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VLADIMIR PUTIN CAMBIERÀ LA RUSSIA?

L'appoggio al premier che presto tornerà presidente non è diffuso come qualche anno fa. La classe media impone l'agenda di politica interna. Due possibilità: inerzia o modernizzazione autoritaria.

Orietta Moscatelli / Limes

Putin non è abituato a farsi dettare l’agenda, e non lo vuole certo ora che è alle porte il nuovo mandato presidenziale, dalla primavera del 2012. Ma per Vladimir Terzo si profila l’impensabile dall’alto di anni e anni di popolarità alle stelle e di culto del suo piglio di leader incontrastato e poco contrastabile. L’imprevisto è la disillusione, la crescente voglia di una svolta in una Russia che ha tagliato i ponti con il passato sovietico e che teme che il suo premier, a mesi di nuovo presidente, sia rimasto dalla parte del fiume che interessa sempre meno.

Non è facile la vigilia del gran ritorno al Cremlino, dopo la pausa di quattro anni gestita da Dmitri Medvedev. La Russia, e i russi, non hanno gradito il teatrale passaggio di testimone con il giovane presidente, a fine settembre: Putin ha “accettato di candidarsi” per la presidenza, Medvedev ha accettato di passare a fare il premier.

In estrema sintesi, gli elettori si sono sentiti presi in giro. “Potevano evitare almeno di svelare che avevano già deciso anni fa”, ti dicono oggi quasi tutti, indipendentemente da estrazione, età, orientamento politico. Questo senso di crescente distacco tra i vertici e la gente comune, e in generale i tanti punti interrogativi che accompagnano la transizione putiniana da premier a presidente sono stati - a metà novembre - al centro del meeting annuale del Valdai club, forum di dibattito tra esperti internazionali di Russia, che anche quest’anno si è concluso con un lungo incontro con il primo ministro.

“Putin è una sola persona, non può sdoppiarsi. Ci sono alcune cose che non potranno mai cambiare, come l’amore per la patria”, ha replicato il capo del governo interrogato sulle aspettative per il suo nuovo mandato, subito pronto a rispolverare con argomenti internazionali i toni duri sui quali ha costruito buona parte della sua popolarità nei primi due mandati. Ma anche attento a promettere riforme, progressivi cambiamenti. Senza sostanziare, però.

Al premier non va giù l’intervento della Nato in Libia (“una tragedia dal punto di vista delle regole internazionali”), non piace l’idea che si possa replicare in Siria (“per niente vero che i fini giustificano sempre i mezzi, a volte questi sono inammissibili”). E gli dà fastidio oggi più di ieri il progetto di scudo antimissile che ha avvelenato, all’epoca, i rapporti con gli Usa di George W. Bush: “Minaccia il nostro potenziale nucleare e dovremo prendere contromisure”.

Però, sarà stata l’ora un po’ tarda, forse la buona cucina del ristorante fuori Mosca scelto per l’incontro, Putin non ha picchiato duro come sa fare. Anzi, ha cercato il lato buono della medaglia, “le potenzialità” di partenariato. E ha accuratamente dribblato le domande sull’Iran, forse l’unico dossier su cui farebbe fatica a contenersi. L’impressione, alla fine, è che voglia rassicurare e anche prendere un po’ in giro l’Occidente pronto a gridare "aiuto, ecco i russi, ecco gli aggressori”. Il messaggio è: non temete, non è perché torno al Cremlino che Mosca si metterà di traverso su tutto.

Sul fronte interno, invece, c’è poco da scherzare. Le invettive in politica internazionale trovano sempre un pubblico molto favorevole, è vero, però potrebbero non bastare più. Un rapporto realizzato dal Centro elaborazioni strategiche (in collaborazione con la presidenza russa) parla chiaramente di “invecchiamento del brand” sia per Putin sia per Medvedev e, soprattutto, per il partito al potere, Russia unita.

Lontani i tassi di popolarità plebiscitari dei primi due mandati, il premier esplora la pericolosa soglia del 50% e l’attuale presidente supera a malapena il 40%, attestandosi nella fase discendente della parabola della leadership, quella della ‘morte politica’. Va da sé che è in crisi il partito di maggioranza, cui il premier ha “ordinato” di recente di arrivare sopra al 60% alle legislative che si terranno il 4 dicembre. Il rapporto però avverte: se Russia unita prendesse più del 70% dei voti, la Duma nascerà delegittimata, perché gli elettori penseranno a un risultato meramente frutto di brogli.

Secondo l’analisi del Centro elaborazioni strategiche, il fatto nuovo è l’ampliarsi della classe media: per la prima volta nella storia della Russia è destinata nel giro di un decennio a divenire la maggioranza assoluta della popolazione (addirittura il 60-70% nelle grandi città), con tutto il “potenziale di protesta non sistemico” che questo strato si porta dietro. Fenomeno accompagnato dalla “perdita dei tradizionali meccanismi di controllo” dei vertici, che dovranno mostrare, per salvarsi, una efficienza e una flessibilità non esattamene di casa nella politica russa.

