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FRONTIERE DELL’EST, L’INVASIONE CHE NON C’È

A rileggere oggi le preoccupazioni dei paesi confinanti verso l’apertura definitiva delle frontiere ad Est, viene quasi da sorridere. Nel dicembre del 2007, la fine dei controlli e la libera circolazione dei cittadini dei paesi entrati nell’Unione Europea con l’allargamento del 2004 era stata festeggiata da pochi. Dai paesi interessati, ovviamente. E da qualche politico occidentale, obbligato dal ruolo istituzionale che ricopriva a presenziare i fuochi d’artificio di fronte alle sbarre delle dogane che si alzavano, si spera per sempre.

Giornali e televisioni erano invece piene dei dubbi e delle preoccupazioni degli abitanti delle regioni di confine. In Germania come in Italia o in Austria. Addirittura in Francia, che pure vive geograficamente lo spostamento ad oriente del baricentro continentale con una certa marginalità, era riapparso il fantasma dell’idraulico polacco. Preoccupazioni rilanciate ancora nel maggio 2011, con l’apertura dei mercati del lavoro tedeschi e austriaci, avvenuta con ritardo rispetto ad altri paesi europeo-occidentali. Ci sarebbe stata l’invasione dei vicini. Sarebbe aumentato il traffico del contrabbando. Sarebbe stata aperta la porta ai clandestini. Cruenti fatti di cronaca, purtroppo di ordinaria amministrazione, venivano strumentalmente collegati al fatto che polacchi, baltici, cechi, slovacchi e sloveni potevano fare finalmente quello che tutti gli altri europei facevano da anni: viaggiare liberamente per l’Europa. Il tempo è galantuomo, e questa volta non si è dovuto neppure attendere tanto.

Qualche settimana fa, alcuni autorevoli giornali tedeschi hanno riportato la notizia che, nei primi mesi di nuovo regime, non è aumentato il flusso di migrazione da est. Non si è notato alcun incremento delle attività criminali. Non vi è stato alcun trasferimento in massa di cittadini alla ricerca di posti di lavoro. E’ accaduto semmai il contrario. Sarebbe interessante che dall’Italia giungesse qualche informazione sulla situazione determinatasi all’ex confine tra il nostro Paese e la Slovenia. In Germania, i cronisti alla ricerca di notizie, hanno documentato la rinascita di molte cittadine tedesche del Meklenburgo e del Brandeburgo, che stanno beneficiando del turismo di confine dovuto ai prezzi migliori attirano i consumatori polacchi. Un paradosso: i polacchi non vanno in Germania per acquistare prodotti che in patria non troverebbero, come accadeva un tempo, ma per fare una spesa a buon mercato. Il boom economico della Polonia ha creato una borghesia che spende volentieri ma si è anche riflesso sul livello dei prezzi. Per alcuni beni, la vicina Germania è più conveniente. E la caduta delle formalità burocratiche di confine si sta rivelando, per le asfittiche cittadine dell’ex Ddr, una sorta di manna dal cielo.

D’altronde il trend pare essersi invertito. Se nel periodo dal 2004 al 2007 ha fatto notizia l’esodo dei polacchi verso l’Inghilterra, si stima una cifra di 800mila persone, tanto che le ultime elezioni sono state combattute a Varsavia quanto a Londra, oggi la Bbc si appassiona alla storia di Barbara Wasik, emigrante di ritorno, che ha abbandonato i cieli grigi di Luton per tornare a Wroclaw (l’antica Breslavia) e riprendere il vecchio lavoro di graphic designer che aveva abbandonato nel 2005. Ma oggi la sua paga è triplicata. L’ultimo anno i salari sono cresciuti in Polonia del 6,5 per cento, contro il 2 per cento di Francia e Germania. I livelli non sono certamente ancora gli stessi, ma l’attrazione dei paesi occidentali sta lentamente svanendo: “A Luton la mia vita era solo lavoro – dice Barbara alla Bbc – a Wroclaw ho ritrovato gli amici e il tempo per rilassarmi e divertirmi”. E’ solo la punta di un iceberg e ironizza: “L’ultimo polacco che rientra dalla Gran Bretagna, per favore, chiuda la porta”.

Tornando in Germania, un altro fronte che interessa le regioni di confine è quello degli immobili. Il mercato immobiliare delle ex regioni orientali tedesche era praticamente fermo. Fino a quando non sono arrivati i polacchi, pieni di idee e disposti a investire. Sembra difficile credere alla fascinazione della cucina polacca, eppure funziona. Nella zona di Prenzlau, non molto distante dalla vitale Stettino, ormai è difficile tenere il conto dei ristoranti polacchi inaugurati nell’ultimo anno. Polacchi i proprietari, polacchi i capitali investiti, tedesca la manodopera. Sia quella utilizzata nelle ristrutturazioni degli stabili che quella impiegata nell’attività di ristorazione vera e propria. E se Berlino resta il bacino di clientela al quale attingere, Stettino è diventato il punto di riferimento operativo. Al di là del confine. In un’Europa che non ha più confini.