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UNIONE EUROASIATICA, LA VISIONE DI PUTIN

Dato che la disintegrazione dell’Urss è stata «la più grande catastrofe  geopolitica del XX secolo» bisogna porvi rimedio. Vladimir Putin, che alla fine  degli anni Novanta scorrazzava nella vecchia Ddr per conto del Kgb, vent’anni  dopo lo tsunami che ha spazzato via l’Unione Sovietica e impadronitosi delle  chiavi del Cremlino, ha proposto il suo nuovo modello: «Una potente unione  sovranazionale, in grado di diventare uno dei poli del mondo moderno e di  svolgere un ruolo di efficace legame tra l’Europa e la dinamica regione  Asia-Pacifico».

L’ex e futuro presidente russo, oggi nelle vesti ingessate  di primo ministro, ha in fondo una visione, che giornalisticamente parlando è  stata sintetizzata in Occidente come quella di “Urss light” (e forse per il  vetusto acronimo fa pensare a qualcosa di poco buono), ma che ricalca proprio il  cammino che dal Dopoguerra è stato compiuto in Europa. Ha scritto Putin nel suo  manifesto apparso qualche giorno fa sul quotidiano Izvestia che «cercare di  restaurare o di copiare ciò che è confinato nel passato è da ingenui, ma una  stretta integrazione su basi economiche e politiche e su nuovi valori è un  imperativo dei tempi».

La visione di Putin è concreta, non ideologica. A Mosca il  comunismo non c’è più da un pezzo, c’è semmai la consapevolezza che la Russia  del XXI secolo può giocare un ruolo sulla scacchiera se recupera il terreno  perduto e se coagula intorno a se quei paesi e territori che hanno fatto parte  della sua area di influenza negli ultimi secoli. Lo strumento non è più quindi  quello di un tempo, ma è essenzialmente quello economico. Così l’Unione già  avviata con Bielorussia e Kazakistan si potrebbe allargare presto ai due anelli  più deboli della catena asiatica, Tagikistan e Kirghizistan, e magari anche  all’Ucraina. Kiev, considerata sempre una sorta di sorella minore, è ancora in  bilico tra Ovest ed Est ed è l’osso più duro per Mosca: già durante gli anni  Novanta con Leonid Kuchma alla Bankova e Boris Eltsin al Cremlino i rapporti si  erano allentati e l’Ucraina aveva acquisito una sua indipendenza sul  palcoscenico internazionale (dai primi accordi con l’Unione Europea a quelli con  la Nato), poi con la rivoluzione del 2004 e la pressione di Washington il  pendolo si era spostato ancora di più, sino ai tempi attuali e alle questioni  energetiche ancora insolute.

L’Urss leggera di Putin si fonda sul gas. Gazprom non fa più  beneficienza come dieci anni fa e offre sconti solo se c’è un ritorno: ciò  significa che l’Ucraina pagherà prezzi di mercato come fa il resto d’Europa  oppure potrà scegliere di aderire alla nuova unione doganale, che assicura,  almeno sul breve periodo, sconti e risparmi. Anche il fattore geopolitico è però  importante: la visione putiniana di un forte spazio euroasiatico (economico  tramite l’Unione, militare attraverso l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza  Collettiva, Csto, di cui fan parte già Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan,  Tagikistan, Uzbekistan e Armenia) è tesa a rafforzare il peso russo e a  contrastare quello americano e quello cinese. Anche l’idea lanciata qualche mese  fa, non certo a caso, di uno spazio economico “da Lisbona a Vladivostock”, non è  pura fantasia, ma indica la direzione in cui vuole andare il Cremlino.

Nei due decenni passati Unione Europea a Nato si sono allargati verso  Est, non bisogna certo sorprendersi o impaurirsi se a Mosca vogliono  ora fare lo stesso. Se nei prossimi anni in Eurasia le economie si integreranno,  se non ci saranno barriere, se ci sarà una sola moneta, potranno guadagnarne  tutti. Ammesso che prima non vada a rotoli tutto.

(Linkiesta)