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LA QUESTIONE DEL REGIME GIURIDICO DEL CASPIO

La questione del regime giuridico del Mar Caspio e le sue ripercussioni economico-politiche regionali e continentali.

Gregorio Baggiani / Eurasia Strategy – Centro di Ricerche strategiche sull’Eurasia

Introduzione

La questione del regime giuridico del Mar Caspio, nonostante sia apparentemente caratterizzata da un aspetto puramente legalistico ed economico della questione, nasconde in realtà una questione politica e geopolitica di grande rilevanza. Situato alla confluenza geopolitica tra attori di importanza mondiale come Cina, India, Russia, Stati Uniti e Unione Europea e regionale come e Iran e Turchia,  il Mar Caspio ha assunto progressivamente un ruolo strategico a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, attirando così l’attenzione di un gran numero di attori statuali e non statuali presenti sulla scena internazionale.

Le domande che  verranno specificamente affrontate sono quindi le seguenti : in quale modo il mutamento di regime giuridico del Mar Caspio dall’attuale regime di condivisione ad un regime di suddivisione cambierà le dinamiche geopolitiche statuali dell’area caspica ed in particolare le possibilità di sfruttamento delle sue ingenti risorse energetiche da parte delle grandi corporations energetiche italiane, europee e statunitensi? Ciò aprirà nuove prospettive per una diversificazione delle fonti energetiche per l’Italia e l’Europa? Quanto si condizionano reciprocamente le esigenze politiche e quelle commerciali nell’area del Mar Caspio? Quali conseguenze vi saranno per la regione in caso di un ulteriore ritardo nel determinare il regime giuridico del Mar Caspio? Quali  i principali ostacoli che vi si frappongono? Chi è a favore di un mutamento del regime giuridico del Caspio e perché? Chi vi si oppone e perché? Chi se ne avvantaggerà e chi ci perderà? In quale modo la distribuzione degli ingenti proventi provenienti dalle risorse energetiche influenza l’equilibrio sociale interno ed anche quello internazionale della regione? E, soprattutto, cosa conviene fare all’Italia? Quali sono le policies da adottare per intervenire efficacemente nell’area? Nel presente articolo cercherò di analizzare  una serie di questioni  facendo riferimento ai principali siti di politica internazionale che si sono occupati della questione:

1)       Il quadro geopolitico regionale generale

Nel 1993 gli Stati successori dell’Unione Sovietica, la cosiddetta CIS (Confederazione degli Stati Indipendenti, SNG Soyuz Nesavisimix Gosudarstv secondo la dizione russa), con la Dichiarazione di Alma Ata, si sono dichiarati in favore del rispetto dei trattati firmati a suo tempo dall’Unione Sovietica e questo argomento relativo alla obbligatorietà della continuità dei trattati viene portato avanti dalla Russia, quale Stato ufficialmente successore dell’Unione Sovietica, in favore della sua tesi di suddivisione delle risorse del Mar Caspio e la cui messa in atto verrebbe delegato ad un  organo di sorveglianza presieduto da tutti e cinque gli Stati litoranei del Caspio. Altro argomento specioso che viene portato avanti dalla Russia è quello della salvaguardia dell’ecosistema del Mar Caspio che, secondo i russi, sarebbe minacciato da un’ulteriore espansione dello sfruttamento petrolifero offshore. E’inutile dire che tale preoccupazione di tipo ambientale da parte dei russi appare di tipo del tutto strumentale poiché il Caspio ha già subito ingenti danni derivanti dallo sfruttamento delle risorse energetiche, anche da parte della Russia stessa. Vi è poi un aspetto legato al diritto del mare secondo il diritto internazionale che richiederà una breve trattazione. La questione del regime legale del Mar Caspio è stata infatti affrontata da una Convenzione sulla Legge del Mare delle Nazioni Unite di Montego Bay del 1982, senza però trovare una soluzione definitiva a questo annoso problema.

Infatti dietro alla annosa questione se il Mar Caspio sia un lago interno oppure un mare, si nasconde l’ambizione della Russia e dell’Iran di impedire, con speciose, quanto giuridicamente vaghe obiezioni, il pieno sfruttamento da parte degli altri Stati litorali, Kazachistan, Azebaijan e Turkmenistan, dei giacimenti petroliferi che si trovano oltre il limite delle loro acque territoriali e quindi di sviluppare a pieno la loro indipendenza da Mosca. A ciò si aggiunge, da parte di Mosca, il timore che, insieme alle compagnie petrolifere occidentali, si insedino nell’area anche  le forze della NATO, mettendo così in pericolo la sicurezza della Russia e dell’Iran stesso che, a partire dal 1979, ha pessime relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, oppure, per meglio dire, a livello ufficiale le ha quasi completamente interrotte. Essi hanno anche un “vested interest”, un interesse costituito di danneggiare  il più possibile il regime iraniano attraverso il mutamento del regime legale del Mar Caspio che attribuirebbe all’Iran la parte più piccola ed energeticamente più povera del Mar Caspio. E’ evidente che una diminuzione degli introiti del Mar Caspio contribuirebbero a destabilizzare sensibilmente il regime iraniano anche dall’interno, ipotesi quest’ultima ovviamente particolarmente gradita al governo di Washington, impegnato in una guerra senza quartiere con il regime di Teheran anche per la questione del nucleare iraniano e la sua veemente posizione anti-israeliana, nonché i finanziamenti al terrorismo internazionale ed ai gruppi islamisti come Hezbollah.  Dal punto di vista degli Stati Uniti, ciò vale anche per la Russia poiché se  essa non riuscirà a mantenere il controllo sul Mar Caspio verrà sostanzialmente estromessa dall’area come grande potenza, realizzando così il progetto strategico di Brzezinski, cioè eliminare la Russia da ciò che gli americani chiamano il Southern Tier cioè i territori meridionali che facevano un tempo parte dell’Unione Sovietica e che ora si trovano ai confini meridionali della stessa Russia.Gli Stati Uniti non hanno intenzione di “distruggere” la Russia, ma soltanto di impedirle di egemonizzare un’area che intendono riservare a loro stessi ed in parte anche a nazioni amiche o  almeno non ostili.  Ciò contribuisce a saldare un’ alleanza di fatto tra Russia ed Iran in funzione antistatunitense e ciò passa anche attraverso una sostanziale conservazione dell’attuale regime legale del Caspio. Dall’esito della “partita” del Mar Caspio dipendono quindi interessi geopolitici ed economici estremamente importanti che definiranno i nuovi assetti continentali energetici e strategici dei prossimi decenni. E’evidente che dall’esito della lotta per le risorse energetiche del Mar Caspio si definiranno le gerarchie tra le potenze dell’area e anche tra  quelle che non ve fanno parte geograficamente come l’Unione Europea e gli Stati Uniti, ma anche la stessa Cina che aspira a trarre profitto dalle ingenti  risorse energetiche dell’area ed allo stesso tempo ad assumere un ruolo dominante in Asia Centrale. L’Heartland mackinderiano si dimostra perciò, ancora una volta, una fondamentale realtà della storia e della geopolitica  dell’area in cui si incontrano  e si scontrano interessi politici  e strategici delle grandi potenze, ma anche civiltà e culture presenti da millenni nell’area, area appunto interessata dallo scontro /incontro tra ortodossia e Islam.

La Russia mette quindi in atto in questo caso la sua  tradizionale politica eurasiana e diviene così anche parte essenziale delle trattative tra Occidente ed Iran, riacquisendo in tal modo quel ruolo internazionale che il progressivo allargamento della NATO  verso est sembrava volerle contestare per relegarla nel ruolo di nazione sotto assedio. L’Iran, va detto, influenza sensibilmente la geopolitica dell’area del Caspio, seppure in negativo, poiché gli Stati Uniti hanno sempre tentato con successo di impedire che l’Iran mettesse a servizio anche di altri Paesi dell’area le sue infrastrutture per il trasporto dei prodotti energetici fino al Golfo, costringendo così diverse compagnie petrolifere a trovare percorsi alternativi  per le pipelines. In questo caso si vede come le compagnie petrolifere, interessate ovviamente in primis alla razionalità economica dei loro progetti ed ai profitti provenienti dallo sfruttamento delle risorse energetiche, si trovino spesso in rotta di collisione con le priorità politiche e geopolitiche degli Stati che invece hanno anche altri interessi oltre a quelli strettamente economici. Per questo motivo, la definitiva soluzione del regime legale del Mar Caspio, e quindi degli assetti proprietari per quanto riguarda lo sfruttamento delle risorse energetiche, consentirebbe alle compagnie petrolifere, in primo luogo occidentali, tra cui l’ENI italiana, molto presente in Azerbaijan ed in Kazachistan, di fare calcoli precisi sul rapporto tra gli investimenti infrastrutturali da effettuare e sui guadagni  concretamente ottenibili in concerto con gli altri partner internazionali del consorzio che possiede i diritti di estrazione dei giacimenti offshore azeri. L’Azerbaijan,  o meglio la compagnia petrolifera nazionale SOCAR, estrae infatti circa l’80% del suo petrolio da giacimenti offshore, cioè oltre il limite delle proprie acque territoriali, cioè 12 miglia marine (1 miglio marino  è equivalente a 1852 metri), fatto quest’ultimo che lo rende particolarmente vulnerabile nei confronti di un’eventuale vittoria dei sostenitori della tesi in favore dell’indivisibilità delle risorse energetiche, cioè sostanzialmente Russia ed Iran.