Un primo scenario a medio termine delinea una forte fase di attivismo politico della classe media, come effetto di una voglia di protesta in via di maturazione e elezioni anticipate come risultato: certamente quelle legislative, meno probabilmente le presidenziali. Senza escludere, però, “crisi politiche su ampia scala, con conseguenze imprevedibili”.

Un secondo scenario propende invece per il mantenimento dello status quo, rinviando verso il 2015 l’entrata in scena di partiti di ‘reale’ opposizione e il crollo dell’assetto partitico attuale, in alternativa alla grande sfida di trasformare Russia unita nel movimento di riferimento della classe media in crescita. In questo quadro già oggi in evoluzione, con il partito di governo sotto esame ancora prima che le urne parlino, Putin sa che non potrà essere lo stesso presidente che è stato dal 2000 al 2008. Dovrà dimostrare che le riforme sono possibili, che il sistema è riformabile e che lui è il primo a volerlo cambiare. Dovrà cominciare dalla lotta alla corruzione, sempre endemica e sempre alla base dell’impossibilità di fare business, a meno che non si abbiano gli appoggi giusti.

Potrà portare avanti la riforma giudiziaria che in epoca Medvedev è stata accennata, scatenando sia entusiasmi sia critiche, ma soprattutto il sospetto che Putin più di tanto non avrebbe permesso. Dovrà senza dubbio concretizzare quella “diversificazione” economica di cui parlava tanto prima della crisi, quando la dipendenza da gas e petrolio faceva discutere, ma arricchiva a dismisura le casse dello Stato, mettendo in condizione il paese di affrontare, in fin dei conti, le turbolenze finanziarie di questi anni con minore difficoltà di altri.

I capitoli del ‘riformabile’ sono tanti in Russia, anche se, è vero, il paese è cambiato nell’ultimo decennio forse più di quanto la gente sia disposta a riconoscere. Oggi il primo ministro rivendica la stabilità riportata in un paese che lui trovò “in guerra civile” (leggi: in guerra nel Caucaso) e reduce dal default del 1998. Il reddito procapite è aumentato di 2,4 volte dall’inizio del secolo e le pensioni di 3,3 volte. Poi consiglia di ”guardare attentamente al programma di sviluppo nazionale fino al 2020: noterete come Medvedev ha portato avanti l’azione di modernizzazione”: e qui, quella classe media in crescita, fa già fatica a seguirlo. E il capo del governo lo sa. Così, aggiunge: “Questo non significa che il nostro sistema politico dovrebbe restare quello che è. […] Certo, pensiamo che ci debba essere un maggiore contatto tra la gente e le autorità municipali, regionali e federali, dobbiamo pensare ad accrescere l’influenza sulle autorità e a come garantire un feedback”. Parole che sembrano prospettare il ripristino delle elezioni dirette per i governatori, eliminate nel 2004 proprio in nome della stabilità.

Insomma, si cambia? Tra gli esperti del Valdai club riuniti a Kaluga e poi Mosca, si sono sfidate due opinioni al riguardo: quella di chi pensa che negli anni a venire la politica russa attraverserà una fase di “inerzia”, di “stagnazione”, con un ulteriore allontanamento dell’elettorato dalla classe dirigente. E quella di chi ritiene che Putin saprà mettere in campo una fase di “modernizzazione autoritaria”, di riforme gestite dall’alto.

Il fattore tempo potrebbe essere decisivo. Domenica 20 novembre, il premier ha assaporato per la prima volta una contestazione in campo - teoricamente - amico. È stato fischiato al match di addio di un eroe russo di ‘arti marziali miste’ a Mosca. “Quello che davvero temono è uno scenario nordafricano”, commenta off the records un analista russo di peso.

Eppure i russi sembrano anni luce lontani dalla capacità di sfida e di attivismo portata in piazza nei paesi della primavera araba. Putin, però, starebbe preparando attivamente una sorta di 'exit strategy'. Consapevole che un quarto mandato potrebbe risultare utopia, il progetto sarebbe di passare tra sei anni dal Cremlino alla presidenza dell’Unione eurasiatica, una sorta di piccola Ue sulle basi dell’Urss che fu.

Il problema è che si tratta di una realtà ancora tutta da costruire, dopo il lancio ‘elettorale’ fatto da Medvedev il 18 novembre, con la firma di un primo accordo con Bielorussia e Kazakistan, da rendere operativo nel 2015. Un progetto, peraltro, di cui ai russi sembra importare davvero poco.

(Limes)