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Lotta di fede a Medjugorje

Potrebbe chiudersi la guerra di posizione tra Vaticano e francescani di Bosnia, custodi del nazionalismo cattolico-bosniaco. Come? Con il riconoscimento delle apparizioni mariane del 1981. Cronaca e background storico. 

La madonna di Medjugorje (Gnuckx, da Flickr.com)


di Rodolfo Toè
Scritto per Linkiesta

MEDJUGORJE Il Vaticano potrebbe presto riconoscere la veridicità delle apparizioni mariane di Medjugorje, piccolo paesino dell’Erzegovina, sancendo la fine di una diatriba durata più di trent’anni. Ma oltre all’aspetto religioso, il santuario è diventato nel tempo un baluardo del nazionalismo croato. Le gerarchie cattoliche locali non si sono ancora pronunciate. Né Ratko Perić, il vescovo di Mostar, da sempre scettico e molto ostile alle apparizioni di Medjugorje. Né, tantomeno, il cardinale di Sarajevo, Monsignor Vinko Puljić, che Ruini ha voluto nella commissione incaricata da Benedetto XVI di studiare a fondo la veridicità di quanto avviene su questa piccola collina dell’Erzegovina, ininterrottamente, fin dal 24 giugno 1981.

S’impone il massimo riserbo per una delle questioni più delicate che la Chiesa Cattolica si trova a dover affrontare in Europa; ma, secondo molte voci non confermate, potrebbe essere vicino alla fine il braccio di ferro che ha diviso, finora, la comunità dei francescani locali (che gestisce materialmente il santuario) e le stanze romane: il Vaticano potrebbe infatti essere prossimo a riconoscere ufficialmente Medjugorje.

Divenuto, negli anni, uno dei maggiori siti di pellegrinaggio mariano al mondo (più di 40 milioni di visitatori in trent’anni), questo paesino bosniaco, che oggi pullula di turisti e fedeli provenienti da ogni parte del mondo, ha una storia in realtà molto complessa, nella quale si intrecciano, da una parte, il nazionalismo croato; dall’altra, la storica rivalità tra Vaticano e Francescani per il controllo delle diocesi di quella che oggi è la Bosnia-Erzegovina.

Nella vicenda di Medjugorje occorre fare necessariamente un po’ di mente locale, per una terra, quella balcanica, che è tipicamente restia a dimenticare il proprio passato. Il prologo è arcano: durante l’Impero ottomano, quando la Bosnia diventa terra d’Islam, le gerarchie cattoliche sono costrette ad abbandonare queste terre. A partire dal quindicesimo secolo, chi rimane sono solo i francescani. Nel corso del Medioevo, diventano gli unici numi tutelari della tradizione cattolica, soprattutto nell’Erzegovina. Nell’iconografia del nazionalismo croato, questi religiosi vengono esaltati come gli eroi che sono stati capaci di garantire la sopravvivenza della propria tradizione e identità sotto il pesante giogo dei turchi.

I francescani sono visti dai croati di Bosnia come degli eroi, come coloro che resistettero al dominio turco

Si genera così un’affinità tra estrema destra croata e francescani che si palesa per la prima volta durante la Seconda guerra mondiale, quando i secondi collaborano con le milizie ustascia di Ante Pavelić, ‘duce’ dell’Ndh (Nezavisna Država Hrvatska, Stato indipendente di Croazia) alleato di Hitler. Nel 1941, nella stessa collina che oggi è visitata da milioni di pellegrini, vennero trucidati e infoibati dagli ustascia circa 400 civili serbi. L’episodio, nella Jugoslavia di Tito, venne dimenticato. Era l’epoca della “fratellanza e dell’unità”, e sulle necessità della memoria altre mitologie avevano il sopravvento: quella della resistenza comune all’invasore, del popolo unito in armi che insorge contro tedeschi e italiani.

Ma Tito muore nel 1980. L’accresciuta libertà, permessa dalla fine del titismo, e che per tutti gli anni Ottanta si sarebbe tradotta in quello che viene ricordato come ‘il decennio d’oro’ (e l’ultimo) della Jugoslavia, permette però anche la ricomparsa delle rivendicazioni nazionaliste. Le destre serbe, croate e bosgnacche hanno un margine di manovra più ampio. E così, sotto la collina, compare un memoriale per ricordare l’eccidio di quarant’anni prima.

Anche la Chiesa approfitta della situazione. Il Vaticano, dopo la repressione patita sotto il comunismo, vorrebbe ricostruire le proprie strutture nella Jugoslavia. Il momento è propizio per riprendere il controllo dell’Erzegovina, Roma intima ai Francescani di sciogliere le proprie parrocchie per farle confluire nelle nuove diocesi che è tempo di rifondare.

Ma i frati si oppongono. La Gospa (così viene chiamata la Madonna in Croato) che compare nel pomeriggio del 24 giugno 1981 a dei ragazzini che stavano, secondo i primi racconti, semplicemente cercando un posto dove fumare lontano dai genitori, ha un duplice effetto: da una parte, rinfranca il nazionalismo croato, che si sta facendo strada tra le crepe di un regime comunista in disfacimento; dall’altra, accresce l’autorità dei Francescani, che utilizzeranno nel tempo il santuario come puntello per la propria autorità nella regione, contro le pretese di Roma.