Gli Stati Uniti, a loro volta, hanno puntato molto sulla diversificazione strategica delle loro fonti di approvvigionamento energetico, individuando in quelle del Mar Caspio una parziale alternativa[1] a quelle provenienti dal Golfo Persico che, per motivi  legati alla delicata situazione politica dell’area (radicalismo in Arabia Saudita, regime iraniano, instabilità politica in Iraq), non sono più ritenute affidabili. Questo progetto strategico statunitense va quindi ad interferire in quella che la Russia considera di fatto la sua area di influenza, il cosiddetto “estero vicino”, promuovendovi, dove ne esistano le condizioni, una serie di rivoluzioni “arancioni” che vanno dall’Ucraina alla Georgia, al Kirghizistan. Gli Stati Uniti  hanno in questi anni oscillato tra un sincero “committment” in favore dello sviluppo della democrazia in quest’area volto alla  graduale stabilizzazione regionale, ad una strategia di  più breve termine volta ad ottenere risultati geopolitici di immediato interesse statunitense che avessero richiesto il sacrificio delle istanze democratizzatrici, specialmente nel caso in cui gli Stati Uniti abbiano dovuto usufruire di basi militari in Asia Centrale per sostenere il loro sforzo bellico in Afghanistan. L’area caucasica, suddivisa tra il Caucaso del nord in territorio russo  e quello del sud composto da Georgia, Armenia ed Azerbaijan,  immediatamente a  occidente del Mar Caspio, assume a questo proposito una funzione strategica a causa della sua funzione di transito degli oleodotti attraverso la Turchia e verso l’Europa occidentale che intende diminuire la sua forte dipendenza economica dalla Russia[2], sia per motivi politici che economici poiché la diversificazione delle fonti porterebbe necessariamente anche ad un ribasso dei prezzi che favorirebbe sensibilmente il consumatore europeo ed in generale l’economia europea e quindi le sue possibilità di crescita[3]. Gli Stati Uniti, ma anche l’Unione Europea, hanno quindi, nell’ottica della diversificazione delle fonti energetiche, individuato nell’area del Mar Caspio un’area di potenziale grande sviluppo economico che a sua volta contribuirà a stabilizzare la regione, lacerata da numerosi conflitti o  almeno da potenziali conflitti di tipo  etnico, economico o religioso che rendono l’estrazione, ma anche il transito degli idrocarburi verso l’Europa impresa tutt’altro che semplice e soggetta a molteplici varianti. Fino al 1991 il Mar Caspio, che ha una superficie di circa 371.000 kmq, è stato suddiviso tra Unione Sovietica ed Iran sulla base di alcuni trattati stipulati nell’Ottocento tra la Russia zarista e la Persia, cui si sono susseguiti, rispettivamente nel 1921 e 1940, due  trattati tra Unione Sovietica ed Iran che regolavano i diritti di navigazione e di sfruttamento delle risorse ittiche del Caspio, ma concedevano soltanto all’Unione Sovietica di mantenere una presenza militare sul Mar Caspio e precisamente nel porto di Astrakhan. Ciò cela un  potenziale pericolo di instabilità regionale poiché la Russia, Stato successore dell’Unione Sovietica, quindi di diritto erede di gran parte della flotta militare del Mar Caspio,  nel caso in cui la questione del regime legale del Caspio non venisse risolta in tempi accettabili, cioè alcuni anni, potrebbe  decidere di dare inizio ad una  progressiva, quanto deleteria, escalation militare, volta all’affermazione dei  propri diritti  di sfruttamento delle risorse energetiche nei confronti degli altri Stati caspici. Un ipotetico e duraturo stato di tensione militare[4] potrebbe poi anche provocare un  sensibile rialzo dei prezzi energetici ed una generale instabilità della regione, eventualità che la maggior parte degli Stati dell’area non desidera. Una massiccia corsa agli armamenti, oltre a mettere gravemente in pericolo la stabilità dell’area, contribuirebbe anche a  ritardare lo sviluppo socio-economico della regione, con le conseguenze che sono facilmente immaginabili: povertà, disoccupazione, mancanza di prospettive ed infine la potenziale crescita del radicalismo islamico. Ecco perché la regolazione del regime giuridico del Mar Caspio diventa assolutamente fondamentale per la stabilità dell’area che, secondo alcuni esperti, costituirebbe la terza area al mondo per importanza delle riserve petrolifere e di gas accertate (rispettivamente 4% e 7%) dopo Russia e Golfo Persico. Inoltre, se il petrolio  ed il gas del Mar Caspio, oltre che tecnicamente, fossero disponibili sul mercato senza il rischio di azioni legali da parte di Paesi rivieraschi che ne contestino il diritto di estrazione porterebbe con grande probabilità ad una sensibile riduzione del prezzo del petrolio su scala internazionale. Un’eventualità che i Paesi produttori di petrolio già massicciamente presenti sul mercato (Russia ed Iran) ovviamente non desiderano, interessati come sono a mantenere un monopolio (o quasi monopolio) nel mercato del petrolio anche attraverso il controllo delle pipelines. Per i Paesi produttori dell’area del Caspio lo sfruttamento delle risorse energetiche appare essenziale per garantire il proprio sviluppo ed anche per prevenire il possibile sviluppo del fondamentalismo islamico nella regione che trae spesso, ma non sempre, origine da uno stato di disagio economico e sociale della popolazione che in alcuni Stati dell’area caspica è sensibilmente peggiorato rispetto ai tempi dell’Unione Sovietica. Va detto a questo proposito che quasi tutti gli attori di questa vicenda sono interessati, pur con modalità a volte assai diverse, al contenimento del terrorismo islamico e perciò sono interessati a che la situazione politica e sociale in Asia Centrale, e quindi anche negli Stati  che si affacciano sul Mar Caspio, non si degradi oltre ad un certo limite. La soluzione o non soluzione del regime legale del Mar Caspio avrà quindi certamente un grande impatto sulla situazione socio–politica dell’area, fatto di cui gli Stati coinvolti dovranno necessariamente tenere conto.

 Gli interessi specifici e le strategie politiche dei singoli Stati nella questione del regime giuridico del Mar Caspio[5]

1) Italia :

