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IL SISTEMA LUKASHENKO NON INCANTA PIÙ

La prima impressione che Minsk trasmette è quella di esser finiti sotto una campana di vetro. Le strade, larghe e spaziose, sono percorse da un traffico ordinato e poco rumoroso. Sui marciapiedi delle vie centrali, i pochi pedoni si disperdono negli spazi sterminati, evitando con cura di dare nell’occhio. La vita scorre senza troppa allegria, mogia, introversa. Nel moderno centro commerciale, scavato sotto piazza Myasnikov tra le fondamenta del palazzo del governo, dell’Università e della statua di Lenin, non si può proprio dire che scorra la vita. È l’ora di punta di un pomeriggio primaverile e non fa neppure più troppo freddo, ma sembra quasi che un’opaca coltre di ovatta attutisca ruomori, voci ed emozioni.

Eppure la definizione di ultima dittatura d’Europa rischia di fuorviare l’impatto con il regno di Aleksander Lukashenko. Arrivi aspettandoti una terra povera e trascurata, dove il tempo s’è fermato a trent’anni fa: in testa immagini in bianco e nero di gente misera, strade sconnesse, negozi con merci dozzinali, alimentari vuoti e palazzoni grigi. Invece l’autobus che porta dall’aeroporto in città attraversa periferie curate, edifici moderni e colorati, strade larghe e ben bitumate su cui scorrono auto moderne, occidentali, di media e grossa cilindrata. I negozi offrono merce di qualità, negli alimentari puoi comprare di tutto, anche la frutta esotica. E l’abbigliamento, pur senza eccessi di eleganza, non tradisce un’impressione di povertà. Lo stile dei giovani, in particolare, non lo distingueresti da quello dei coetanei a Berlino, Varsavia o Stoccolma. Una sorpresa, se non fosse per quel silenzio.

È una faccia della medaglia del cosiddetto “sistema-Lukashenko”, il prodotto di quello stato sociale costruito negli anni dal dittatore, che ha garantito un modesto ma sicuro benessere per tutti in cambio della mano libera negli affari pubblici. L’altra faccia, infatti, è quella della repressione politica. «In questi mesi serpeggia una grande tensione», ammette Henadzi Kesner, giornalista che collabora con la Deutsche Welle, «anche se apparentemente sembra tutto calmo. La sera del 19 dicembre, il giorno dello spoglio elettorale, la manifestazione di protesta contro i brogli è stata impressionante. Non vedevo tanta gente dai tempi dei cortei per l’indipendenza, nel 1991. E soprattutto c’era una folla eterogenea, tante famiglie con bambini, molti erano scesi in piazza per la prima volta e non appartenevano ad alcuna organizzazione politica di opposizione». La reazione delle forze di sicurezza è stata fulminea e brutale: manganelli, feriti, 700 arrestati, fra cui leader politici dell’opposizione e candidati presidenziali. Con le prime sentenze emesse in questi giorni contro gli accusati, il regime di Lukashenko dimostra di non voler tornare più indietro e di aver definitivamente chiuso quegli spiragli di libertà che si erano aperti durante la campagna elettorale.

Dai processi seguiti a quegli arresti non si salva nessuno. Ultimi della lista, Andrej Sannikau, uno dei candidati alla presidenza e la giornalista Irina Chalip, sua moglie. Lui è stato condannato a cinque anni di carcere, lei ne ha collezionati due da scontare ai domiciliari. Nel frattempo, sotto i colpi della magistratura, stanno cadendo uno dopo l’altro militanti e capi dei movimenti non di governo mentre la censura ha tappato la voce ad altri due giornali indipendenti. L’opposizione, già di per sé debole e divisa, è spazzata via.

