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MERKEL SENZA BUSSOLA, LO SFOGO DI KOHL

Da quando ha abbandonato la scena politica, Helmut Kohl dosa con molta parsimonia i propri interventi pubblici. Complici lo scandalo dei fondi neri che gli ha macchiato sul finire una gloriosa carriera e una lunga malattia che gli ha compromesso la salute, il cancelliere della riunificazione partecipa assai raramente al dibattito pubblico. Quando lo fa, però, le sue parole fanno gran rumore, anche perché negli ultimi tempi sono sempre più spesso indirizzate a scorticare quella Angela Merkel che un tempo fu la sua figlia politica prediletta e poi tagliò bruscamente il cordone ombelicale per brillare di luce propria.

L’ultima occasione gliel’ha offerta una rivista di prestigio, Internationale Politik, bimestrale dell’Associazione per la politica estera, uno dei più importanti think-tank berlinesi, con un’intervista lunga otto pagine che Lettera43 ha letto integralmente in anteprima, nella quale spazia a tutto campo sui temi più caldi del momento: dall’astensione della Germania sulla missione in Libia allo stato delle relazioni transatlantiche, dalla crisi dell’Europa a quella dell’euro, fino alla solitaria svolta anti-nucleare decisa dall’attuale governo.

Tutte questioni su cui Kohl ha le idee chiare: «La Germania non è più da alcuni anni una potenza affidabile, né nella politica estera né in quella interna. Ha dimenticato la lezione di Konrad Adenauer che, attraverso il suo chiaro e testardo legame con l’Occidente, aveva ottenuto quel fondamento di affidabilità di cui hanno beneficiato tutti i cancellieri dopo di lui». Un patrimonio cui anche Kohl ha attinto, nella difficile fase della riunificazione tedesca. Furono mesi drammatici, ha ricordato l’ex cancelliere, nei quali non tutti i partner europei erano convinti del percorso che avrebbe riunito in breve tempo le due metà della Germania: «Ma il fattore decisivo fu di attenersi parallelamente al nostro credo europeista e accompagnare il processo dell’unità tedesca con quello dell’unità europea. Aver avuto al nostro fianco i nostri amici europei non era un fatto scontato, ma allora potemmo fare affidamento sul capitale di fiducia che avevamo costruito negli anni. È un obbligo morale per il futuro che non viene mai sottolineato a sufficienza».

La critica si fa incisiva quando si parla della politica attuale: «Spesso mi chiedo dove sia di fatto la Germania oggi e dove voglia andare. Questa domanda se la pongono anche altri, e in particolare i nostri amici e alleati all’estero». L’ex cancelliere cita l’ultimo viaggio di Barack Obama in Europa, nel quale il presidente statunitense ha fatto tappa a Parigi e Varsavia, ignorando Berlino: «Con tutto quello che abbiamo vissuto insieme noi e gli americani e con le tante cose che ancora ci uniscono, non pensavo davvero nella mia vita di dover vivere l’esperienza di un presidente che viene in Europa e sorvola la Germania. O meglio, la rifugge».

Angela Merkel non viene mai espressamente citata, ma è quasi superfluo. Le accuse piovono sul capo del governo senza riguardo: mancanza di leadership, di visione politica, di volontà. «Quando non si possiede una bussola, quando non si sa per cosa si è a favore e dove si vuole andare, allora manca la capacità di guida e la volontà progettuale. E non ci si può attenere a quella che chiamiamo la continuità della politica estera tedesca, semplicemente perché non se ne ha alcuna idea».