L’Occidente, e l’Italia in particolare, ha quindi interesse a incoraggiare il raggiungimento di un accordo sul regime giuridico del Mar Caspio tra gli Stati rivieraschi poiché ciò consentirà di ottenere una maggiore certezza giuridica sullo sfruttamento delle sue risorse energetiche che comporterà a sua volta un abbassamento dei prezzi delle risorse energetiche sul mercato europeo ed una maggiore stabilità dell’area geopolitica in questione, lacerata da annosi conflitti regionali che hanno spesso alla loro base, ma non unicamente, la questione energetica. A questo scopo si rende  a sua volta necessaria  la trasformazione politica di lungo periodo della Russia affinché essa diventi gradualmente meno dipendente dalle sue risorse energetiche  e si metta sempre di più sulla strada della modernizzazione scientifica, cioè dell’economia della conoscenza e delle capacità tecnologiche che le consentano di competere adeguatamente sui mercati mondiali. Ciò comporterà sul lungo periodo una maggiore stabilità politica dell’area ed un abbassamento dei prezzi del petrolio e del gas perché la Russia avrà diminuito la sua dipendenza dall’esportazione di materie prime. Concretamente, l’Italia per ottenere vantaggi per quanto riguarda la diminuzione dei costi delle materie prime, anche a costo di incrinare i suoi rapporti con la Russia, dovrebbe offrire in tempi ristretti appoggio legale, tecnologico e finanziario a Stati come il Turkmenistan per la costruzione del gasdotto trans-caspico. Questi Stati rappresentano infatti un importante potenziale economico che deve essere adeguatamente sfruttato dalle imprese italiane, pur nella consapevolezza delle  inevitabili difficoltà di instaurare  proficue relazioni commerciali con i regimi al potere. L’ apertura di queste regioni alle imprese italiane rappresentano infatti una grande opportunità per le imprese italiane e per l’Italia nel suo complesso. La necessità di modernizzazione delle infrastrutture locali appare infatti del tutto evidente agli occhi dell’osservatore. I vantaggi economici di lungo periodo, nonostante le evidenti controindicazioni politiche di un peggioramento dei rapporti politici con la Russia, saranno percepibili in tempi medio-brevi.  La Russia rimarrà comunque, per motivi geopolitici, un partner indispensabile nell’area ma la sua “presa”, che equivale in alcuni casi ad una sostanziale egemonia sull’area, dovrà, a mio parere, essere allentata grazie ad un’azione nelle opportune sedi internazionali. La pressione che l’Italia potrà esercitare in questo caso dovrà essere sia diretta che presso le opportune sedi internazionali come OSCE, ONU, UE e soprattutto OMC dove, a differenza delle altre organizzazioni internazionali la logica vigente, più che essere politica, è di tipo prevalentemente commerciale e quindi per la sua stessa natura  giuridicamente vincolante e non soggetta a prove di forza politica o militare in cui la Russia  sovente eccelle, mentre l’Unione Europea si presenta spesso divisa e con interessi diversi tra i suoi vari membri,  in particolare per quanto riguarda la politica energetica, debolezza di cui la Russia è spesso abile ad approfittare. Attraverso queste strutture prevalentemente commerciali, Mosca sarà quindi indotta ad abbandonare la sua concezione che si rifà all’ormai superato concetto di “zona di influenza” per passare a quello più moderno di concorrenzialità economica sui mercati, direzione in cui sembra del resto andare il nuovo concetto strategico ed economico per la Russia del futuro presentato recentemente da Medvedev che vuole lasciarsi alle spalle la progressivamente obsolescente eredità infrastrutturale e ideologica dell’ex Unione Sovietica per costruire una nuova Russia che sia pari alle altre potenze dal punto vista economico e tecnologico. Entro un certo limite, la Russia dovrà perciò essere “aiutata” a  lasciarsi alle spalle non  tanto le obiettive ragioni geopolitiche ed economiche che determinano il suo attuale comportamento,  dati oggettivamente immutabili nel tempo, ma le abitudini culturali ed ideologiche che risalgono a tempi ancora piuttosto recenti e che in qualche misura ne influenzano tuttora l’azione. In primis l’idea di “impero” che è ancora radicata in una parte dell’elite russa e che dovrà per forza essere sostituita da un più moderno concetto di “legittimo interesse” che  tuteli appunto i legittimi interessi economici e di sicurezza della Russia per quanto riguarda non soltanto l’economia ma anche questioni come il terrorismo islamico od il traffico di stupefacenti  o ancora la potenziale minaccia derivante dall’avanzamento della NATO nei territori ai confini meridionali della Russia che fino a due decenni fa costituivano parte integrante dell’Unione Sovietica. Le questioni economiche sono quindi intrinsecamente connesse a questioni di matrice storica e culturale, come, ad esempio l’interpretazione della forma ed i principi che lo Stato russo deve assumere ed incarnare, (gosudarstvennost) in questo caso una “democrazia guidata” cioè uno Stato  forte all’interno ed all’esterno, organizzato in modo rigidamente gerarchico secondo il principio della “verticale del potere”, un modello quindi attualmente ancora molto distante dai parametri occidentali di democrazia parlamentare, ma anche  a questioni di sicurezza di varia natura e di come essa viene percepita dai russi.  Una positiva risoluzione della questione dello status giuridico del Mar Caspio potrebbe quindi rappresentare un elemento decisivo, una sorta di “cartina di tornasole” di questo processo di trasformazione della politica interna ed esterna della Federazione Russa, cioè una minore dipendenza dalle risorse energetiche e quindi una politica estera meno “invasiva” nei confronti degli Stati esteri che si trovano ai suoi confini meridionali. Quest’ultimo  fattore deve  quindi necessariamente essere tenuto in considerazione dagli Stati ma anche dai privati ed in particolare dalle aziende energetiche che hanno i loro interessi nell’area. Deve essere quindi chiaramente tracciata una linea netta divisoria tra ciò che rappresenta un suo legittimo interesse, sia esso politico, economico o di sicurezza  o invece una sua pretesa illegittima di egemonia o monopolio sulle risorse energetiche  dell’area in questione, volto ad ottenere profitti eccessivi oppure a ricattare politicamente gli Stati vicini o anche l’intera Unione Europea per mezzo del ricatto energetico, soprattutto ricorrendo allo strumento del trattato bilaterale che, giocoforza, indebolisce sensibilmente la forza negoziale del singolo Stato rispetto all’intera Unione Europea che, mancando spesso di coesione interna diviene quindi più ricattabile. Regole chiare e giuridicamente vincolanti, quindi non soggette a lunghe ed estenuanti negoziazioni, aiuteranno infatti a risolvere ulteriori prove di forza tra Russia e Unione Europea. La trasformazione deve essere quindi di tipo culturale e procedere su un doppio binario: una trasformazione dell’Unione Europea da entità eminentemente giuridica in un’entità caratterizzata da maggiore coesione e decisionalità politica, incluso eventualmente l’uso (o perlomeno la minaccia dell’uso della forza militare che comporta necessariamente una forte coesione politica tra gli Stati europei) per quanto riguarda le questioni internazionali che possono riguardare i futuri assetti geopolitici ed anche militari della regione, ed al tempo stesso  l’inquadramento delle questioni energetiche in un quadro giuridico certo in ambito dell’OMC che consenta di ridurre le possibilità di conflitto o mancanza di accordo tra Russia ed Unione Europea. Per l’Italia, ciò dovrà necessariamente incidere anche sulle Organizzazioni internazionali come l’OSCE che, pur avendo senza dubbio un importante ruolo di negoziazione delle controversie internazionali insorte tra gli Stati membri, possa assumere un ruolo progressivamente più vincolante giuridicamente anche per le questioni strettamente economiche come appunto la difficile ridefinizione del regime giuridico del Mar Caspio. Proprio il controllo della gestione dell’economia nazionale da parte dell’opinione pubblica nazionale degli Stati post-comunisti in conformità ai termini dettati dalla legislazione nazionale (ed eventualmente internazionale) dovrebbe diventare gradualmente uno degli obiettivi principali dell’OSCE al fine di analizzare le cause economiche alla base dei conflitti regionali od il monitoraggio di grosse esportazioni di capitali all’estero da parte dei regimi locali che possano indebolire o rallentare lo sviluppo economico dell’area, esponendola  al pericolo alla crescita dell’estremismo islamico e quindi di grave instabilità regionale. I proventi della rendita energetica sono infatti uno degli argomenti più delicati ed il segreto meglio custodito in quest’area attraverso pratiche contabili poco trasparenti o trattative sottobanco con Stati esteri, sfuggendo perciò del tutto al controllo dell’opinione pubblica nazionale. La risoluzione della questione dello regime giuridico del Mar Caspio, se da una parte potrebbe cambiare lo scenario geopolitico  internazionale dell’area caspica, rendendo  quindi alcuni Stati non soggetti ad una  sostanziale dipendenza nei confronti della Russia per quanto riguarda le rotte di passaggio degli idrocarburi, non risolverebbe però il problema della mancata democratizzazione interna di questi Stati, ma ne accrescerebbe la dipendenza economica dall’esportazione delle risorse energetiche stesse. L’ingente rendita petrolifera ha quindi importanti effetti politici nelle relazioni tra gli Stati, ma al tempo stesso anche all’interno degli Stati stessi.

A questo proposito è tuttavia necessario che al suo interno si discutano anche i motivi economici alla base dei tanti conflitti etnici e territoriali(ad esempio il Nagorno-Karabakh) che caratterizzano l’area in modo da addivenire a soluzioni che possano garantire la stabilità dell’area e quindi evitare conflitti militari generalizzati che potrebbero avere conseguenze molto gravi e destabilizzanti. E’ quindi interesse dell’Italia investire nell’OSCE quale unica importante organizzazione internazionale dell’area affinché possa, per quanto reso possibile dalla sua funzione essenzialmente consultiva e di discussione/intermediazione tra gli Stati membri, contribuire a affrontare i reali motivi economici che sono alla base dei conflitti regionali per tentare di disinnescarli. Anche la  presenza di osservatori internazionali darebbe l’impressione che l’Italia è seriamente intenzionata, per quanto ciò sia  piuttosto difficile stante la natura non democratica dei regimi dell’area, a contribuire al lento processo di democratizzazione dell’area. Il business italiano potrebbe quindi gradualmente avvantaggiarsi di una maggiore presenza dell’Italia nelle organizzazioni internazionali che operano nell’area. Una maggiore certezza giuridica e trasparenza dei meccanismi decisionali governativi degli Stati dell’area  avvantaggerebbe, sul medio e lungo periodo, anche gli investitori internazionali dal punto di vista della trasparenza istituzionale e della stabilità geopolitica dell’area, anche se è difficile trovare un nesso diretto ed immediato tra democratizzazione e trasparenza poiché  nella maggior parte dei casi si tratta di un processo molto graduale e certamente non privo di difficoltà e di resistenze da parte degli autocrati locali i quali, per giustificare la quasi assoluta mancanza di democrazia nelle loro nazioni  fanno riferimento alla minacciosa presenza di forze islamiste che  non consentirebbero la creazione di uno Stato realmente democratico. E’ tuttavia interesse dell’Italia e dell’Europa spingere  nel senso di una trasformazione democratica dei regimi in questione poiché, in caso di crisi economica e di una caduta del prezzo mondiale del greggio o del gas, verrebbe meno il “cuscino” economico su cui sono seduti i regimi autoritari dell’area, cioè delle risorse finanziarie per promuovere la crescita economica ed il benessere della popolazione. Paradossalmente è proprio la presenza di ingenti risorse economiche a costituire un ostacolo alla progressiva democratizzazione delle società dell’area caspica poiché impedisce, o rallenta, la formazione di un ceto produttivo come esiste da molti secoli nel mondo occidentale a causa della presenza di alcuni elementi economicamente distorsivi, la cosiddetta “Dutch desease” o “malattia olandese”, cioè un’eccessiva dipendenza dall’esportazione di materie prime  e i deteriori effetti collaterali che ciò comporta: eccessiva concentrazione di potere  nelle mani di un partito unico, compravendita del consenso popolare grazie ai fondi derivanti dalle risorse energetiche, indebolimento dei settori produttivi.