«Le due questioni, quella economica e politica, in realtà si legano», sostiene Valery Karbalewitch, uno dei più autorevoli politologi bielorussi e autore di una voluminosa biografia su Lukashenko pubblicata in Russia e venduta sotto banco nei circoli alternativi di Minsk, «perché la svolta repressiva di questi mesi va di pari passo con l’approfondirsi della crisi economica. Lukashenko non è più in grado sostenere finanziariamente il suo modello sociale, mancano i soldi, il mantenimento delle promesse elettorali sta causando una galoppante inflazione, la moneta vale sempre meno e i prodotti diventano sempre più cari. Anche quelli di prima necessità». Lo incontriamo in territorio neutro, nei locali di una fondazione sponsorizzata dai tedeschi che mantiene viva la memoria dell’olocausto nazista contro la comunità ebraica bielorussa, un tempo fiorente poi annientata nei progrom della seconda guerra mondiale. «La decisione di aumentare i salari di 500 dollari all’anno ha costretto la banca nazionale a stampare cartamoneta. Oggi non si trova denaro neppure nelle banche, i privati non accedono al credito e l’economia è paralizzata. Servirebbero delle profonde riforme, perché le aziende statali operano tutte fuori mercato, all’interno di un sistema chiuso. Ma le riforme minerebbero l’intero sistema e Lukashenko non può permettersele».

La crisi economica non è piombata inattesa, ma la velocità con cui si sta propagando, accelerata da decisioni politiche tanto disperate quanto scellerate, ha sorpreso tutti. Da gennaio le riserve monetarie si sono ridotte di un quarto, precipitando da poco meno di 4 miliardi di dollari a 2,74 miliardi. Il rublo bielorusso è in caduta libera. Lo Stato ha provato a mantenere inalterato il cambio di 3044 rubli per un dollaro, contingentando l’acquisto di moneta, ma così facendo ha scatenato il panico: al cambio nero, per un dollaro si ottengono 5000 rubli. Il deficit della bilancia commerciale è cresciuto in maniera drammatica e Iryna Vidanova, direttrice di “34 Magazine”, racconta un episodio curioso: «L’entrata in vigore del mercato unico fra Bielorussia, Russia e Kazakistan ha scatenato la corsa all’acquisto di automobili in Polonia e Lituania per evitare i dazi che verranno, contribuendo all’esportazione del denaro all’estero».

«Lo Stato ha urgente bisogno di soldi», ha denunciato a Radio Free Europe Leonid Saiko, direttore del Centro di analisi economica Strategija, «ma dopo l’ondata di arresti e condanne non può più rivolgersi né al Fondo monetario internazionale né all’Unione Europea. Così rimane solo la Russia, che però detta condizioni capestro». In ballo ci sono 3 miliardi di dollari, necessari in tempi brevissimi per mettere una pezza ai bilanci statali e arrestare la caduta del rublo. Lukashenko li ha chiesti a Putin, questi è disposto a sganciarli solo se la Bielorussia liberalizza le imprese statali. Liberalizzare è un eufemismo. In realtà Mosca vuole entrare nella proprietà delle imprese, azzannare alla gola l’economia bielorussia e stringere sempre di più il paese nella propria sfera di influenza. «I russi mirano alla ripartizione del patrimonio imprenditoriale fra oligarchi russi e bielorussi, uomini dell’apparato e organi della sicurezza, un circuito nel quale si inserisce sempre la criminalità organizzata», ha concluso Saiko.

Insomma, lo spettro della spartizione economica fra potentati che ha segnato in alcuni paesi dell’Est le transizioni dal comunismo al capitalismo sembra il destino inevitabile di una Bielorussia incapace di avviare dall’interno un percorso democratico e riformatore. «Lukashenko ha avuto buon gioco a enfatizzare gli effetti negativi delle riforme economiche in Russia e Ucraina», riprende Karbalewitch, «mostrando ai suoi cittadini come il modello sociale adottato in patria abbia evitato i dislivelli sociali e l’arricchimento degli oligarchi». Ma l’economia ne ha sofferto ugualmente e quel modello si è retto prima grazie alla rivendita (specialmente agli olandesi) del gas russo acquistato da Mosca a basso prezzo, poi ai crediti ricevuti dall’Unione Europea, quando sembrava che il dittatore volesse allentare la morsa autoritaria. «La speranza in un processo democratico è stata tuttavia una pura illusione», conclude il politologo, «Lukashenko è un uomo carismatico e finora è stato abile a intuire i sentimenti della pancia profonda del paese, ma è allo stesso tempo segnato da un carattere violento e dominante. Non pensa che un giorno qualcuno potrà sostituirlo e non può immaginarsi una vita senza potere. Per mantenerlo farà di tutto».

(Pubblicato su Vita)