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LA DANIMARCA AL VOTO NEL SEGNO DELLE DONNE

Articolo di Pierluigi Mennitti

La Danimarca è un paese al femminile. Sullo Strøget, la lunga via pedonale nel centro di Copenaghen, si vedono quasi solo giovani donne spingere con orgoglio le carrozzine blu tutte uguali fornite gratuitamente dall'assistenza sanitaria. La fierezza ha una buona ragione: a differenza di quel che accade nel resto d'Europa, i danesi fanno figli. Una media di due bambini a coppia. «Merito anche degli uomini», sussurra Sara, «che sbrigano con naturalezza le faccende domestiche». Però è pieno di donne anche sui posti di lavoro: il 74% di loro ha un'occupazione, la quota più alta nei 27 Paesi dell'Unione Europea. Per un raffronto, la media continentale è del 59%, l'Italia è quasi all'altro capo, al 41. Peggio solo Malta.

Non sorprende allora che siano due donne le protagoniste della campagna elettorale per rinnovare governo e Parlamento, anche se si trovano sulla parte opposta della barricata: Helle Thorning-Schmidt, socialdemocratica di 44 anni e Pia Kjaersgaard, 64 anni, fondatrice del Partito popolare danese, da tre lustri alla guida della formazione populista che attualmente appoggia il governo di minoranza liberal-conservatore. L'uomo del gruppo fa quasi da comparsa, anche se è il primo ministro uscente: Lars Løkke Rasmussen, successore e omonimo di quell'Anders Fogh passato alla guida della Nato, che ebbe l'onore di essere additato a buon partito per l'ex moglie da Silvio Berlusconi in un'imbarazzante conferenza stampa.

Le due donne corrono per obiettivi diversi. La Thorning-Schmidt punta a diventare il nuovo premier, alla testa di una coalizione che comprende anche social-liberali e sinistra ecologista, per chiudere il decennio di governo del centro-destra e rispolverare gli splendori della socialdemocrazia scandinava. La Kjaersgaard spera di conservare il consenso necessario a condizionare un nuovo esecutivo guidato da Rasmussen: di fatto lo status quo, magari con una maggioranza più solida. Si vota di giovedì, il 15 settembre, ma se non ci fossero i cartelloni elettorali appesi ai lampioni, con le facce dei candidati e i simboli di partito, nessuno si accorgerebbe che c'è una campagna elettorale in corso. I danesi sono così: sangue freddo e passioni contenute, anche se passano per i napoletani della Scandinavia.

Il benessere diffuso si nota a ogni angolo di strada della capitale e, di questi tempi, sembra di essere su un altro pianeta e non in Europa. La disoccupazione è al 4,1% e c'è chi si lamenta perché qualche anno fa era all'1. Anche per quest'anno, i danesi sono stati eletti come popolo più felice del mondo. Certo, la Danimarca non ha l'euro e vive le turbolenze della moneta unica con distacco e con l'unica preoccupazione che la propria corona non si apprezzi troppo. Ma qualche timore deve serpeggiare comunque, visto che la Thorning-Schmidt va conducendo una campagna che i sondaggi pronosticano vincente puntando sugli antichi cavalli di battaglia dei socialdemocratici: rilancio della spesa pubblica e difesa del welfare state, seppure interpretato in chiave più dinamica per non correre il rischio di appesantire il bilancio dello Stato. Con un livello di corruzione fra i più bassi del mondo, la giovane speranza della sinistra scandinava è sicura di poter centrare l'obiettivo.

Cresciuta politicamente nell'ambiente internazionale del Parlamento europeo, Thorning-Schmidt è entrata nell'assemblea nazionale nel 2005, ma dall'esperienza di Strasburgo e Bruxelles ha conservato la passione per i contatti con l'estero. Viaggia spesso a Londra, dove ha un amico speciale, il giovane Ed Miliband, con il quale condivide la speranza di rilanciare la sinistra europea. Dall'ambiente labourista ha anche pescato marito, per così dire. È infatti sposata con Stephen Kinnock, il figlio di quel "Neil il rosso" che guidò con irascibile piglio operaio la working class britannica nell'era trionfale di Margareth Thatcher. Gente bizzarra i Kinnock. Stephen le stava per rovinare la carriera, perché pagava le tasse in Svizzera pur avendo la residenza in Danimarca. Gli avversari politici se ne sono accorti, hanno piantato una gazzarra e alla giovane coppia non è rimasto altro che chiedere scusa e regolarizzare la posizione tributaria. Gli elettori sembrano aver perdonato.