In caso però di una diminuzione delle entrate derivanti dalle ingenti risorse energetiche, la popolazione si troverebbe esposta al rischio di un sostanziale impoverimento e quindi al richiamo dei gruppi integralisti islamici che costituiscono una vera minaccia per la stabilità dell’area e quindi anche per l’Italia e l’Europa. E’ quindi interesse dell’Italia, non soltanto dal punto di vista economico,  ma anche politico,  fornire gli strumenti tecnologici necessari e soprattutto le infrastrutture (trasporti, macchinari, sistema bancario e politico) affinché gli Stati del Mar Caspio possano ammodernare le obsolescenti infrastrutture di epoca sovietica e quindi sviluppare un’economia che, al di là delle pur ingenti risorse economiche rappresentate da idrocarburi e gas, consenta loro di diversificare le fonti di introito economico ed essere quindi competitivi sul mercato mondiale per ovviare al pericolo rappresentato da un eventuale diminuzione dei prodotti energetici od un loro progressivo esaurimento nel corso dei prossimi decenni. La questione della  modifica del regime giuridico del Mar Caspio ha quindi implicazioni ben più ampie rispetto a quelle, pur molto importanti, di tipo esclusivamente economico. Ciò consentirà anche di evitare fenomeni di instabilità politica e sociale che potrebbero avere gravi ripercussioni per tutta l’area e quindi anche per l’Italia. Senza contare che, ovviamente, più uno Stato è debole economicamente e politicamente, più esso necessita assistenza dagli Stati più vicini e più forti economicamente e militarmente, in questo caso la Russia che dispone oggi di ingenti risorse valutarie e di forze armate  non di primo livello, ma di livello almeno sufficiente buono nell’ambito del contesto post-sovietico. Il ruolo della Russia nell’area va però attentamente differenziato ed interpretato correttamente da parte del decisore politico italiano ed europeo: da una parte esso assume  infatti una positiva funzione stabilizzatrice, come ad esempio la presenza di truppe russe in Tagikistan in funzione antiterroristica ed antinarcotica o la stessa  expertise russa per quanto riguarda l’Asia Centrale e, per  motivi storici, sull’Afghanistan; dall’altra però tradisce ovviamente l’intenzione di Mosca di estendere la sua “longa manus” per esercitare un ruolo fortemente egemonico nella regione prevalentemente attraverso l’uso spregiudicato dello strumento energetico che mira a raggiungere lo scopo di mantenere od aumentare l’influenza politica russa nella regione che Mosca ritiene ancora,  a torto a ragione, parte della sua “area di influenza”. La Russia va quindi necessariamente consultata per trovare un accordo sulle principali questioni economiche e politiche che riguardano l’area, senza che questo si tramuti però automaticamente in una sorta di “diritto di ingerenza” di brezneviana memoria di quest’ultima nell’area. Bisogna comunque anche tenere conto del fatto che, storicamente, l’atteggiamento delle popolazioni centro-asiatiche non è ostile ai russi poiché esse sono consce che se la Russia/Unione Sovietica ha in passato da una parte rappresentato una forte oppressione politica per gli Stati dell’area caspica, dall’altra essa ha fortemente contribuito al progresso sociale, culturale ed economico dell’area. Oggi la situazione è ovviamente radicalmente cambiata rispetto all’epoca sovietica perché la Russia non agisce più nel quadro di un’ideologia salvifica ed internazionalista, ma esclusivamente per questioni di tipo economico, politico e di sicurezza, oltre che di prestigio legate al suo status di potenza continentale eurasiatica che aspira ad una posizione predominante nell’area. Oggi e’ quindi essenzialmente il pragmatismo a prevalere nelle relazioni tra la Russia e gli Stati e le popolazioni dell’area che hanno spesso conosciuto un forte peggioramento dei loro standard di vita e sono perciò desiderose di aiuto senza che questo debba però necessariamente trasformarsi in sudditanza politica verso uno Stato estero. Da questo punto di vista l’Italia può assumere agli occhi dei suoi interlocutori centroasiatici  e caspici un ruolo positivo rispetto alla stessa Russia poiché in possesso di tecnologie e capitali da investire nella modernizzazione economica ed infrastrutturale, ma al tempo stesso non è interessata né ha la possibilità di esercitare  nell’area un ruolo egemonico dal punto di vista politico poiché troppo lontana culturalmente e geograficamente. Quest’ultimo fattore rappresenta sicuramente un punto di favore a vantaggio  dell’Italia, cioè  la capacità di investimento economico senza imposizione però di contropartite politiche agli Stati politicamente o economicamente più deboli. La  debolezza  militare dell’Italia nell’area caspica ha quindi agli occhi dei suoi interlocutori locali un ruolo sia positivo perché comporta che essa non venga percepita nell’area quale una potenziale minaccia, come avviene spesso nel caso della Russia, ma al tempo stesso le preclude sostanzialmente un ruolo di potenziale alleato in caso di un conflitto militare o anche solo politico.

Gli strumenti che l’Italia ha a sua disposizione per garantirsi un accesso alle risorse del Mar Caspio sono, a mio parere, questi : una graduale modifica del regime legale del Mar Caspio, sancita anche in ambito ONU; un foro di consultazione in ambito OSCE tra gli Stati rivieraschi che definisca anche le modalità di risoluzione dei conflitti o potenziali conflitti nell’area;  l’enforcement  a livello giuridico per la definizione di regole a livello mondiale sulla concorrenza nel settore energetico in ambito WTO;  una maggiore coesione dell’Unione Europea anche a livello politico e anche militare; un rafforzamento dei legami della NATO con gli Stati dell’area; diplomazia economica che consenta di ricavare profitti ma anche di stabilizzare il più possibile l’area caratterizzata in questo momento storico da una grande crescita economica ed allo stesso tempo da grandi trasformazioni di tipo culturale e sociale, nonostante un forte immobilismo politico frutto di una concezione eminentemente personalistica della vita politica dello Stato, spesso incarnato da un Presidente dotato di poteri molto forti  o quasi assoluti, come avviene ad esempio in Kazachistan. Per questo motivo è necessario che la questione del regime legale del Mar Caspio trovi al più presto una soluzione giuridica che tenga però in considerazione anche le necessità politiche e di sicurezza dei numerosi Stati dell’area. E’ evidente che le aziende pensano esclusivamente all’utile economico che ne possono ricavare, ma il decisore politico italiano deve invece riflettere sul fatto che gli investimenti italiani ed europei possono contribuire fortemente alla stabilità politica e sociale della potenzialmente turbolenta area del Mar Caspio. Gli investimenti economici italiani, ulteriormente favoriti da un cambiamento del regime legale del Mar Caspio in funzione di un regime di suddivisione delle risorse energetiche sulla base della linea costale mediale e non di condivisione delle stesse come è invece oggi  ancora in vigore, rivestono perciò anche un ruolo eminentemente stabilizzatore dell’area caspica. Il MAE  può quindi, a mio parere,sensibilizzare gli investitori  italiani o gli organismi di tipo economico-commerciale statali e privati (ENI, INFORMEST, SACE, ICE, SIMEST etc.) su queste problematiche che però, come è evidente, esulano dalle considerazioni prettamente economiche delle aziende investitrici per essere inserite  nel contesto più ampio delle relazioni internazionali nel loro complesso. E’ evidente che soltanto da una stretta collaborazione o sinergia tra Istituzioni, (in particolare il MAE), e mondo economico, la cosiddetta diplomazia economica[6], consentirà di aumentare di molto le possibilità di penetrazione dell’Italia in questa strategica, ma anche difficile e complessa area del mondo per la quale è necessario sviluppare adeguati strumenti culturali, economici ed istituzionali che al momento possono ancora essere migliorati. Soltanto la proiezione dell’intero “sistema paese” riuscirà a raggiungere la molteplicità di obiettivi fondamentali che l’Italia ha di fronte a sé, cioè  la stabilizzazione  politica dell’area e la maggiore penetrazione possibile delle imprese italiane, in particolare di quelle di dimensioni medio-piccole, che vedono nell’area in crescita economica un’ottima occasione di investimento resa possibile, ad esempio, dalle ingenti risorse energetiche del Turkmenistan ed in generale degli Stati che si affacciano sulle rive del Caspio, tra i quali il più importante geopoliticamente e energeticamente è senz’altro il Kazachistan in cui l’ENI opera già da anni. All’Italia quindi, a mio parere, conviene anche investire nell’analisi dei meccanismi economici, culturali (ad esempio la  conoscenza della struttura di tipo clanico in Kazachistan che rappresenta un elemento fondante della società kazaka e che  quindi ostacola una trasparenza fondata su criteri esclusivamente meritocratici) e sociali che regolano la politica in questi Stati che hanno ancora un grosso potenziale di crescita economica per l’Italia e l’Europa nel suo complesso che si appresta, seppure con molte esitazioni e tentennamenti, ad allargare i suoi orizzonti verso quest’area che si dimostrerà vitale per lo sviluppo economico, e soprattutto politico, dell’intera costruzione europea. Per l’Italia, ed in particolare per il MAE, si dimostrerà eventualmente di qualche utilità disporre di personale diplomatico,  o che comunque lavori alle dipendenze dello stesso MAE, che conosca il russo poiché ciò potrebbe facilitare e rendere più efficace il lavoro di analisi e screening nel contesto post-sovietico.

