche ai tedeschi sono false: la decisione su chi a Cipro dovrà contribuire al salvataggio dell'isola spetta ai politici locali e Schäuble, come d'altronde il Fmi, ritiene che spetti alle banche e non ai piccoli risparmiatori. «È stato il premier Anastasiades a evocare pressioni esterne», ha concluso il settimanale economico, «per giustificare il prelievo forzoso sui conti correnti e salvaguardare gli affari dell'isola con gli oligarchi russi. Di peggio c'è solo come i politici di sinistra sfruttino la protesta per gettare acqua sul fuoco. La politica deve essere credibile, a Nicosia, a Bruxelles e a Berlino. Peccato che spesso non accada».

Le conseguenze di questo capitolo della crisi sono state materia di un commento della Süddeutsche Zeitung: «Se Cipro esce dall'euro, c'è un solo Paese in grado di salvarla dal fallimento: la Russia. Il prezzo da pagare sarebbe però quello di un nuovo vassallaggio. Il denaro di Mosca rimarrebbe nelle banche di Nicosia in cambio del controllo da parte di Gazprom delle ricche fonti di gas lungo la costa cipriota, mentre l'esercito russo troverebbe sull'isola quella base militare nel Mediterraneo che probabilmente è destinata a perdere con il cambio di regime in Siria». Uno scenario avvenieristico? Per il quotidiano bavarese mica tanto: il governo Anastasiadis è debolissimo, la sua caduta getterebbe Cipro nella braccia di Putin. «Il disastro cipriota non è ormai più solo una catastrofe finanziaria e si è trasformata in una crisi politica. E il capro espiatorio di questa situazione è già stato individuato: la Germania. Il governo tedesco si è ostinato a chiedere che Cipro partecipasse al meccanismo del proprio salvataggio e Anastasiades ha compiuto l'errore di voler salvare il sistema bancario dell'isola così come è. È un peccato che nell'Unione Europea nessuno sia riuscito a evitare questa assurdità».