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LA DERIVA DI ORBAN

Articolo di Pierluigi Mennitti

L'ultima tegola caduta sulla testa di un politico ungherese ha coinvolto il capo dello Stato Pal Schmitt. L’ex campione olimpico di scherma è accusato di aver plagiato la propria tesi di dottorato, una dotta dissertazione sui programmi dei giochi olimpici nei tempi moderni, presentata 20 anni fa ottenendo il massimo dei voti e la lode: 180 delle 250 pagine del lavoro sarebbero state riprese, parola per parola, da uno studio del 1987 dello scienziato bulgaro Nikolai Georgijew, tradotto poi in francese e catalogato nella biblioteca del museo dei giochi olimpici di Losanna. Ancora un politico sedotto dal fascino accademico, uno scandalo di tipo tedesco.

Ma con i chiari di luna che vive Budapest, c'è da scommettere che questo scivolone passerà in secondo piano e non avrà l'eco e le conseguenze che in Germania hanno coinvolto l'astro nascente della Csu (Unione cristiano sociale) bavarese Karl-Theodor zu Guttenberg. Gli ungheresi hanno altro a cui pensare. Quella che un tempo fu la locomotiva del lungo treno di Paesi riemersi dall'era glaciale sovietica si ritrova ancora una volta con i motori in panne. Due crisi, aggrovigliatesi l'una sull'altra, hanno messo i fieri magiari all'angolo del ring europeo. Quella politico istituzionale, determinata dalla volontà del premier conservatore Viktor Orban di varare una nuova costituzioneche riscrive i connotati dello Stato, cancellando per sempre le tracce dell'esperienza socialista e costruendo sembianze tutte nuove, in sintonia con il sentimento nazionalista che ispira il suo Fidez, il partito di maggioranza assoluta. E quella economica, che di fatto attanaglia il Paese da un decennio, ma negli ultimi tre anni si è fatta più dura, tanto che - dal 2008 - l'Ungheria balla sul ciglio del disastro, aggrappandosi ora al Fondo monetario internazionale (Fmi), ora all'Unione europea (Ue) e qualche volta illudendosi di potersi aggrappare a se stessa.

Le due crisi s'incrociano, si sovrappongono, si inseguono alimentandosi a velocità impazzita una con l'altra. All'inizio dell'anno, con l'entrata in vigore della nuova magna charta, quella istituzionale aveva preso il sopravvento, con le critiche puntuali dei vertici di Bruxelles e le manifestazioni di piazza di un'opposizione rediviva ma incapace di capitalizzare politicamente il dissenso crescente. Ma è l’intero complesso legislativo varato negli ultimi tempi dal governo che non piace all’Unione. Al di là delle formulazioni teoriche della costituzione, della storia riscritta sul canovaccio di un nazionalismo religioso, l'Ue aveva puntato il dito su tre punti molto concreti: limitazione dell'autonomia della banca centrale, vincoli alla Corte costituzionale e ingerenza nel sistema giudiziario. Sotto accusa, il tentativo di smantellare la tripartizione del potere e di minacciare la tenuta della democrazia magiara. Ora è tornata in primo piano quella economica, dopo che il premier aveva tentato di sganciarsi dai pesanti condizionamenti degli organismi internazionali corsi in aiuto in cambio di politiche di risparmio tanto impopolari quanto recessive. Ma a camminare sulle proprie gambe l'Ungheria non ce la fa più, il tentativo di mandare tutti a quel paese e puntare sul nazionalismo economico si è rivelato un'illusione populista. La crisi è tornata a mordere affondando gli incisivi nelle carni molli di un Paese sfiancato.

I rendimenti dei titoli di Stato sono schizzati ai massimi storici, l'asta dei Bond di inizio gennaio è stata un fallimento, il fiorino è precipitato ai minimi sull'euro, i cds (i contratti di riassicurazione in caso di fallimento) hanno toccato quota 745, lo spread fra i titoli ungheresi e quelli britannici viaggia a quota 750. Più in là c'è solo il default, il crack finanziario che rischia di travolgere anche i Paesi vicini, le cui banche sono esposte sul fronte magiaro. L'Austria può perdere la tripla A nelle valutazioni delle agenzie di rating, l'Italia trema con le esposizioni di Sanpaolo e Unicredit, in Germania la bavarese BayernLB già si lecca le ferite sul bilancio del 2011. Così il governo è tornato sui suoi passi, ha chiesto di nuovo l'aiuto di Fmi e Ue, si è detto disponibile a riprendere il percorso stretto del risanamento che voleva abbandonare. Solo che i prestatori di denaro non si fidano più e pongono condizioni più stringenti per riaprire i cordoni della borsa. Una su tutte: rivedere la norma costituzionale che limita l'indipendenza della Banca centrale. I colloqui sono ripartiti e con essi le trattative. Ai toni di sfida delle settimane precedenti, si sono sostituite parole di accomodamento. Il presidente della commissione europea, José Manuel Barroso, si è detto certo che l'Ungheria recepirà le richieste di Bruxelles e Washington, Viktor Orban ha assicurato che «se serve, si potrà cambiare anche la legge sulla banca centrale». Per venerdì 20 gennaio è previsto un incontro tra il commissario Ue per gli affari economico-finanziari, Olli Rehn, e il ministro delle Finanze ungherese Gyorgy Matolcsy. Nel frattempo, la commissione si cautela e prepara un procedimento legale contro Budapest che verrà formalizzato martedì 17 gennaio.