2) Unione Europea: Anche l’Unione Europea si è recentemente affacciata sull’area nel tentativo di diversificare e rendere sicure il suo approvvigionamento energetico[7], includendo per questo motivo l’area del  Mar Caspio[8]  nella Politica di Sicurezza energetica e il Caucaso meridionale nella Politica di Vicinato. Ciò ha significato un investimento di ingenti risorse economiche nell’ammodernamento delle strutture giudiziarie ed amministrative degli Stati in questione, ma anche l’invio di alcune centinaia di osservatori europei allo scopo di monitorare il rispetto degli accordi firmati tra russi e georgiani in seguito al breve conflitto dell’estate 2008. L’Unione Europea, oltre a disporre di un meccanismo di prevenzione dei conflitti come gli osservatori UE, per agire in modo efficace nell’area dovrà anche dotarsi di una forza di rapido intervento in grado di contribuire, anche attraverso l’utilizzo dello strumento militare, alla risoluzione dei conflitti che dovessero scoppiare nell’area. Ciò, indubbiamente, porrà anche qualche problema di tipo politico per le istituzioni dell’Unione, la cui politica di Sicurezza e Difesa è al momento ancora in fase di elaborazione e quindi in attesa di trovare una sua forma definitiva e compiuta a causa delle possibili divergenze tra i vari partner. L’Unione Europea deve quindi uscire dal paradosso di avere incluso l’area caucasica, e quindi l’Azerbaijan, nella sua Politica di Vicinato, ma di averla inclusa  soltanto limitatamente dal punto di vista operativo nella Politica di Sicurezza e Difesa in quanto ritenuta troppo geograficamente distante ed all’interno di uno scenario geopolitico estremamente complesso e instabile[9] per  l’analisi del quale le categorie legali, culturali e storico- politiche  costitutive  che caratterizzano le dinamiche politiche interne alla UE non si rivelano spesso sufficienti. Lo spazio post-sovietico non  può ancora essere infatti considerata un’area pienamente democratica,  bensì un’area in transizione rispetto al periodo sovietico e quindi un’area ibrida che comprende alcune caratteristiche della democrazia, come un’informazione relativamente libera in alcuni Paesi dell’area. Essa è  però anche caratterizzata da comportamenti autoritari e spregiudicati da parte degli uomini politici e da un nazionalismo spesso molto violento contro le minoranze locali che finiscono poi per chiamare in loro soccorso la Federazione Russa come alleato o come mediatore. Di qui lo spiccato interesse dell’Unione Europea, non soltanto nell’ottica di  raggiungere una maggiore stabilità politica dell’area,  ma anche  dal punto di vista della sicurezza energetica[10], di tentare di disinnescare le ragioni dei conflitti etnico-territoriali (il Nagorno-Karabakh, enclave occupata dagli armeni in territorio azero, le enclavi di Ajaria, Ossezia del sud e Abkhazia in Georgia)  e quindi di democratizzare il più possibile quest’area in modo che la Russia non possa proporsi come mediatore o comunque esercitarvi una forte pressione politico-militare al fine di ottenere concreti vantaggi politici o economici, soprattutto nel settore energetico. Ciò creerebbe infatti nuovamente un’area sensibilmente influenzata dagli interessi politico-economici della Russia che ritarderebbe quindi di molto l’adesione di questi Paesi all’Unione Europea,  quando essa potrebbe  altrimenti avvenire nell’arco dei prossimi 10-15 anni. Proprio la presenza di contenziosi territoriali è uno dei modi di ritardare il recupero di sovranità di uno Stato ed è perciò questa spesso la tecnica portata avanti dalle autorità russe che forse non casualmente hanno voluto creare delle enclavi all’interno di Stati della regione o almeno contribuito a creare per anni ed anni dei conflitti interetnici. La presenza di aperti contenziosi territoriali impedisce infatti ad un Paese di aderire  alle Organizzazioni internazionali quali l’Unione Europea o la NATO che potrebbe garantire la sicurezza militare dell’area. Proprio la progressiva democratizzazione dei Paesi di quest’area e la concessione di sostanziali autonomie alle minoranze etniche interne si rivelerà quindi essenziale per impedire lo scoppio di nuovi conflitti o di  rivendicazioni territoriali da parte delle minoranze etniche stesse. Ciò, insieme alla definitiva risoluzione della controversia legale sul regime legale del Mar Caspio, favorirà la stabilità geopolitica dell’area e la stessa sicurezza energetica europea. Così facendo, si inibiranno considerevolmente le leve politiche o leverages e geopolitiche sulle quali la Russia ha di fatto potuto esercitare pressione sulla sicurezza energetica europea. La effettiva democratizzazione dell’area  è quindi a medio termine un vitale interesse dell’Unione Europea e non un mero esercizio di retorica volto a imbonire  pretestuosamente l’opinione pubblica europea e dell’area in questione a proposito dei supposti valori della democrazia. La pressione in favore di una graduale democratizzazione deve tuttavia necessariamente tenere in considerazione che un’“eccessiva” insistenza da parte europea sulla tematica dei diritti umani e della democratizzazione reca con sé il rischio di un riavvicinamento dei regimi dell’area caspica alle maggiori potenze politiche ed economiche dell’area, cioè Russia e Cina. Esse non pongono infatti requisiti di democraticità ai regimi dell’area e rappresentano inoltre una sorta di “scudo” contro eventuali “rivoluzioni arancioni”[11] promosse dalla società locale con il contributo di altri Paesi. E’ pertanto necessario un  profondo cambiamento  a livello culturale delle elites decisionali europee per affrontare con successo le complesse questioni che riguardano quest’area del pianeta. Di qui la necessità di un forte aumento delle capacità di analisi geopolitica e del rafforzamento della cooperazione politico-militare in ambito europeo. La capacità di proiezione militare europea si dimostra quindi un questo caso non sempre sufficiente per proteggere la propria sicurezza energetica da conflitti che dovessero eventualmente scoppiare nell’area. Inoltre, la lenta penetrazione dell’Unione Europea nell’area la sottopone ad una sempre maggiore pressione da parte della Russia che considera l’area di sua pertinenza secondo il classico schema  a somma zero, cioè che  una vittoria da parte di una potenza significa necessariamente una sconfitta dell’altra. Data la relativa debolezza politica, e quindi militare, dell’Unione Europea nel suo complesso, l’alleanza militare con gli Stati Uniti, soprattutto in caso di conflitto o comunque di tensione nell’area caucasica o caspica,  si rivelerà  indispensabile anche in futuro. La penetrazione in quest’area, presuppone infatti non soltanto una capacità tecnologica di ammodernamento dell’economia locale, ma soprattutto una coesione politica ed una capacità di proiezione militare di cui al momento l’Unione Europea non dispone ancora pienamente. Proprio per reggere all’inevitabile shift of power che si sta verificando in Asia Centrale rispetto ai vecchi equilibri di potere in vigore fino alla fine della Guerra Fredda, l’Unione Europea sarà costretta a trasformarsi in profondità, senza perdere tuttavia completamente le caratteristiche che l’hanno caratterizzata fino ad ora. La questione del Mar  Caspio ed in generale dei nuovi equilibri mondiali che hanno il loro epicentro nella regione del Caspio ed genere in Asia Centrale costituiscono dunque una sorta di catalizzatore per l’Italia e l’Europa nel senso di un loro profondo cambiamento e rinnovamento. Ciò è causato dalla fine del periodo di “introversione protetta” (dagli Stati Uniti) in cui l’Europa ha vissuto nel corso di quasi cinquant’anni della sua storia durante la Guerra Fredda e che ora è definitivamente finito. Ciò significa che l’Italia e l’Unione Europea nel suo complesso dovranno proiettarsi in un contesto politico che comprende problemi e crisi regionali quali,  ad esempio, la questione del Nagorno-Karabakh, il conflitto russo-georgiano od i  difficili, (soprattutto per gli USA), rapporti con l’Iran in cui essa dovrà necessariamente assumere un posizione precisa nell’ambito della comunità internazionale. La questione del Mar Caspio riguarda quindi una questione che, dietro all’apparente questione puramente legale, nasconde interessi di grande rilevanza politica e militare che l’Italia e l’Europa saranno costrette ad affrontare adeguatamente se vorranno fare parte dei  più importanti centri decisionali e di potere del XXI secolo e non “soltanto” una potenza economica. Insieme al potere economico e legale sarà giocoforza per  l’Italia e l’Unione Europea rafforzare gli strumenti di intelligence ed analisi e quelli di tipo militare, il cosiddetto hard power che l’Europa, nel suo complesso, vorrebbe preferibilmente relegare in un secondo piano e fare affidamento prevalentemente su strumenti giuridici ed economici, mentre per quelli politici manca spesso la  coesione interna, necessaria per una politica estera non dettata in primis da gradualità, attendismo, prudenza o interessi commerciali. La Eastern Partnership dovrà quindi, a mio parere,  mettere in atto politiche più incisive nei confronti dell’area caucasica e quindi anche caspica. Una politica basata su graduali misure di tipo amministrativo e di aiuto economico non si dimostreranno sufficienti nel medio periodo a garantire una politica  sufficientemente incisiva dell’Unione Europea nel turbolento contesto caspico e post-sovietico in generale. Il problema essenziale è che l’Unione Europea, per costituzione materiale e morale, ha ripudiato la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie politiche, mentre nel resto del mondo,  e quindi anche nell’ambito dello spazio post-sovietico, essa costituisce in alcuni casi una realtà con cui bisogna necessariamente fare i conti. La questione  del sostanziale rifiuto dell’uso della forza militare, oltre ad essere in parte basato su un atteggiamento psicologico-culturale di negazione dello strumento militare, se non in caso di estrema necessità, pone ai governi europei anche il problema di una parziale rinuncia della propria autonomia decisionale in campo militare, rinuncia che essi non sempre sono disposti ad accettare. La differenza sostanziale tra Unione Europea e Russia e Stati Uniti è che questi hanno disseminato l’area del Mar Caspio di basi militari per garantirsene il controllo, come ad esempio in Georgia od Azerbaijan, mentre l’UE se ne è astenuta completamente, fattore quest’ultimo che non può non pesare molto sulla sua credibilità nell’area. Lo strumento militare è soltanto uno(gli altri sono di tipo diplomatico, giuridico, economico, culturale) cui l’Italia e l’Unione Europea  possono fare ricorso per garantirsi l’accesso alle risorse energetiche del Mar Caspio e quindi anche la protezione delle vie di transito per instradare le suddette verso l’Europa, ma da quest’ultimo non si può del tutto prescindere perché soltanto lo strumento militare può garantire nel breve termine, insieme a quello politico, la sicurezza degli Stati dell’area e quindi anche promuovere gradualmente il processo di democratizzazione interna che appare difficile anche a causa della presenza di una forte componente  etnico- nazionalista all’interno di alcuni Stati dell’area caucasica e caspica, come ad esempio la Georgia. In questo caso, la concezione etnico-culturale dello Stato ha infatti portato alla richiesta di autonomia od indipendenza delle isole etniche all’interno dello Stato georgiano. E’ quindi interesse dell’Unione Europea intervenire in favore di un cambiamento della legislazione e della cultura dominante in questi Paesi poiché diminuirebbe considerevolmente la tensione nell’area,  contribuendo quindi a favorirne la stabilità negli anni a venire.