Pia Kjaersgaard è un personaggio del tutto diverso. La sua carriera politica inizia alla fine degli anni Settanta, quando la Thorning-Schmidt approcciava appena le scuole superiori. Prima fermata: il Partito progressista, che fu negli anni Ottanta la seconda forza del Paese sull'onda di un programma liberista di tagli fiscali e riduzione dello stato sociale. Nonostante il nome, stava a destra. Nel 1984 entrò per la prima volta in Parlamento per non uscirne mai più. A metà degli anni Novanta ne ebbe piene le tasche dei travagli dei "progressisti" e, prima che il partito implodesse, prese cappello e ne fondò uno tutto suo. Il Partito popolare nasce così e approfitta subito dell'emorragia di consensi che affosserà il vecchio Partito progressista. Già nel 2001 si afferma come terza forza nel Folketing, il Parlamento nazionale, con il 12%. Quattro anni dopo sale al 13,2 e la Kjaersgaard conquista oltre 38mila preferenze, seconda solo al premier Anders Fogh Rasmussen. Risultato confermato anche nel 2007. È a modo suo la protagonista del decennio di centro-destra, giacché fin dal 2001 consente ai due Rasmussen di governare con esecutivi di minoranza. Insomma, li ha tenuti appesi alla corda, riuscendo a far passare molte leggi.

Ma le sue parole d'ordine non sono più tanto quelle del liberismo: la Kjaersgaard ha nel frattempo scoperto gli immigrati e punta il dito nelle pieghe contraddittorie del modello di integrazione danese. Il clima da scontro delle civiltà le ha reso la strada in discesa: «Se la tradizionale tolleranza scandinava non funziona più, chiedete agli arabi perché». Oggi, grazie alla sua influenza, la Danimarca ha una delle leggi sull'immigrazione più rigide d'Europa anche per quel che riguarda i ricongiungimenti familiari e ha ripristinato i controlli alle frontiere, aprendo una crisi nell'Unione di Schengen. In verità, sull'autostrada che collega la tedesca Ellund alla danese Frøslev, i poliziotti di frontiera non è che si dannino l'anima per setacciare i viaggiatori. Dovrebbero essere la diga contro presunti ingressi di massa dall'Europa dell'est ma quel che avviene è un controllo ogni tanto, a campione, giusto per guadagnarsi la pagnotta, anche perché di invasioni orientali non se ne vede traccia. Tanto rumore per nulla. Ma resta il principio e l'euroscettica Kjaersgaard, che guidò i danesi al no referendario sull'euro, può comunque aggiungere questa misura al bilancio da presentare agli elettori.

La Danimarca rimane un Paese tranquillo, ma è anche quello in cui il disegnatore satirico Kurt Westergaard, che aveva ritratto una caricatura di Maometto sul quotidiano Jyllands-Posten, vive sotto scorta a sei anni di distanza. E nel quale quelle stesse donne protagoniste della vita civile riescono a tollerare altri modi di comportamento ma non sono disposte a rinunciare ai propri. Il successo del Partito popolare è la spia che qualcosa non è andato per il verso giusto nel modello danese. Sarà per questo che sul tema immigrazione le due signore della politica divergono più nei toni che nella sostanza. La Kjaersgaard ama i calderoni e le spacconate che accendono la mischia: «Solo gli idioti non temono l'islam». La Thorning-Schmidt insiste sul migliorare le politiche di integrazione, ma non si sogna nemmeno lontanamente di toccare le leggi restrittive varate dai governi di centro-destra. Se i socialdemocratici torneranno al potere, saranno tempi diversi rispetto a quelli del modello scandinavo del secolo scorso.