I pilastri fondamentali che hanno guidato il ritorno della Germania sulla scena mondiale dopo la guerra di Hitler sono stati pochi ma chiari: rapporto transatlantico, unità europea, collaborazione a viso aperto con gli altri Paesi, anche quelli più piccoli, senza aspirazioni egemoniche, amicizia franco-tedesca, Ostpolitik e relazioni privilegiate con la Polonia, rapporto con Israele. Sono i punti cardinali della bussola tedesca ai quali bisogna attenersi «anche quando il vento soffia contrario in faccia». L’andatura ondivaga della cancelliera a Kohl non piace proprio: «Quando si perdono gli ancoraggi si viene sospinti senza orientamento in mare aperto, correndo il rischio di diventare un Paese qualunque e imprevedibile. Le conseguenze sarebbero catastrofiche: il capitale di fiducia andrebbe perduto, si diffonderebbe l’insicurezza e alla fine la Germania rimarrebbe isolata».

Il pesante giudizio del suo ex mentore cade sul capo di Angela Merkel in un momento di grande difficoltà interna. L’unica consolazione viene per la cancelliera dal magazine Forbes, che la ripiazza dopo due anni al vertice delle donne più potenti del mondo. Ma in casa propria deve navigare a vista, tra le resistenze nel suo stesso partito al nuovo pacchetto di salvataggio dell’euro che rischia di non passare l’approvazione del Bundestag e le critiche indirette del presidente della Repubblica Christian Wulff, che in un forum con i nobel dell’economia ha accusato tutti i leader europei di lasciarsi condizionare dai mercati finanziari invece di individuare soluzioni di lungo respiro. E sulla politica europea piovono gli altri giudizi di Kohl. «Gli errori sulla Grecia sono stati compiuti in passato», ha aggiunto l’ex cancelliere nell’intervista a Internazionale Politik, «ma non sotto la mia guida. Noi non permettemmo ad Atene di entrare nel primo gruppo dei Paesi dell’euro, perché non aveva realizzato le riforme necessarie. Fu il governo rosso-verde ad allentare la guardia e a prender per buone le assicurazioni che venivano dalla Grecia. Ma ora il danno è fatto e di certo non aiutano né le lamentele né i discorsi catastrofisti sulla fine dell’euro. La buona notizia è che gli sbagli sono sanabili e i problemi risolvibili. Quello che l’Europa deve fare è prendere in mano coraggiosamente la situazione e varare un pacchetto di misure intelligenti e non ideologiche per riportare l’euro sulla giusta via e assicurarne il futuro».

Per far questo c’è bisogno della responsabilità di tutti, della disponibilità dei partner più forti e della volontà di quelli in difficoltà di mettere mano alle riforme: «Ma in questo momento vedo purtroppo parecchi deficit e poche persone in grado di convincere».

Eppure basterebbe capovolgere la prospettiva con cui si guarda alle sfide di oggi. In passato non è stato tutto facile e l’ex cancelliere rigetta la vulgata secondo cui il mondo sia diventato più complicato rispetto all’era dei due blocchi mondiali e delle due superpotenze. Ogni epoca presenta le sue difficoltà e chi si trincera dietro queste scuse dimostra «una preoccupante mancanza di coraggio di fronte alle sfide e alle opportunità attuali». La soluzione è semplice: «Bisogna smettere di guardare ai cambiamenti nel mondo solo in termini di minaccia e di peso e invece iniziare a percepirli come nuove chance. Dobbiamo ridare fiducia alla gente».

Kohl si augura che la Germania torni a fare la sua parte. Non crede che il governo stia perseguendo consapevolmente un nuovo Sonderweg tedesco, perché andar da soli per la propria strada è un percorso che il suo Paese, con il carico di responsabilità storica che si porta sulle spalle, non può seguire. Ma il pericolo che la politica si riduca «a un nazionalismo narcisista» c’è: un mondo chiuso e provinciale, capace di discutere solo sulle piccole cose invece di assumersi responsabilità globali. «La Germania deve tornare al più presto alla vecchia affidabilità», è l’ultimo appello di Kohl, «e rendere riconoscibili agli altri i valori e i principi che abbiamo, dove stiamo e dove vogliamo andare».

(Lettera 43)