3)Azerbaijan: nel 1994 ha firmato un importante contratto con le compagnie  energetiche internazionali per lo sfruttamento delle sue risorse energetiche offshore. Per aumentare la sua produzione petrolifera e ricavarne maggiori introiti finanziari necessari al suo sviluppo economico e sociale, l’Azerbaijan è quindi particolarmente interessato sia a modificare il regime giuridico del Mar Caspio che a  mantenere aperti i tracciati delle pipelines attraverso cui fare transitare la sua preziosa produzione verso l’Europa.  Deve quindi per questo motivo mantenere buone relazioni con la Georgia, la quale rappresenta pressoché l’unica reale possibilità di esportare la sua produzione petrolifera e di gas verso l’Europa ed allo stesso tempo deve mantenere rapporti sufficientemente buoni con la Russia, ma non subirne eccessivamente i diktat che ne limiterebbero gravemente le opzioni di scelta. L’identità culturale azerbaijana (di matrice culturale turca, ma anche con la presenza di forti influenze iraniane) è  piuttosto complessa e quindi controversa e ciò naturalmente non ha mancato di influenzare anche la sua politica estera. A causa della lunga dominazione sovietica e di specifici fattori culturali locali, al momento l’influenza dei partiti islamici in Azerbaijan è molto limitata, nonostante il fatto che la maggior parte dei proventi derivanti dalle rendite petrolifere finiscano nelle tasche di una ristretta elite tecnica e governativa e non arrivano ad altri settori della popolazione urbana,  mentre la maggior parte della popolazione rurale ne sia quasi completamente esclusa. Anche nel caso di un mutamento del regime legale del Caspio la situazione non cambierebbe sostanzialmente poiché le disparità economico-sociali derivanti dalle rendite petrolifere tra la ristretta elite degli ufficiali governativi e i tecnici  da una parte ed il resto della popolazione dall’altra continuerebbero a sussistere, se non ad aumentare, innescando quindi pericolose tensioni sociali e forse una deriva verso l’estremismo islamico che peraltro è, almeno per il momento, relativamente sotto controllo. L’Azerbaijan ha al contempo stretto i più forti legami militari  della regione con gli Stati Uniti e con la NATO nell’ambito della formula Partnership for Peace ed usufruisce quindi  pienamente della loro assistenza militare e logistica. E’ il Paese che, più di altri, ha aperto il contenzioso giuridico con la Russia riguardo al regime legale del Mar Caspio. Inoltre, a causa del suo  contenzioso giuridico-territoriale con l’Armenia per il Nagorno-Karabakh è esposto a pressioni, in particolare da parte della Russia, che ha scelto in passato di schierarsi in favore dell’Armenia sulla questione del territorio conteso del Nagorno-Karabakh, un’enclave armena in territorio azero che costituisce un  serio motivo di frizione tra i due Stati e che ha ripercussioni a livello internazionale anche per quanto riguarda la stabilità dell’intera area. Per questo motivo essa non può essere integralmente inserita nell’ambito di un’alleanza militare stabile come la NATO[12], soprattutto a causa  di un sostanziale veto russo che ha interesse a mantenere la questione del Nagorno-Karabakh in uno stato di indeterminatezza giuridica per impedire che vi possano passare pipelines non direttamente controllate da Mosca. In questo modo, l’unico territorio attraversabile dalle pipelines azere provenienti dal Mar Caspio resta soltanto  quello georgiano, peraltro assai vulnerabile in caso di rinnovato conflitto tra russi e georgiani o anche soltanto tra entità autonomiste ed esercito georgiano. La Russia allo scopo di conservare il più possibile una sorta di sostanziale monopolio sulle fonti energetiche del Mar Caspio ricorre quindi sia ad una sorta di veto al cambiamento del regime legale del Mar Caspio che al mantenimento in uno stato di indeterminatezza giuridica di conflitti etnico-territoriali regionali[13]. La tattica del divide et impera oppure del “mediatore imparziale” sono tutte policies messe in atto con grande abilità dalla diplomazia russa per  mantenere un certo grado di influenza nell’area.

La firma di un accordo omnicomprensivo che riconosca ufficialmente il diritto dell’Azerbaijan a sfruttare le risorse energetiche offshore, cioè la suddivisione su base territoriale del Mar Caspio, consentirebbe all’Azerbaijan di raggiungere la sicurezza giuridica sulle sue risorse energetiche e quindi alle compagnie petrolifere estere di potere pianificare investimenti e profitti senza timore di incorrere in un  lungo  quanto costoso contenzioso giuridico con gli altri Stati litoranei. L’Italia, con ENI, vi ha investito somme assai cospicue ed è perciò interessata ad una definitiva risoluzione della questione del regime legale del Mar Caspio che assicurerebbe tali investimenti contro eventuali cause intentate da altri Paesi della regione.

