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MAZZETTE RUSSE

Meglio di chiunque altro lo ha spiegato Transparency international, l’istituzione che si occupa di corruzione a livello internazionale. In tema di trasparenza, giustizia e corruzione la Russia fa il doppio gioco, con un preciso coordinamento del Cremlino: da un lato Mosca annuncia grandi progetti per combattere quello che è stato definito il più grave problema per lo sviluppo del Paese, dall’altro cerca di limitare il lavoro delle organizzazioni che si impegnano per debellare il fenomeno. Punendo, oltretutto, soltanto gli ex amici del presidente, mentre gli altri continuano a intascare liberamente denaro.

Il riferimento è alle due leggi che sono state approvate da Vladimir Putin all’inizio del suo terzo mandato, nel marzo 2012, e che hanno fatto più rumore in Occidente. Perché destinate a colpire nomi di primo piano. La prima impedisce agli ufficiali pubblici di detenere proprietà e fondi all’estero; la seconda accresce il controllo sulle attività delle organizzazioni non governative e le costringe a registrarsi come «agenti stranieri» nel caso ricevano finanziamenti dall’estero. Roman Abramovich, l’oligarca russo più conosciuto al mondo, con il vezzo del pallone e degli yacht in formato maxi, è stato il primo a fare le spese della  normativa: si è dovuto dimettere da governatore della regione della Chukotka per l’evidente incompatibilità.

ra le Ong nazionali e straniere colpite dalla seconda legge, invece, c’è anche Transparency, che non ha smesso però di svolgere la propria attività e a denunciare il malaffare che crescente di Mosca: nel ranking del 2012 dei Paesi più corrotti, la Russia è finita alla 133esima posizione su 174. A Mosca il problema è cronico, non certo nuovo - ereditato dal periodo sovietico in cui le mazzette e i favori in stile comunista erano diffusi tanto come nel mondo capitalista - ma elevato all’ennesima potenza durante il primo decennio di presidenza con Boris Eltsin.

Vladimir Putin ha stabilizzato le strutture politiche ed economiche dopo che la Russia era arrivata al tracollo con il default del 1998, ma la corruzione è rimasta parte integrante del sistema. Ed è difficile, se non impossibile, da estirpare alla radice. I proclami dello zar sono rimasti quasi tutti sulla carta e bisognerà vedere se gli ultimi provvedimenti legislativi introdotti per suo volere dalla Duma otterranno davvero gli effetti sperati. O se si trasformeranno solo in uno strumento di giustizia su misura.

Secondo gli analisti, a parte qualche notizia a metà tra la politica e il colore, come quella delle dimissioni di Abramovich, a cui probabilmente non dispiacerà lasciare il freddo siberiano della Chucotka per starsene più a lungo tra i salotti di Londra o in Costa Azzurra e che con il presidente mantiene comunque buoni rapporti, la guerra alla corruzione di Putin rischia di fermarsi prima di iniziare. Basta vedere i miliardi di rubli intorno al progetto Soci 2014, le Olimpiadi invernali in programma per febbraio 2014 sulle montagne del Caucaso che guardano il Mar Nero, finiti nelle tasche dei soliti noti, a partire dai fratelli Boris e Arkady Rotenberg, miliardari e vecchi compagni di judo di Vladimir Putin.

È vero che ogni tanto cade qualche testa: l’ultima è stata quella del ministro della Difesa Anatoly Serdiukov, che alla fine del 2012 ha dovuto abbandonare il posto nelle stanze del potere per uno scandalo di tangenti all’interno del dicastero. Ma si tratta di episodi isolati che servono più come effetto annuncio: scarsa è la loro rilevanza sul lungo  periodo. Soprattutto perché spesso e volentieri dietro accuse di corruzione, malversazione, evasione fiscale e simili reati - che sono i Russia all’ordine del giorno - si celano nemmeno troppo evidenti ragioni politiche guidate dalla cosiddetta giustizia selettiva, quella che prima di sbattere qualcuno in galera chiede il permesso a chi comanda.

Dal caso di Mikhail Khodorkovsky nel 2003 (l’ex padrone del colosso energetico Yukos è ancora dietro le sbarre) a quello di Alexander Lebedev (condannato il 2 luglio a 150 ore di lavori forzati per un cazzotto rifilato in diretta televisiva a un altro oligarca) è lunga la lista degli ex amici del Cremlino che hanno dovuto fare prima o poi i conti con i tribunali russi. L’ultimo è stato il sindaco di Iaroslavl che aveva abbandonato polemicamente il partito Russia Unita per passare all'opposizione: insieme con il suo vice e due dirigenti pubblici sono strati arrestati per una tangente da 14 milioni di rubli (325 mila euro). Vera o falsa che sia l’accusa (e probabilmente è vera), funziona certamente più come  propaganda che come strumento di giustizia. E, come hanno osservato le Ong sul territorio, le crociate ad hoc di Putin non possono sostituirsi alla lotta delle organizzazioni non governative, vitali in un sistema democratico.

(Lettera 43)