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LA PUNIZIONE DEL CREMLINO

È finito con una prevedibile condanna il processo moscovita alle Pussy Riot, diventato un vero e proprio show internazionale. Le tre ragazze sono state giudicate colpevoli di teppismo, un reato molto vago e che in Russia prevede pene sino a sette anni di prigione: Maria Alyokhina, Nadezhda Tolokonnikova e Yekaterina Samutsevich nello specifico ne hanno presi due, per vandalismo e istigazione all’odio religioso.Il caso è l’ormai storica performance nella cattedrale moscovita di Cristo Salvatore in cui le femministe hanno cantato la loro preghiera contro il presidente della Russia Vladimir Putin e il patriarca della Chiesa ortodossa Kirill, definendo quest’ultimo un «cane».

La sentenza è destinata ad avere un'enorme eco, anche se su un piano puramente formale il giudizio della corte in relazione al reato contestato avrebbe potuto essere simile nel resto del mondo occidentale. Negli ordinamenti occidentali il reato di teppismo, come è interpretato in Russia, non esiste. Ce ne sono però altri che rientrano nella casistica, per esempio quello di offesa alla religione o turbamento delle funzioni di culto che prevedono in Italia (articoli 404 e 405 del codice penale) pene pecuniarie e reclusione sino a due anni per chi è giudicato colpevole.
In pratica, se un gruppo punk irrompesse nel Duomo di Milano insultando Benedetto XVI, rischierebbe di finire come le Pussy Riot.

Lo stesso, per fare un altro esempio di una solida democrazia occidentale, accadrebbe se un manipolo di incappucciati si mettesse a ballare nella cattedrale di Colonia sopra le reliquie dei Re magi, dando del «cane» a Joseph Ratzinger. In Germania per il turbamento di funzioni religiose (paragrafo 167 dello Strafgesetzbuch) si arriva anche a tre anni di reclusione. La sentenza del tribunale moscovita sembra dunque una sorta di compromesso tra quello che avrebbe potuto essere un giudizio per così dire stalinista e uno più in linea con i codici occidentali.

Naturalmente questa visione asettica contrasta con il clamore mediatico che ha accompagnato il caso delle Pussy Riot nelle ultime settimane. Il secondo piano di analisi va differenziato su come la vicenda è stata seguita in Russia e all’estero. Da questo punto di vista è sempre utile dare un’occhiata ai sondaggi, che indicano come la società russa ha reagito: il fatto che solo l’8% della popolazione pensi che dietro al processo ci sia Putin si oppone alla versione occidentale che considera il presidente come il burattinaio per tutto quello che succede nel Paese, processi in primo luogo.

La visione all’estero di una Russia dittatoriale è opposta a quella che hanno i russi, secondo i quali a casa propria c’è abbastanza (59%) o molta (16%) libertà. Se due su tre (63%) sono d’accordo a volere la democrazia, per quasi uno su due (44%) il processo contro le giovani attiviste è stato equo, obiettivo e imparziale. In un altro sondaggio effettuato prima della sentenza, il 33% dei russi riteneva che una pena tra i due e i sette anni fosse adeguata, il 43% eccessiva, mentre solo il 15% pensava che per azioni di protesta come quelle delle Pussy Riot in chiesa non ci dovrebbe essere alcuna punizione.
I numeri dicono in definitiva che la percezione in Russia è essenzialmente differente, e anche differenziata al suo interno, da quella all’estero. Una conferma che è arrivata dal fatto che, al contrario della mobilitazione degli artisti internazionali, a Mosca e dintorni i big della musica e dell’arte non si sono fatti coinvolgere dalla vicenda, con poche eccezioni.

Il terzo piano di analisi è quello politico: le Pussy Riot sono nate nel contesto delle proteste contro Putin partite alla fine del 2011 e sono espressione, una delle tante - sicuramente la più efficace a livello mediatico - della rivolta delle nuove generazioni metropolitane contro l’establishment politico e religioso del Paese. In questo senso il loro processo, arrivato sì in seguito ai reati commessi, fa parte comunque del giro di vite generale del Cremlino in risposta ai rischi di destabilizzazione del sistema. In Occidente le tre ragazze sono diventate il simbolo della repressione putiniana, tanto che l’ex prigioniero più illustre del Paese, Mikhail Khodorkovski - ormai superato in classifica dal trio ribelle - ha sentito il bisogno di fare sentire la sua voce sui media di mezzo Continente puntando l’indice contro la vendetta di Putin.
Il punto è che la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha stabilito nel 2011 che l’oligarca non è un perseguitato politico e se le Pussy Riot dovessero fare appello ci sarà da attendere cosa succederà. Le reazioni dell’opinione pubblica internazionale al processo e alla condanna a due anni sono certamente un peso per l’immagine del Cremlino, ma Putin è uno non si è mai preoccupato delle questioni formali.

(Lettera 43)