4)Iran: è a favore di una conservazione dell’attuale regime giuridico del Mar Caspio. In caso di mutamento del regime giuridico del Mar Caspio da lago a mare, l’Iran, infatti, a causa della conformazione morfologica  della propria sezione, se ne vedrebbe assegnata una porzione economicamente assai poco rilevante,  cioè circa il 13%. E’ quindi evidente che l’Iran, insieme alla Russia, tenta  a tutti i costi di rallentare il processo di revisione del regime giuridico del Mar Caspio perché ne risulterebbe particolarmente svantaggiato in sede di negoziato. Esso, per giunta, non può fare agli altri Paesi dell’area, ed  in particolare all’Azerbaijan, alcuna profferta ufficiale di transito di pipelines attraverso il suo territorio per i prodotti energetici azeri poiché subisce un embargo totale da parte degli Stati Uniti che impedisce di fatto o perlomeno danneggia ogni ipotesi di collaborazione con gli altri Stati rivieraschi in sede di negoziato internazionale. Inoltre, l’Iran non intende consentire all’Azerbaijan, di divenire una potenza petrolifera perché teme che ciò potrebbe divenire motivo di una secessione da parte dei 15 milioni di cittadini iraniani di etnia azeri che vivono nel nord dell’Iran, prospettiva quest’ultima che il regime di Teheran intende ovviamente assolutamente evitare perché costituirebbe una minaccia mortale all’unità del Paese su cui potrebbero fare leva i nemici dell’Iran. Anche l’Iran, come la Russia, vede nella questione del regime legale del Mar Caspio, una fondamentale questione che riguarda non soltanto la sua sicurezza economica, ma, per i motivi suaccennati, anche quella politica e geopolitica

5)Turkmenistan: Il Turkmenistan è considerato unanimemente uno degli Stati politicamente più opachi dell’area. Il culto della personalità instaurato dal suo Presidente Niyazov ha raggiunto proporzioni inquietanti per la comunità internazionale. Questo paese è  particolarmente interessato a risolvere la questione del regime legale del mar Caspio, soprattutto nell’ottica di poter sfruttare gli ingenti giacimenti di gas presenti sulle sue coste attraverso un futuro gasdotto transcaspico (Tgcp) e non dovere per forza usufruire della rete di metanodotti russa a causa della sussistenza della questione del regime legale del mar Caspio sollevata dalla Russia[14]. Il Turkmenistan stesso ha avuto una posizione oscillante sulla questione del regime legale del Mar Caspio, passando gradualmente da una posizione in favore del regime di condivisione delle risorse energetiche ad uno di suddivisione. Ha avuto una controversia con l’Azerbaijan a proposito dello sfruttamento di alcuni giacimenti. Per il Turkmenistan, la risoluzione della questione  del regime legale del Mar Caspio si rivela vitale per la sua sopravvivenza economica e quindi anche politica. Le sue esportazioni si sono basate in era sovietica e anche fino agli anni ’90 sulla coltivazione estensiva del cotone, ma negli ultimi anni questa risorsa economica ha segnato il passo per cui la risoluzione del regime legale del Mar Caspio e la costruzione del gasdotto transcaspico si rivela essenziale per la sopravvivenza del Turkmenistan che presenta una situazione sociale a forte rischio di degrado anche a causa della cattiva gestione dell’economia da parte  del governo turkmeno.

6)Kazachistan: si è espresso  univocamente a favore del mutamento di regime giuridico del Mar Caspio ed ha firmato alcuni accordi bilaterali con Russia ed Azerbaijan per la suddivisione del Mar Caspio su base territoriale. Il problema  principale del Kazachistan non riguarda soltanto il regime giuridico del Mar Caspio, ma anche le rotte di passaggio delle pipelines che sono spesso costrette a passare attraverso il territorio russo. Il Kazachistan è quindi un tradizionale ed importante alleato della Russia, ma al tempo stesso è desideroso di trovare nuovi percorsi che consentano alle sue pipelines di trovare percorsi alternativi rispetto a quelli passanti attraverso il territorio russo ed anche di modificare il regime giuridico di condivisione delle risorse energetiche del Caspio finora in vigore. Questioni economiche e questioni politiche si intrecciano inevitabilmente in questo caso pressoché senza soluzione di continuità. Il bilanciamento tra esigenze economiche ed esigenze politiche appare infatti in quest’ultimo caso particolarmente delicato, ossia  il mantenimento  al tempo stesso di buoni rapporti  con la Russia, senza per questo perdere la propria libertà di azione. Il Kazachistan è infatti particolarmente attento ad i suoi rapporti con la Russia, anche a causa della sua composizione multietnica che in caso di  grave crisi interna renderebbe ingestibile la convivenza tra cittadini di etnia russa e quelli di etnia kazaka, con i rischi di una sanguinosa guerra civile che evidentemente ne conseguirebbero o addirittura un intervento della Russia in difesa delle minoranze russe che vivono soprattutto nelle regioni settentrionali di confine con la Russia stessa. Il governo di Astana pratica dunque una politica “multivettoriale” che gli consente  al tempo stesso sostanziali aperture all’Occidente, ma anche di conservare ottimi rapporti con la Russia in cambio di alcune concessioni di tipo economico nel settore energetico. Nel 2010  ha ottenuto la presidenza dell’OSCE, titolo che lo qualifica come leader regionale, perciò particolarmente attento a che i difficili equilibri regionali non degenerino  in conflitto.

7)Russia: L’area del Mar Caspio è entrata, a partire dagli anni ’90, nelle aree di interesse strategico della Federazione Russa e ciò le conferisce un ruolo preminente nella politica estera russa, volta a preservare un’influenza in quell’area che fu parte integrante dell’Unione Sovietica fino al 1991. La Russia è passata gradualmente nel corso degli anni da una posizione di  rigido mantenimento del regime quo ad una posizione più flessibile che prevede la firma di accordi bilaterali tra gli Stati litoranei che comprenda il sottosuolo, ma non le acque di superficie che restano perciò aperte alla navigazione mercantile ed alle rispettive marine militari. Ciò consente ovviamente allo Stato militarmente più forte di fare pressione sugli altri, scatenando quindi una corsa agli armamenti i cui esiti non appaiono oggi del tutto prevedibili[15]. La Russia stessa, comunque, anche se non intende accettare il regime di suddivisione su base territoriale del Mar Caspio, con la stipulazione di trattati bilaterali ha almeno indicato la via di una parziale soluzione del problema che le consenta di fare fruttare le sue risorse energetiche nell’ambito di un quadro giuridico che le garantisca, almeno provvisoriamente, la sicurezza degli investimenti. Le risorse economiche del Caspio appaiono importanti dal punto di vista russo anche nell’ottica politica di contribuire alla pacificazione del Caucaso russo e cioè Cecenia, Daghestan ed Inguscezia che si trovano immediatamente ad ovest della zona. Il mantenimento della stabilità nel Caucaso settentrionale russo si rivela fondamentale, dal punto di vista russo, per il mantenimento dell’integrità territoriale della Federazione russa, minacciata da un’eventuale crescita del fondamentalismo islamico caucasico alle sue frontiere meridionali. La questione del regime legale del Mar Caspio ha quindi per la Russia non soltanto aspetti strettamente economici, ma anche geostrategici che riguardano la sua sicurezza e la sua integrità territoriale, minacciate da un progressiva espansione della NATO nell’area e dal fondamentalismo islamico. Per motivi prettamente politici, la Russia cerca di utilizzare il forte monopolio sul gas caspico quale magnete per conservare l’influenza sugli ex Stati dell’Unione Sovietica come Ucraina, Georgia e Paesi Baltici ed anche i Balcani.  A questo scopo, poiché ha perso il suo sostanziale monopolio sull’esportazione energetica dal Caspio occidentale, (Azerbaijan) a causa della presenza del gasdotto BTC (Baku-Tblisi- Ceyhan) e BTE (Baku-Tblisi-Erzurum), cerca  almeno di assicurarsi il monopolio della produzione del Caspio orientale[16] (Turkmenistan e Kazachistan).