Nel mirino, le leggi sulla banca centrale, sulla giustizia e sulla tutela dei dati personali. Tre normative che cozzano con il trattato europeo di Lisbona. Se il governo non le abolirà o non le cambierà in maniera sostanziale, scatteranno le misure sanzionatorie, una multa assai salata: «Ora la palla è nel campo ungherese», ha detto laconicamente una portavoce della commissione. Intanto, i mercati hanno rifiatato e la tensione si è allentata. «L'Ungheria non è paragonabile alla Grecia», ha osservato Peter Brezinschek, responsabile dell'area ricerche dell'austriaca Raiffeisen, «la sua economia è tuttora concorrenziale e ci sono tutti i presupposti per tenere sotto controllo il debito pubblico, oggi al 77% del Pil. Il Paese ha bisogno di riforme strutturali, ma deve introdurle non solo annunciarle».

Il responsabile di questo avvitamento è Viktor Orban, il leader che un anno e mezzo fa aveva sbancato le urne, assicurandosi una maggioranza di due terzi che lo aveva illuso di poter forzare la mano. L'uomo che gli avversari considerano né più né meno che un aspirante dittatore e che le opinioni pubbliche europee paragonano a un pericoloso avventuriero, ha in verità una storia più complessa alle spalle, non troppo diversa da quella di molti leader conservatori europei di questi tempi. Nato come liberale innovatore, ha abbracciato nel decennio passato la visione di un conservatorismo intriso di pulsioni nazionaliste, ancoraggi religiosi, populismo economico, individuando un vuoto politico da colmare nel quale ha trovato sintonia con una borghesia sfiatata, appagata da un relativo benessere ma spaventata dalle sfide contemporanee.

Non è una storia avulsa dall'Europa, come i suoi critici amano far credere. Al contrario, Orban ha interpretato un fenomeno assai diffuso in questo spicchio di vecchio continente che con vezzo letterario amiamo chiamare Mitteleuropa. Vaclav Klaus a Praga, e prima ancora Jörg Haider a Vienna, i gemelli Kaczynski a Varsavia e, sul lato opposto dello spettro politico, Robert Fico a Bratislava, hanno virato sul terreno del nazionalismo populista, declinandolo ora a sinistra, più spesso a destra. Il mondo dei piccoli Stati nel cuore dell'Europa, scongelato dopo i 45 anni di fratellanza realsocialista, si è ritrovato a fare i conti con i fantasmi non rielaborati della prima metà del secolo. Polacchi contro tedeschi, cechi contro slovacchi, baltici contro russi, sloveni contro croati, ucraini contro se stessi e ungheresi contro tutti. L'Europa occidentale si è allargata con i suoi conflitti stemperati dal balsamo di mezzo secolo di pace e di destino comune e si è ritrovata spiazzata dalle memorie antiche dell’Est. In più Orban ha un problema tutto suo, interno all'Ungheria: l'ascesa degli estremisti dello Jobbik, la formazione xenofoba e neonazista che concorre alla sua destra, usando un linguaggio ben più duro e spregiudicato.

Così, l'Ungheria odierna sembra la brutta copia del Paese dolce, attraversato dal Danubio, che aveva ammaliato gli europei. Il Paese immaginato da Orban tenta di mettere le briglie alle squadracce che battono i paesini della Pannonia facendo giustizia sommaria dei capri espiatori di sempre, i rom, e tiene bordone al sindaco di Budapest, che ha pensato di risolvere il problema dei senzatetto emanando un regolamento che vieta loro di dormire nei cortili o negli androni dei palazzi, destinando alle calende greche la costruzione dei dormitori pubblici. Più repressione che assistenza, più egoismo che solidarietà. È lo smottamento di un Paese ritrovatosi in prima fila nell'anno magico del 1989 e poi adagiatosi su se stesso, sulla sua superiorità. Il simbolo delle occasioni perdute lo si ritrova 100 chilometri a Sud di Budapest, dove la pianura si apre al mare interno del Balaton. Qui, negli anni Settanta, ci venivano in vacanza i tedeschi dell'Est e dell'Ovest a riannodare destini familiari tranciati dal muro di Berlino e ad assaporare atmosfere vagamente mediterranee.

Più tardi arrivarono i latin lover italiani, orfani dei fasti della riviera adriatica, alla ricerca delle prime avventure oltrecortina. Quando cadde il muro e l'Europa tornò unita, il Balaton doveva diventare il luogo di vacanze della nuova borghesia Est europea. Ma le infrastrutture alberghiere sono rimaste quelle dei tempi del socialismo, il modello della vacanza tutto compreso non ha funzionato più e la nuova autostrada che lo collega alla capitale ha velocizzato la discesa di tedeschi, cechi, baltici e polacchi verso i lidi mediterranei della Croazia, più economici, moderni e di tendenza. Il Balaton è diventato una macchia azzurra che scivola tristemente dai finestrini delle auto. È a questo declino che l'Ungheria è chiamata a sfuggire. Ha ancora le carte in regola per provarci, ma è una sfida che va al di là dei prossimi prestiti finanziari del Fmi, che forse arriveranno col contagocce, seguendo la tempistica delle revisioni legislative del governo. La domanda è se questa classe politica sia all'altezza del compito. Ma, anche in questo, la questione ungherese non è un'eccezione europea.

(Lettera 43)