I frati sono stati abili a sfruttare la portata ideologica delle apparizioni mariane del 1981, rinforzando il loro prestigio e mantenendo una certa indipendenza dal Vaticano

La Madonna appare a Medjugorje, in un Paese comunista, e parla la lingua croata. Tomislav Vlašić, il capo della comunità francescana locale, è abilissimo a sfruttare l’impatto ideologico dell’avvenimento: i tempi stanno cambiando, un nuovo ordine diverso dalla Jugoslavia di Tito è possibile. Il regime, nonostante qualche perplessità iniziale, è costretto a tollerare il santuario che già negli anni ottanta è meta di milioni di pellegrini.

Che Medjugorje sia legata indissolubilmente al nazionalismo croato lo avverte chiunque si trovi a farvi visita. Pregarci è tuttora un dovere per qualunque leader della Hdz, il partito storico della destra croata, soprattutto a ridosso delle elezioni. Franjo Tudjman attese proprio il decimo anniversario dell’apparizione per dichiarare l’indipendenza di Zagabria, nel giugno 1991. Un enorme stendardo croato è oggi esposto dal campanile della chiesa principale. «Spesso, qui, la gente pensa di essere in Croazia», è ciò che ci si sente ripetere dagli abitanti del luogo. Perché, come scriveva il corrispondente della Bbc Allan Little qualche anno fa, «l’unica bandiera a essere assente, tra le centinaia che si possono vedere a Medjugorje, è proprio quella della Bosnia Erzegovina».

L’Erzegovina, e i Croati che vi abitano, la Bosnia non l’hanno mai accettata come la propria patria. Durante la guerra civile degli anni Novanta, il santuario continua a ospitare i propri pellegrini e non viene nemmeno sfiorato dal conflitto. I combattenti del Consiglio croato della difesa (Hvo) vi si raccolgono in preghiera prima di recarsi a compiere la pulizia etnica ai danni di musulmani e serbi. Viene edificato un campo di concentramento poco distante, a Čapljina. I prigionieri che per esservi trasportati devono passare vicino a Medjugorje, secondo numerose testimonianze, vengono bendati affinché il loro sguardo non infanghi la santità del luogo. La pulizia etnica in Erzegovina avrà così tanto successo che, alla fine dei combattimenti, il Vaticano scriverà ai Francescani, per convincerli una volta di più a cedere il controllo delle diocesi, sostenendo che «non ha più senso la loro opera di proselitismo nella regione», perché, letteralmente, «non esistono più delle minoranze da convertire».

Secondo alcuni ricercatori, come l’antropologo Michael Sells, «durante la guerra degli Anni Novanta ci furono delle forti affinità tra la comunità di Medjugorje e dei gruppi di neo-ustascia che si adoperarono nella pulizia etnica della regione da serbi e musulmani». Il caso più eclatante è forse quello della Hercegovačka Banka, controllata dai Francescani, che avrebbe finanziato (anche grazie ai proventi di Medjugorje) le attività delle bande paramilitari cattoliche durante la guerra. Il 6 aprile 2001, quando le forze internazionali di pace cercarono di sequestrarne i conti, con il sospetto che fossero serviti a sostenere attivamente i criminali di guerra, a Medjugorje e in tutta la regione ci fu una violenta manifestazione che portò, tra l’altro, alla serrata del santuario e al ferimento di una ventina di operatori internazionali.

Con il dopoguerra, la querelle ha riguardato soprattutto le gerarchie della Chiesa cattolica. I Francescani, infatti, non desistono, e non hanno intenzione di cedere le parrocchie – e la generosa fonte d’introiti che Medjugorje indubbiamente rappresenta, nonostante l’assenza di statistiche ufficiali – al Vaticano. Il Vescovo di Mostar, Ratko Perić, che si ostina a non riconoscere la veridicità delle apparizioni, e che – al contrario – le ha ripetutamente criticate, in un’occasione è stato persino sequestrato, picchiato e spogliato delle proprie insegne ecclesiastiche da parte di alcuni sostenitori dei Francescani.

Nella curia romana ci si è sempre divisi sulla faccenda. Wojtyla non ha mai fatto mistero della sua simpatia per il piccolo villaggio bosniaco

Il papato, per il momento, è ancora fedele all’unica risoluzione ufficiale presa sull’argomento. Quella, cioè, della Conferenza episcopale jugoslava, che a Zara nel 1991 sancì «l’impossibilità di verificare la veridicità delle apparizioni della Madonna». A margine di questa posizione, tuttavia, la questione ha sempre fatto discutere le gerarchie vaticane. Divise tra chi, come il Cardinale Schönborn o Papa Giovanni Paolo II, non ha fatto mistero della propria personale simpatia per questo luogo e chi, al contrario, non l’ha mai potuto tollerare.

È stato Benedetto XVI, raccogliendo il testimone di Wojtyła, a decidere nel 2010 la creazione di una commissione che possa mettere fine, una volta per tutte, a questa ’guerra di religione’, come la definì Paolo Rodari sulle pagine del Foglio. Ora la trentennale disputa sull’autenticità della Gospa potrebbe chiudersi una volta per tutte. Il Vaticano, messo di fronte a milioni di pellegrini, sembra essere spinto, oltre che dai supposti miracoli, dall’evidenza schiacciante delle dimensioni del fenomeno. Di fronte ai numeri, anche il controverso passato della Mecca dei cattolici di Erzegovina passerà probabilmente in secondo piano.

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