La questione del regime legale del Mar Caspio viene chiaramente utilizzata dalla Russia quale “cavallo di Troia” per ostacolare i progetti energetici che vanno contro i suoi interessi economici e geopolitici. La sostanziale sospensione della questione del regime legale del Mar Caspio appare quindi sostanzialmente vantaggiosa per la salvaguardia degli interessi politici ed economici della Russia, poiché gli oleodotti transcaspici sponsorizzati dall’Occidente eviterebbero di passare per il territorio russo. Il governo di Mosca ha infatti sempre obiettato che  la costruzione di un oleodotto transcaspico (Tgcp)  non sarebbe stata possibile finché gli Stati caspici non abbiano risolto la questione del regime legale del Mar Caspio. Ciò ha fatto in modo che finora  il Kazachistan ed il Turkmenistan abbiano finora preferito fare passare il gas attraverso il territorio russo.[17]  Allo stesso modo la Russia acconsente ad un graduale mutamento del regime legale del Mar Caspio in cambio di concessioni degli altri Stati riguardo al trasporto del loro petrolio e gas attraverso le pipelines russe che assicurino  profitti e importanza geopolitica alla Russia in Asia Centrale e Caucaso anche in futuro. Il piano russo che ruota intorno alla questione del regime legale del Mar Caspio non è soltanto infatti quello di ottenere utili commerciali, pur giganteschi, ma soprattutto quello di organizzare uno spazio in cui la Russia possa tornare a svolgere un ruolo politico ed economico egemone all’interno di  una sorta di Commonwealth nel senso di una  confederazione o, almeno di un’unione doganale di Stati almeno formalmente sovrani. Un problema della politica russa nell’area si può individuare nella non sempre riuscita coordinazione delle policies tra Ministero degli Esteri, Forze Armate e compagnie energetiche, ciascuno con i propri specifici ed a volte contrastanti interessi. La geopolitica del Mar Caspio si rivelerà dunque fondamentale nel determinare il ruolo e il regime politico della Russia nel XXI secolo che, in mancanza di una significativa modernizzazione tecnologica ed economica, sarà estremamente dipendente dalle risorse energetiche e spaziali che sarà in grado di controllare nel corso dei prossimi decenni. Il fatto che la modernizzazione economica avanzi soltanto molto lentamente a causa della mancata riforma politica avrà pertanto importanti conseguenze sulla politica estera russa dei prossimi anni. Il nesso tra modernizzazione economica, (quindi maggiore libertà imprenditoriale per il cittadino), e democratizzazione interna è quindi piuttosto univoco poiché ad una maggiore democratizzazione interna anche il capitalismo di Stato fondato quasi esclusivamente sullo sfruttamento delle materie prime perderebbe, almeno in parte, la sua importanza per la vita economica dello Stato russo. In sostanza l’equazione potrebbe suonare così: più democrazia, più sviluppo economico, minore dipendenza dalle risorse energetiche  e quindi minore pressione sui vicini della Russia. In definitiva, la Russia cesserà di insistere sulla questione del regime legale del Mar Caspio quando gli svantaggi che ricaverà dalla attuale indeterminatezza giuridica  della questione cominceranno a superare i vantaggi, ad esempio nel caso in cui il contenzioso legale blocchi anche le sue esportazioni, oppure ancora la comunità internazionale la sottoponga a pesanti sanzioni. La comunità internazionale potrebbe sottoporla a pesanti sanzioni  nel caso in cui violi ancora  le regole della concorrenza nell’ambito del libero commercio internazionale nel tentativo di instaurare un monopolio energetico di fatto, con particolare riferimento alle regole stabilite dall’OMC o WTO[18] cui la Russia dovrebbe a breve aderire per potere competere più efficacemente sui mercati mondiali rispetto ad oggi. Ciò dovrebbe portare ad un graduale calo dei prezzi di gas e petrolio sul mercato europeo e mondiale ed anche facilitare la crescita  in Russia di una borghesia imprenditoriale indipendente dallo Stato burocratico ed accentratore, preoccupato in primis di difendere od accrescere i redditi derivante dalle rendite energetiche ed alla conservazione dello status quo nello spazio post-sovietico e quindi nell’area del Mar Caspio. Soltanto la graduale trasformazione della Russia in una potenza commerciale e tecnologica potrà consentirle, almeno parzialmente, di “allentare la presa” su ciò che al momento costituisce la sua maggiore fonte di entrate, cioè l’estrazione di gas e petrolio.  La trasformazione politica in Russia può quindi avvenire, come tradizione, per decisione dall’alto, oppure a causa della trasformazione della mentalità della popolazione attraverso una incisiva riforma economica, avanzata anche dal Presidente russo Medvedev. La domanda di democrazia da parte della popolazione non si esprimerà tanto nella domanda di una maggiore domanda di democrazia politica, quanto di una maggiore snellezza dell’apparato burocratico nella realizzazione della modernizzazione infrastrutturale del Paese che le consenta di competere sui mercati mondiali[19], in particolare dopo che la Russia avrà aderito all’Organizzazione Mondiale del Commercio. Medvedev appare quindi come un convinto modernizzatore della struttura economica e sociale del Paese. Egli intende portare avanti una modernizzazione economica che preveda,  gradualmente, una maggiore partecipazione dei cittadini alla formazione del PIL e quindi anche alla vita politica del Paese, cioè l’abbandono della cosiddetta democrazia guidata (“upravliaemaia democrazia”), caratterizzata da un forte accentramento, che ha finora caratterizzato il Paese. Questa si è espressa sovente in un  stretto controllo da parte delle autorità del sistema imprenditoriale russo, scoraggiando quindi la popolazione dall’intraprendere un’attività imprenditoriale che svincoli il Paese da una crescita economica basata in gran parte sulla vendita delle sue materie prime. Ciò ha finora impedito o rallentato la formazione di un tessuto imprenditoriale di imprese di piccole e medie dimensioni in grado di competere sul mercato mondiale. Si tratta di vedere quindi se il sostanziale monopolio esercitato dalla Russia sulle risorse energetiche del Mar Caspio e sulle  loro vie di instradamento si trasformerà definitivamente nella “maledizione delle risorse energetiche”(oil curse) o servirà per modernizzare lo Stato russo dal punto di vista infrastrutturale e politico. L’adesione della Russia al WTO comporterà una trasformazione della sua economia, in futuro più basata sulle sue non indifferenti capacità tecnologiche ed i servizi rispetto al presente e di conseguenza una graduale trasformazione del suo commercio estero e  quindi del settore dell’energia che ne costituisce una parte molto rilevante, fino al 70% del PIL del Paese. La interpenetrazione tra  regole commerciali e geopolitica potrebbe quindi  nel prossimo futuro dare alcuni risultati anche nel settore energetico. La modernizzazione della Russia dovrebbe quindi non più essere, come è stato spesso in passato, di tipo esogeno, cioè dipendente dall’tecnologia estera, ma interno al Paese stesso, cioè valorizzando il  notevole potenziale intellettuale presente nel Paese che però non può dare i risultati sperati fino a che la struttura politica rimarrà rigida e estremamente centralizzata, quindi burocratica e sostanzialmente ostile alla libera iniziativa economica dei cittadini russi. E’ quindi interesse dell’Occidente consentire l’adesione della Russia al WTO non soltanto per motivi di tipo strettamente commerciale, ma anche perché ciò potrebbe favorirne la democratizzazione interna che nasce dall’esigenza di una classe di cittadini produttori di avere uno Stato più snello, democratico ed efficiente in modo da reggere alla competizione economica globale. Una classe di produttori, infatti, tende generalmente contrattare con lo Stato le regole della sua attività economica e a non subirne passivamente le regole imposte dall’alto secondo la sunnominata “verticale del potere”. Una volta infatti acquisita la responsabilità della propria attività economica, il cittadino diviene meno subalterno rispetto allo Stato e tende quindi in misura minore ad accettarne passivamente l’imposizione di regole destinate a controllare, od imbrigliare, la propria attività economica all’interno di un quadro legale di fatto piuttosto limitativo della libertà di impresa  del cittadino come è avvenuto finora in Russia. La modernizzazione economica, quindi, non potrà più essere  prevalentemente di tipo esogeno, come è stata in passato, soprattutto ad opera della Germania, prima divisa e poi riunificata, ma dovrà scaturire da forze interne alla Russia stessa attraverso una graduale transizione  da uno stato autoritario e burocratico ad uno stato democratico e flessibile che non ostacoli i cittadini,  ma ne faciliti l’attività economica e  consenta quindi di liberare le notevoli energie produttive e tecnologiche a disposizione del Paese, almeno dal punto di vista della qualità media dell’istruzione scientifica e tecnica, cioè dell’ottima qualità del capitale umano disponibile.

(www.eurasiastrategy.eu)


[12]Sulla politica estera azera vedere ad esempio l’articolo di Carlo Frappi  http://www.ispionline.it/it/documents/Analysis_15_2010.pdf

[13] Sulla politica estera dell’Azerbaijan  cfr. http://eng.globalaffairs.ru/number/n_11280

[15] Sulla situazione politica generale del Mar Caspio cfr. http://eng.globalaffairs.ru/number/n_13032

[16] Vladimir Socor  Caspian–Black Sea Region: Key to Diversifying

Europe’s Energy Supplies

in European Energy Security What should it mean?

What to do? ESF – European Security Forum- Working paper Nr. 23

October 2006, CEPS, Bruxelles

[17] Thrassy Marketos , Eastern Caspian sea energy geopolitics:

A litmus test for the  US- Russia- China struggle for the geostrategic control of Eurasia,

Caucasian Review of international affairs, Vol .3 (1) 2009,  p. 6

c CRIA 2009

[19] Vedere a questo proposito l’interessante articolo di Serena Giusti                http://www.ispionline.it/it/documents/PB_134_2009.pdf