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POST COMUNISMO E TANGENTI

Da Mosca a Sofia passando per Praga il fenomeno rosicchia ogni anno punti del Pil e non sembra arrestarsi. Il fenomeno indica che la transizione non è ancora finita.

Matteo Tacconi / Radio Europa Unita

 

Mazzette, tangenti e bustarelle, valigette piene di contanti e gare d’appalto truccate, favori e clientele, profittatori e furbetti di palazzo, burocrati e poliziotti compiacenti, fatture fasulle. In un’unica parola: corruzione.

Da quando è salito al Cremlino, correva l’anno 2008, il presidente russo Dmitrij Medvedev non ha fatto che promettere di estirpare questo bubbone. In questi ultimi tempi la sua battaglia s’è fatta più accanita che mai. Proprio l’altro ieri la Duma ha approvato gli emendamenti presidenziali al codice penale, che prevedono l’aumento delle sanzioni nei confronti dei membri della pubblica amministrazione pescati con le pive nel sacco. Chi intasca una tangente inferiore ai 25mila rubli (610 euro), dovrà pagare una multa che va da un minimo di 12 a un massimo di 60 volte il valore della mazzetta. Chi invece si fa corrompere con cifre ben più altisonanti – oltre un milione di rubli – sarà tenuto a moltiplicare fino a cento. Senza contare gli anni di cella (da 8 a 15) che si possono scontare per questo reato.

L’inasprimento voluto da Medvedev ha un chiaro sapore elettorale. La lotta alle bustarelle è il tema con cui Dmitrij Anatolevich intende conquistare consensi in vista delle presidenziali del marzo 2012, appuntamento che sia lui che il primo ministro Vladimir Putin non vogliono farsi scappare. Resta da vedere che tra i due la spunterà. Così come resta da vedere se la crociata presidenziale è “sincera” o se, al contrario, è più che altro una mossa populista con cui controbattere al populismo macho di Putin.

Ma una cosa è certa. A Mosca e dintorni la corruzione è qualcosa di tremendamente serio. Il fenomeno rosicchia ogni anno punti di Pil e non sembra arrestarsi, se è vero, come ha recentemente riportato l’edizione russa di Esquire, che a Sochi, la località dove si terranno i giochi olimpici del 2014, il costo di una nuova strada è talmente schizzato alle stelle che anziché con il catrame avrebbero potuto pavimentarla con uno strato di foie gras spesso nove once.

La corruzione e il malcostume, comunque, sono malattie di cui soffrono tutti i paesi postcomunisti. E liberarsene pare assai difficile, anche per chi ormai sta in Europa. Fermo restando che la corruzione è una questione universale a cui non sfuggono neanche le più democratiche tra le democrazie, le notizie che ultimamente arrivano da est parlano da sole.

In Lettonia la zarina dell’anticorruzione, Juta Strike, sotto pressione a causa dell’eccesso di zelo (traduzione: ficcanasava troppo) e scampata addirittura a un attentato, ha dovuto lasciare il paese. In Repubblica ceca il governo sta barcollando paurosamente dopo che è emerso che Affari Pubblici, junior partner della coalizione di centrodestra che guida Praga, sarebbe il braccio politico di un’agenzia di sicurezza, la Abl, intenta a piazzare i suoi uomini a palazzo allo scopo di portare a casa contratti pesanti. Ministri e parlamentari in quota sarebbero stati pagati da Abl affinché rispettassero con devozione e discrezione la mission aziendale.

La carrellata prosegue. Anche nella vicina Slovacchia l’esecutivo si sta spappolando a causa di conflitti d’interessi, favori, nepotismi e scandali. Nei Balcani, a partire da Montenegro e Kosovo, dove la corruzione – sostengono ong e think-tank – è stata elevata a regola di vita, le cose vanno decisamente male. In Romania, il ministro del lavoro Ioan Botis s’è da poco dimesso, visto che il suo ufficio elargiva fondi alla compagnia dove lavora la moglie. Da segnalare, inoltre, l’ondata di arresti effettuati nei confronti di poliziotti e doganieri, accusati di sorvolare su traffici leciti e meno leciti alle frontiere.

In Bulgaria stessa storia: un giorno sì e l’altro pure scoppia uno scandalo e il governo, capeggiato da Boyko Borisov, ex wrestler salito al potere con un’agenda anti-corruzione, sembra incapace di debellare la peste. Non solo. C’è infatti chi ritiene che malgrado il tanto sbandierato “manipulitismo”, gli attuali governanti soffrano degli stessi vizi dei precedenti. Dal bolscevismo alla bustarella: così l’Economist ha titolato un recente articolo dedicato proprio alla corruzione nell’Europa un tempo comunista, lasciando intendere che da quelle parti la transizione non è ancora finita e che da Mosca a Bucarest sono tutti un po’ figli di Brezhnev e dell’epoca della stagnazione.

(Radio Europa Unita)