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LA CONTA E LE FERITE NEI BALCANI

Si torna a censire la popolazione, nei Balcani. Tutte le repubbliche ex jugoslave della regione, esclusa la Bosnia, fotograferanno la propria situazione demografica nel corso dell’anno. Non accadeva dal 1991, l’ultimo anno di vita della vecchia patria comune degli slavi del sud; il primo della stagione delle guerre che devastarono l’oltre Adriatico negli anni ’90.

Matteo Tacconi / Radio Europa Unita

 

La conta, in Kosovo, Montenegro e Croazia, è già partita, il primo aprile. Lo stesso giorno in cui anche Macedonia e Serbia avrebbero dovuto tenere a battesimo il processo. Ma il tutto è stato rimandato, in autunno. A Skopje è dipeso da regioni elettorali. È che in tarda primavera si rinnoverà il parlamento e l’élite politica ha voluto evitare che le rilevazioni, che potrebbero svelare nuovi equilibri tra la maggioranza slava e la minoranza albanese, rendendo quindi necessaria una ridefinizione del power balance, interferiscano con il voto. A determinare lo slittamento, in Serbia, è stata invece la mancanza di soldi nelle casse dello stato. Preso atto della situazione, la Skupština (il parlamento nazionale) ha emendato la legge sul censimento, posticipandone al primo ottobre la data d’inizio.

Merita una nota a parte la Slovenia, unica repubblica ex jugoslava parte dell’Ue, dove il censimento non avverrà con la classica modalità del porta a porta. L’istituto di statistica di Ljubljana, che ha informatizzato la raccolta delle informazioni incrociando i dati estrapolati dai registri centrali sulla popolazione e sull’occupazione e dai catasti immobiliari, esonererà i cittadini dalla compilazione dei formulari.

Ci si chiederà: perché le nazioni ex jugoslave eseguono nello stesso anno le rilevazioni demografiche? Non si tratta di una curiosa coincidenza. È, piuttosto, una necessità: quella di tenersi al passo con l’Europa. Tutti i paesi dell’Ue, infatti, censiranno le rispettive popolazioni nel 2011, secondo quando previsto dalle norme comunitarie. La ratio impone che i Balcani, che nel corso dei prossimi dieci anni – il periodo che intercorre tra una mappatura demografica e l’altra – entreranno (si spera) nell’Ue, stocchino i dati seguendo lo stesso calendario.

L’organizzazione dei censimenti, però, è molto complessa e densa di implicazioni politiche, originate da quelle mai sopite rivalità di matrice etnica che scandiscono il contesto balcanico. Fa eccezione la Slovenia, dove non c’è quasi traccia di minoranza. Anche in Croazia non ci dovrebbero essere grosse insidie, visto che le autorità di Zagabria, ultimamente, hanno favorito il ritorno dei profughi serbi – anche se con qualche sbavatura in termini di diritto – e sperano che la percentuale della minoranza serba sia superiore a quel 5 per cento stimato qualche anno fa, così da dimostrare a Bruxelles che il paese s’è responsabilizzato e che merita l’agognato ingresso in Europa. Che potrebbe arrivare, a quanto pare, nel 2013.

Altrove, invece, la situazione è problematica. In Montenegro, riferiscono le cronache, il governo ha condotto una serrata campagna, a colpi di manifesti e con l’uso spregiudicato delle tv pubbliche, volta a rafforzare numericamente la comunità montenegrina, la cui maggioranza non è così netta. L’obiettivo, spiegano gli analisti, è limitare il peso dei serbi (sono più del 30 per cento della popolazione) e scongiurare che l’indipendenza da Belgrado, arrivata nel 2006 con una consultazione referendaria risoltasi per un pugno di voti, venga messa in discussione. I serbi, da parte loro, denunciano che le autorità di Podgorica stanno mettendo in atto un piano di assimilazione. «In un paese che aspira a diventare parte dell’Ue un censimento non dovrebbe provocare tutto questo terremoto», ha scritto sul sito EuObserver Nemanja Tepacvevic, dell’università di Oxford, paragonando il caso montenegrino a un «teatro dell’assurdo».

Anche in Kosovo, l’ultima delle piccole patrie sorte sulle ceneri della Jugoslavia, il punto di attrito riguarda la minoranza serba. I serbi, “eterodiretti” da Belgrado, che li ha invitati a boicottare il processo, sostengono che Pristina voglia fare del censimento uno strumento politico con cui ridurre volutamente la loro incidenza (pari al 10 per cento) e potenziare quella, già soverchiante, della maggioranza albanese. C’è da dire, tuttavia, che Eurostat affiancherà gli statistici locali. Barare, dunque, non sarà così facile.

Resta il fatto che anche in quest’occasione Belgrado sta cercando di fare quello che ha sempre fatto a partire dal 17 febbraio 2008, giorno dell’indipendenza di Pristina: delegittimare l’esistenza del Kosovo.
Il contesto più difficile è però quello della Bosnia, dove musulmani e serbi, i due principali raggruppamenti etnici (il terzo è quello croato), fedeli interpreti di un copione che li vede impegnati a ostacolarsi reciprocamente su ogni faccenda, non hanno trovato – figurarsi se non andava a finire così – un accordo su come e quando tenere il conteggio della cittadinanza. A sabotare l’approvazione di un’apposita legge sono stati i bosgnacchi (i musulmani di Bosnia), che temono di non ritrovarsi maggioranza e sono dell’avviso che il censimento possa “legalizzare” la strage etnica commessa dai serbi tra il ’92 e il ’95, gli anni della più atroce delle guerre balcaniche.

Il censimento si deve fare senza riferimenti all’appartenenza etnica e al credo religioso, hanno proposto i partiti bosgnacchi. I serbi hanno risposto picche, perché in questa maniera avrebbero dovuto dichiararsi bosniaci. Una cosa che, considerati i loro più volte sbandierati propositi secessionisti, non sta né in cielo né in terra.

(Radio Europa Unita)